Candid camera

10 Luglio Lug 2018 1209 10 luglio 2018

Thailandia sì, migranti no. Perché?

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Tutti a chiederci perché i dodici ragazzini thailandesi, imprigionati con il loro allenatore in una gigantesca grotta sotterranea, siano diventati un’attrazione planetaria, che fa trattenere il respiro ai popoli dei cinque continenti, mentre i ragazzini stipati sui gommoni in mezzo al Mediterraneo non se li fila nessuno e anzi, nessuno li vuole proprio. La domanda – sensata, per carità, sotto il profilo morale - presuppone una diffusa razionalità di giudizio, che non tiene conto della valenza simbolica di ciò che avviene nel mondo e che veniamo a sapere attraverso la poderosa macchina mediatica in cui siamo immersi.

La vicenda dei giovani calciatori imprigionati nella grotta tocca corde psichiche profonde, comuni a tutti i popoli: la fuoriuscita dalla caverna risuona come una colossale metafora della nascita, o meglio della ri-nascita, come nei più arcaici miti iniziatici, in cui l’eroe deve passare dal buio e dalla paura dell’ignoto, superare difficoltà, ostacoli e mostri, per poi tornare alla luce con una nuova consapevolezza di sé, finalmente iniziato alla vita adulta e pronto ad affrontare il proprio destino. L’uscita dei piccoli thailandesi, uno per volta, dal ventre della terra ci appare come il parto di una cucciolata in cui ci sentiamo tutti insieme una grande ostetrica collettiva, che accoglie alla luce questi adolescenti smagriti ed esili, destinati a divenire eroi.

Nel caso in questione, poi, i dodici ragazzini insieme al loro mentore richiamano i dodici apostoli riuniti intorno al Maestro, che infatti li ha aiutati a superare la lunga prigionia attraverso la meditazione, e dunque con un lavoro spirituale. Ma le risonanze sono molte di più: i dodici segni zodiacali, i dodici dèi dell’Olimpo, le dodici fatiche di Ercole, le dodici tribù di Israele, i dodici cavalieri della tavola rotonda, insomma, ce n’è abbastanza per veder squadernato un ampio repertorio simbolico e narrativo, capace di far vibrare popoli di tutto il pianeta, e infatti già si parla di girare un film sulla vicenda.

Ben diversa ci appare la massa sgangherata di migranti che si stipa sui gommoni per affrontare il mare in condizioni di estremo pericolo. Non riusciamo a vedere eroismo in questa fuga, nessuna narrazione simbolica, solo disperazione stracciona, mani che annaspano nell’acqua, occhi sbarrati, bocche spalancate per la fame. Quelli che ce la faranno, non diventeranno eroi, solo massa ulteriore di problemi, e persino di disagio e di fastidio. Se la Storia avesse una morale, ci si dovrebbe ricordare che per secoli sono stati i trafficanti bianchi ad andare in Africa a catturare i neri come fossero animali e a caricarli a forza sulle navi per rivenderli come schiavi nelle piantagioni di cotone e di tabacco americane. I neri non ci volevano andare, avrebbero preferito rimanere dove stavano, ma venivano presi e messi in catene e picchiati, violentati, domati. Anche adesso forse preferirebbero restare a casa loro, se la vita lì fosse possibile o almeno decente. Invece si imbarcano per venire qui, per raccogliere le briciole di ricchezza che i viaggiatori del Titanic Europa lasciano cadere dalla tavola. Quello che manca ai migranti è una narrazione, un apparato simbolico, un po’ di Hollywood. Ma ci arriveranno.

Twitter @eli_grandi

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