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15 Marzo Mar 2018 0917 15 marzo 2018

Putin, Novichok e i miei dubbi

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Ci risiamo. Alla vigilia delle presidenziali che domenica confermeranno Vladimir Putin al Cremlino un ex agente russo passato agli inglesi e ora in pensione è stato avvelenato, insieme a sua figlia.

Perché? E perché proprio adesso?

Secondo Londra dietro l'attentato al novichok c'è Vladimir Putin. Prove non ne sono state fornite, forse arriveranno forse no, ma alla premier May è bastato che il Cremlino abbia liquidato la vicenda come un circo per riconoscere l'ammissione di colpa della Russia.

Poco importa che l'agente chimico in questione sia stato prodotto nell'Unione Sovietica in diversi laboratori, pare: ma anche questo non è essenziale, visto che come è arrivato a Londra nel 2018 poteva anche essere custodito prima del 1991 a Kiev, Tallinn o Tashkent, nelle varie sedi del Kgb, per scopi interni, e poi essere rimasto in mano ai servizi d'intelligence eredi della casa madre nelle repubbliche dell'ex Urss divenute indipendenti. O aver preso anche strade più oscure.

In altre parole: il novichok sovietico può provenire dalla Russia, ma anche dall'Ucraina o dalle repubbliche baltiche.

Strano che Londra abbia respinto subito la richiesta di prove della sostanza in questione alla richiesta di Mosca. Per nulla strano che il Cremlino neghi tutto, in qualsiasi caso, sia che sia farina del proprio sacco che altrui.

Ci si deve chiedere quindi perché Putin avrebbe scatenato adesso questo putiferio. Chi dà vigore a questa versione sostiene che si tratti di un'altra mossa del presidente russo per mettere alla prova l'Occidente, tentare di dividere l'Ue, dimostrare la forza della Russia. E rinserrare le fila alla vigilia delle elezioni per raccogliere qualche punto percentuale in più. Magari dando un segnale agli oligarchi di Londongrad.

A me queste storie convincono poco: in Russia le elezioni sono truccate e per aumentare artificialmente il risultato del voto e i numeri dell'affluenza non c'è bisogno di scatenare una crisi internazionale. E gli oligarchi non hanno certo bisogno di ulteriori segnali, i ruoli sono chiari da un pezzo. La debolezza e le divisioni europee non dipendono certo da Putin, ma sono oggettive. È al contrario vero che per tentare di nascondere le divisioni tra vecchia e nuova e Europa c'è bisogno di un nemico comune.

E questa è l'altra versione, sostenuta da chi vede nella reazione britannica e nell'escalation antirussa coordinata tra Londra e Washington il tentativo di alzare il muro compatto europeo contro Mosca. In ballo ci sono gli equilibri geopolitici, geoeconomici (energetici) sul vecchio continente nei decenni a venire. La questione della provenienza del novichok, la mancanza di una smoking gun, l'immediato posizionamento del blocco antirusso in seno all'Ue, mi fanno propendere per questa variante.

Naturalmente c'è anche la possibilità che, se non sono stati i servizi russi da un parte, o quelli occidentali dall'altra (dove per occidentali intendo anche quei paesi ex sovietici ora nella Nato), con la gentile collaborazione di chi sta in bilico (Sbu in Ucraina, che come tutti gli altri eredi del Kgb non si è trasformato in una bocciofila, nemmeno dopo le varie rivoluzioni), qualche elemento deviato di uno o dell'altro servizio si sia prestato al miglior offerente. Caso comunque che alla fine dei conti non cambia le carte in tavola per cui rimane il confronto tra Russia e Occidente.

Quindici anni fa il generale Colin Powell al consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha sventagliato le ampolle di antrace per avallare la guerra in Iraq. Saddam Hussein sarà stato un tiranno, ma le armi di distruzione di massa sono state una grande balla spaziale.

Londra deve dimostrare nero su bianco che l'attentato a Skripal è stato commesso da agenti russi per conto del Cremlino. Solo allora anche l'Unione europea avrà il diritto di schierarsi compatta, e a ragione, contro Mosca. Senza queste prove, si rimarrà nel campo della propaganda.

Se Skripal fosse stato preso a pistolettate con una Beretta la colpa sarebbe caduta sull'Italia?

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