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2 Novembre Nov 2018 0959 02 novembre 2018

MERKEL, PUTIN E LA CRIMEA

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Giovedì scorso Angela Merkel è andata a Kiev e si è incontrata con il presidente Petro Poroshenko. Un piccolo spot elettorale per l'oligarca dai rating bassi in vista delle presidenziali del prossimo marzo. La stessa cancelliera ha ammesso che pur non volendosi immischiare nelle questioni ucraine spera che l'attuale collaborazione prosegua allo stesso modo. Ad accoglierla all'aeroporto pure c'era Vitaly Klitschko, sindaco della capitale e da anni il prediletto della Cdu tedesca che attraverso la Konrad Adenauer Stiftung ha allenato i nuovi quadri europeisti.

Poroshenko e Klitschko sono i due vincitori del cambio di regime che ha spazzato il vecchio presidente Victor Yanukovich nel febbraio del 2014. Che Angela Merkel abbia avallato la rivoluzione di Kiev e quel passaggio tutt'altro che democratico è un dato di fatto, non solo una questione di prospettiva.

L'allora ministro degli esteri tedesco (oggi presidente) Frak Walter Steinmeier, insieme con i suoi colleghi francese e polacco, aveva controfirmato il compromesso tra Yanukovich e l'opposizione dopo il bagno di sangue di Maidan diventato però carta straccia di fronte alla volontà della destra radicale che voleva fare piazza pulita e appendere a piedi in giù il vecchio presidente. Klitschko a Maidan venne marginalizzato, Steimeier risalì in aereo e Berlino lasciò correre. I risultati sono noti.

Merkel è così tornata a Kiev, ha deposto i fiori al monumento dei caduti di Maidan come se fosse un'estranea ai fatti, quando le colpe di Berlino sono tali e quali a quelle dell'Unione e degli Usa. Aver favorito il regime change senza pensare alle conseguenze e mettendo a rischio la sicurezza continentale è stato un errore colossale. Mai ammesso, tanto meno elaborato. Non ci volevano dei geni della diplomazia per capire che la Russia di Vladimir Putin avrebbe reagito alla sua maniera.

La cancelliera tedesca, che tanto viene lodata a livello mainstream per essere l'artefice degli accordi di Minsk, continua sulla sua linea chiudendo un occhio sui disastri interni ucraini e scaricando ogni colpa su Mosca. Come Poroshenko, che altrimenti non può fare incalzato a ogni angolo dai nazionalisti di vario grado. Gli accordi di Minsk sono stati invece una vittoria per Putin, proprio perché relativamente generici e senza tempistica e nessuno a Berlino e Kiev vuole e può ammettere le proprie colpe.

Angela Merkel non ha fatto che combinare danni sul fronte orientale, schierandosi ideologicamente con Kiev, senza aver capito con chi aveva a che fare, sia in Ucraina che in Russia. I nodi verranno al pettine, prima o poi. Periodicamente si aprono spiragli di dialogo con Mosca, ma il rischio è che al Cremlino l'interesse non sia prioritario. A Kiev nella sua breve visita e durante i colloqui con Poroshenko e il premier Groysman la cancelliera non ha pronunciato la parola Crimea. Un caso o un segno?

EASTSIDEREPORT.INFO

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