Americanos43
19 Marzo Mar 2019 0003 19 marzo 2019

Intervista a Francesco Bove, biografo di João Gilberto

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A gennaio, per Arcana edizioni, é uscita la biografia “João Gilberto. Un impossibile ritratto d’artista” ( http://www.arcanaedizioni.com/prodotto/francesco-bove-joao-gilberto-un-impossibile-ritratto-dartista/ ). Almeno in italiano, si tratta del lavoro piú completo sull’ereditá artistica del musicista brasilano João Gilberto Prado Pereira de Oliveira: noto come João Gilberto, é il creatore del piú vellutato tra i generi brasiliani, la leggiadra bossa nova.

Nelle righe a seguire, riportiamo il colloquio col 33enne Francesco Bove, Autore dell’opera, e giovane animatore della vita culturale partenopea.

Giá collaboratore di due storiche testate musicali (e non solo) – “Indie for bunnies” e “Mescalina” – negli anni successivi fonda il portale “L’Armadillo furioso” ( http://www.armadillofurioso.it/ ), specializzato in arte e cultura in genere. Non potevamo certo mancare all’appuntamento con l’appassionato scrittore, che é tuttora impegnato nel tour de force per la promozione del libro, e ha giá fatto tappa presso i maggiori divulgatori della realtá verdeoro in Italia. Vi lasciamo quindi alle parole dell’Autore, che ci racconta come tutto inizió con Umbria jazz.

Che resta dell’ereditá musicale di João Gilberto – e piú in generale del leggiadro genere della bossa nova – nel Brasile del 2019? In un panorama delle sette note, ove la fanno da padrone stili musicali piú leggeri…

«Resta tanto ma non ce ne rendiamo conto perché non conosciamo il creatore della famosa batida che ha conquistato tantissime persone nel mondo. João lo troviamo nel discorso musicale che stanno portando avanti Caetano Veloso e Gilberto Gil. Troviamo la sua poetica in Arto Lindsay, nel tocco di Yamandu Costa e di altri chitarristi della sua generazione. Lo ritroviamo perfino nel rap brasiliano di Marcelo D2, nel groove di Christophe Chassol o in Benjamin Biolay che, quando ha inciso il suo disco-omaggio a Charles Trenet, non ha potuto non misurarsi con l’arrangiamento di João Gilberto di Que reste-t-il de nos amours. Però la invito a fare un giro su Instagram e a vedere i video che troverà con l’hashtag joaogilberto... noterà che ci sono tanti ragazzi, probabilmente poco più che ventenni, da tutto il mondo che si cimentano con la batida di João Gilberto e con i suoi arrangiamenti. Forse questa è la sua più grande eredità».

Perché alla fine degli Anni cinquanta il mondo – non solo il Brasile – fu travolto dal ritmo di un lavoro come Chega de saudade? Si trattava solo di originalitá a livello tecnico, o c’era dell’altro?

«Chega de saudade segna una rottura importante all’interno di uno scenario che già era alla ricerca di qualcosa di nuovo. Quella canzone, che nelle intenzioni di Tom Jobim avrebbe dovuto essere uno “choro lento nello spirito”, fu rivoluzionaria sia perché il modo di suonare e di cantare di João era qualcosa di inaudito ma anche perché diede nuova dignità alla chitarra, considerata dalla media-alta borghesia uno strumento da non suonare. Questa, probabilmente, è la sua rivoluzione: João è riuscito ad unire, solo con la musica, gli strati più sfortunati della popolazione alla borghesia. Ha unito ciò che la politica aveva diviso».

Come spiega la contemporaneitá, la classicitá, di un album come “Getz/Gilberto?” Perché quei ritmi sono ormai entrati a far parte della colonna sonora dell’umanitá?

«“Getz/Gilberto” è un album che è riuscito a condensare due culture diverse proponendo qualcosa di completamente diverso dal jazz e dalla Bossa Nova. C’è una sonorità nuova e originale, complessa ma appagante, c’è la poliritmia voce/chitarra, c’è il sax di Getz che inserisce negli spazi lasciati vuoti da João, che canta con una voce bassa, più bassa dei suoi colleghi americani. Poi c’è un discorso estetico-musicale importante: in alcuni momenti melodia e accompagnamento sono fuori sincrono e quest’aspetto faceva impazzire i musicisti dell’epoca. Infine c’è la voce di Astrud Gilberto, soffice, vellutata, che divenne ben presto la ragazza di Ipanema per tutto il mondo. Per l’ascoltatore odierno, c’è qualcosa di mistico e imponderabile in quel disco, che riesce a concentrare in poche tracce stati d’animo diversi e, secondo me, questa cosa non ha età. Cioè, per intenderci, João è riuscito a trasformare un samba di Ary Barroso del 1943, Pra machucar meu coração, creato per orchestra e un coro femminile, in una ballata struggente. Provate a confrontare le due versioni e capirete la genialità di João Gilberto».

La passione – unita all’approfondimento culturale – per la música popular brasileira, l’ha condotto a studiare il rapporto tra João Gilberto e il Movimento tropicalista? Il cantautore Veloso ha sempre esaltato il genio di Joãozinho...

«Il rapporto tra João Gilberto e i Tropicalisti è fondamentale. Senza João, probabilmente, gran parte della musica di quegli anni sarebbe stata diversa. Lui è il punto di collante con quell’Oswald De Andrade che tanto ispirava Veloso e gli altri: stava facendo conoscere a tutto il mondo Bahia, il Nordeste e il Brasile tutto, prendendo dall’Europa e dall’America e restituendo, però, una musica tipicamente brasiliana. Senza proclami, senza parole ma solo con la sua creatura. La sua versione di Estate di Bruno Martino non è una cover, è un’altra canzone e di italiano ha solo la lingua. A me questa cosa mi ha sempre fatto impazzire. Ho cominciato ad ascoltare João Gilberto - precisamente il “Live at Umbria jazz” della Egea Records - da piccolissimo, stavo ancora al liceo e devo ammettere che fu la prima cosa che notai. Conoscevo la versione di Bruno Martino ma quella era un’altra cosa e non era una canzone italiana. Gli ascolti dei Tropicalisti erano variegati e andavano dai Beatles a João Gilberto. Io, negli anni liceali, ascoltavo il punk californiano, i Velvet underground, De Gregori, Tom Waits, i Bauhaus e... João Gilberto! E le posso assicurare che convivevano magnificamente nella mia testa».

Siamo costretti a chiederle circa la vecchiaia di “O mito”, abbattuto da malattia e povertá, dallo sfratto e dall’interdizione da parte della figlia Bebel Gilberto…

«Io so molto poco della vecchiaia di João Gilberto, come tutti d’altronde. Ho letto tanto gossip e le garantisco che mi ha fatto male leggere quelle notizie così nefaste, come se fosse uno di famiglia. Non conosco né Bebel né João Marcelo e non so – né voglio conoscere – i problemi che stanno affrontando. Sono questioni private e molto personali. Nel libro non ho messo nulla di tutto questo, ho voluto ricalcare solo la vita artistica di un uomo che non dovrà morire dimenticato, sarebbe molto triste. Ho voluto rendergli omaggio, come fa un figlio con un padre, utilizzando solo fonti d’archivio certificate e una testimonianza diretta. A chi giova sapere che Beethoven temeva sempre di essere imbrogliato? O che Leonardo fosse omosessuale? João ha scelto di rinchiudersi tra le pareti di un appartamento e di trascorrere in solitudine la sua vita. La sua è una scelta che va rispettata ma la sua ricerca va diffusa, soprattutto di questi tempi».

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