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28 Gennaio Gen 2019 2223 28 gennaio 2019

Leggende e favole del sertão brasiliano – 23

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Un’altra leggenda folcloristica molto popolare in Brasile – specie nel Norte e Nordeste, compresa l’area del sertão – é quella del Capelobo, detto anche Cupelobo. Si tratta di un personaggio mostruoso e fantastico di origine indigena, di cui si continua a raccontare nello Stato del Maranhão, e soprattutto in Amazonas e nelle aree fluviali del Pará.

Cosí molti antropologi definiscono la creatura come il lupo mannaro dei nativi o della Regione Norte, seppure, come vedremo, possegga anche le caratteristiche tipiche del vampiro. Il termine rappresenta la fusione tra una parola indigena e una portoghese: capê nella lingua degli índios significa “osso rotto”, oppure storto o deformato, mentre lobo, nell’idioma neolatino, vuol dire “lupo”.

Capelobo

La tradizione orale non é uniforme circa l’aspetto del Capelobo, giacché per alcuni cantastorie avrebbe delle fattezze tipicamente animali, mentre per altri si tratterebbe di una sorta di ibrido tra un essere umano e una bestia. Per i primi é una specie di tapiro, gigante e orrendo; é piú veloce rispetto alla comune anta (cioé “tapiro” in portoghese), e il capo é piuttosto anomalo: ha lunghi capelli (o comunque una criniera), e il muso ricorda piú che altro quello di un cane, di un formichiere, o comunque di un maiale. Per il resto é interamente coperto di peli. E poi c’é chi assicura che abbia una forma semi-umana: si tratterebbe in questo caso di un uomo forte, veloce e peloso, con la testa di formichiere (oppure di un cane o un tapiro), e col corpo inarcato, proprio come questo animale.

I piedi inoltre sarebbero rotondi, delle dimensioni di un fondo di bottiglia. Veniamo quindi alle abitudini: l’essere – le cui alte grida sono terrificanti – ama correre lungo le pianure e le foreste fluviali, soprattutto di notte e all’alba. E’ particolarmente attratto dagli insediamenti umani – case, baracche e accampamenti – che sorgono nella foresta. Per saziare una fame infinita, si nutre di cani e gatti, soprattutto dei cuccioli; attacca peró anche i cacciatori, o comunque animali di maggiori dimensioni: si narra che li uccida – forandone il cranio e recidendo la carotide – per berne il sangue e mangiarne il cervello.

Secondo la leggenda, il mostro puó essere ucciso solo colpendolo – meglio se con una pallottola – nella regione prossima all’ombelico; mentre gli indigeni che vivono nell’area intorno al fiume Xingu assicurano che alcuni vecchi della loro comunitá – al momento della morte – si trasformano in Capelobo. Questa leggenda é narrata non solo dall’antropologo Luís da Câmara Cascudo nella sua opera di culto “Geografia dos mitos brasileiros”, ma anche dal geografo e chimico Sílvio Fróis de Abreu; questi, nello storico testo “Na terra das palmeiras: estudios brasileiros”, descrive la presenza del mito in Maranhão.

Scrive che, secondo gli abitanti della regione, la bestia feroce abiterebbe le selve del Pindará: «Quando incontra un essere umano», prosegue Fróis de Abreu, «lo abbraccia, sfonda il suo cranio nella parte superiore, introduce il muso nel foro, e succhia l’intera materia cerebrale». A descrivere la leggenda é infine lo studioso Carlos Orlando Rodrigues de Lima, nel suo libro “Lendas do Maranhão”. Si narra poi che le sue grida terrificanti servano proprio per paralizzare le sue prede, e cacciare con piú facilitá. I latrati avrebbero anche l’effetto di far perdere il senso dell’orientamento agli umani: i cacciatori e i boscaioli vagano cosí senza una meta, giungendo a volte anche a impazzire.

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