Americanos43
5 Dicembre Dic 2018 2239 05 dicembre 2018

Leggende e favole del sertão brasiliano – 17

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Quella della Mula sem cabeça (mula senza testa) – detta anche Mulher de padre (donna del prete), Mula de padre (mula del prete), Mula preta (mula nera) o Burrinha do padre (asinella del prete) – é una delle leggende piú note nel Brasile intero. Nacque presso le popolazioni della Penisola iberica, ed é evidente la somiglianza col mito catalano della Muladona.

Poi nei primi secoli della colonizzazione – per alcuni studiosi addirittura nel sedicesimo secolo – si é diffusa presso le varie regioni latinoamericane (anche in Messico e Argentina, ove é nota come Mula Anima o Almamula).

Per restare nel Paese verde-oro, é ancora oggi particolarmente diffusa sia nel Nordeste – tanto nell’area rurale del sertão, quanto nella regione costiera – sia nel Sudeste. Questo mito fu creato con l’obiettivo di esercitare un controllo di tipo sociale e religioso sulle ragazze, che secondo i dettami della Chiesa cattolica non potevano vedere i sacerdoti come uomini e potenziali partner, ma solo come ministri del culto. E si cercava al contempo di preservare la regola del celibato dei preti.

Mula-Sem-Cabeça

Il personaggio folclorico della mula sem cabeça, di colore nero o marrone, é appunto un mulo femmina, che al posto della testa ha una torcia di fuoco. I suoi ferri di cavallo sono di oro oppure di argento – secondo diverse versioni puó essere ferrata anche con ferro e acciaio – mentre il raglio é tanto forte che si sente a enormi distanze. Il verso inoltre é intercalato da gemiti umani, tipicamente femminili. La leggenda narra che ogni donna che intrattenesse relazioni amorose con un sacerdote, venisse punita e trasformata nella mula incantata. Invero esiste una versione ancor piú restrittiva del mito: il triste destino – la trasformazione in questo animale mostruoso – poteva riguardare anche le ragazze che solo si concedessero sessualmente ai propri fidanzati, prima del matrimonio.

E ció a ulteriore dimostrazione che questa storia nasceva dall’esigenza di mantenere la quotidianitá delle fanciulle entro i canoni morali e familiari dell’epoca. Si racconta che la maledizione si concretizzasse solo nelle notti del giovedí, quando la donna era trasformata nella mula. Questa lanciava dal collo lunghe lingue di fuoco, correva all’impazzata per i campi e le foreste, e faceva a pezzi tutti gli esseri – persone o animali – che gli comparissero di fronte. Si puó solo immaginare, il terrore dei viandanti: si narra che la bestia fosse particolarmente attratta dai denti e dalle unghie degli umani, cosí il malcapitato che l’avvistasse doveva gettarsi al suolo pancia a terra, nascondendo mani e viso.

L’incantesimo proseguiva sino all’alba del venerdí: al terzo canto del gallo ricompariva la ragazza esausta, piena di lividi e graffi. E l’incantesimo si ripeteva nel giovedí successivo, affinché continuasse a espiare il proprio peccato. Secondo una diversa versione, l’incanto poteva peró verificarsi nelle sole notti di plenilunio. Esistono comunque tre modi per farla finita con la maledizione, una volta per tutte: la prima modalitá prevede che qualcuno abbia il coraggio di strappare le redini della mula mostruosa; oppure si deve ferire l’animale con uno spillone sino allora inutilizzato, e raccogliere almeno una goccia del suo sangue.

Infine a rompere l’incantesimo puó essere lo stesso sacerdote-amante, che dovrá maledire la donna-peccatrice per ben sette volte, ogni volta che celebrerá una messa. In questo modo, la donna si sentirá profondamente pentita dei propri peccati.

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