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13 Dicembre Dic 2018 2341 13 dicembre 2018

Perché gli economisti non hanno saputo prevenire la crisi

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Molto spesso parliamo di crisi, anzi a dire il vero questa parola è ormai costante nei nostri discorsi dal lontano 2008, ma non si parla mai del perché gli economisti non sono stati capaci di prevederla.

La domanda può sembrare di per sé banale, ma essendo stata posta dalla Regina Elisabetta agli accademici della London School of Economics, la questione banalità viene accantonata. Questo non solo perché viene posta dalla regina, ma anche e soprattutto perché viene rivolta agli economisti e ai futuri tali di una delle scuole più prestigiose d’Europa.

La battaglia degli Atenei

Si tratta di un grande circolo vizioso contro cui si stanno scagliando numerosi studenti provenienti da diversi atenei. L’istruzione economica è monopolizzata da una singola scuola di pensiero, quella che viene definita “economia neoclassica”. Ciò nonostante sono pochissimi gli studiosi che, pur lavorando all’interno di questa cornice, hanno saputo prevedere la crisi finanziaria. Questo concetto è stato spiegato anche dalla Post-crash economics society, associazione studentesca dell’Università di Manchester che è stata tra le prime a lanciare l’appello che ha poi avuto molto eco anche negli altri atenei europei. Queste parole hanno scatenato una richiesta globale per un ripensamento generale sull’insegnamento dell’economia.

L’associazione studentesca Post-crash ha messo al centro del dibattito accademico la necessità di introdurre un maggiore pluralismo nei corsi di studio di economia e sostiene l’importanza di affiancare all’insegnamento della scuola neoclassica anche teorie oggi tenute ai margini dal mondo accademico. Prima della crisi erano tutti d’accordo sul fatto che l’economia neoclassica avesse svolto un ruolo centrale nel risolvere molte delle grandi questioni economiche, ma ora i professori delle università non possono più giustificarne il monopolio e sostenere che questa abbia tutte le risposte. L’omogeneità crescente nei dipartimenti ha ridotto il dibattito e le voci critiche sono state emarginate. Oggi la capacità di confrontare e valutare criticamente le prospettive alternative deve tornare al centro dell’educazione economica e diventare una parte fondamentale del bagaglio dei giovani economisti.

L’esempio del gruppo di Manchester non è rimasto confinato all’Inghilterra. Da quella e da altre esperienze simili, in tutto il mondo, sono spuntati negli ultimi anni gruppi che si prefiggono l’obiettivo di allargare gli orizzonti degli insegnamenti economici. Riuniti in network internazionali come Rethinking Economics, si contano rappresentanze in quindici paesi occidentali e in dieci atenei del centro-nord solo in Italia, a dimostrazione di un’esigenza sentita in tutto il mondo accademico.

La mobilitazione dal basso ha ottenuto tanti consensi da riuscire a richiamare anche economisti di primo piano: il libro Econocracy (un titolo che richiama a un gioco di parole tra econo-pazzia ed econo-crazia) realizzato da uno dei fondatori della Post-crash economy society e che espone in maniera più strutturata le teorie del gruppo, ha ottenuto ad esempio l’endorsement tra gli altri di big come Martin Wolf, Vince Cable e Robert Skidelsky. L’economista, finalmente, si è accorto di essere nudo.

Gli economisti sono in crisi

Non è decisamente un bel periodo per gli economisti. La categoria è infatti in crisi. Bisogna però ammettere che è una categoria in grado di assumersi le proprie responsabilità e di non nascondersi dietro ad un dito; è stato proprio Haldane (chief economist della Bank of England) a fare una sorta di mea culpa pubblico all’Institute for government, confessando che attualmente le previsioni delle dinamiche economiche falliscono incontestabilmente.

Non è la prima volta che gli economisti entrano in crisi, anche perché spesso può accadere di non riuscire a prevedere le mosse del mercato che è di per sé molto mutevole. Questo accadde per la prima volta nel 1930 durante la Grande Depressione. Da quella situazione però gli economisti ne uscirono vincenti con le teorie di Keynes e la nascita della moderna macro-economia.

Di recente, un altro duro colpo alla già precaria autostima degli economisti è stata la Brexit. Quest’ultima ha confermato la fallacia delle previsioni economiche, innescando la violenta offensiva dei politici più euroscettici che insistono nel chiedere le dimissioni del governatore Mark Carney accusato di aver messo la BoE al servizio della politica pro-Ue. In realtà l'errore, peraltro condiviso da Ocse e Fmi, può essere sulla tempistica più che sull'esito finale del divorzio anglo-europeo. La maggioranza degli economisti britannici e non, continua a prevedere un impatto profondamente negativo della Brexit su Londra, ma a trarre in inganno è stata anche la politica. La confusione su “quale Brexit ?” in cui si crogiola il premier Theresa May e l'aver rinviato di otto mesi l'avvio del processo di recesso che tutti immaginavano avvenisse subito, sono elementi che hanno complicato la carte degli economisti, tranquillizzando – almeno sul breve - i consumatori che continuano a spendere, sostenendo una crescita che si giova di un pound indebolito. Proprio la tenuta dei consumi dal 2008 ad oggi, secondo Haldane, è uno dei comportamenti più “irrazionali” che gli economisti non avevano immaginato.

Come se tutto questo non fosse già abbastanza, lo scorso dicembre ha registrato nel Regno Unito l’attività economica più florida dell’ultimo anno e mezzo; e in generale l’economia britannica ha accelerato dopo il referendum sull’Unione Europea del 23 giugno scorso, anziché rallentare o addirittura crollare come pronosticavano molti analisti. Il pil, infatti, è cresciuto dello 0,3 e dello 0,6 % nei primi due trimestri del 2016, e dello 0,6 e dello 0,5 % negli ultimi due, cioè nei sei mesi successivi alla consultazione referendaria con cui la Gran Bretagna ha deciso di uscire dalla Ue. Tutta la categoria degli economisti è entrata in crisi, nessuno escluso: non solo alla banca centrale inglese ma anche al Fondo Monetario Internazionale, alla Bce, i comitati di premi Nobel e centri analisi della maggiori banche, avevano pronosticato il finimondo in caso di vittoria della Brexit e invece tutto è continuato come prima, anzi le cose sono perfino migliorate.

Cosa ne pensa Haldane

Haldane, il capo economista della Banca d’Inghilterra insiste che il suo è più un errore di tempistiche piuttosto che di sostanza, avvertendo che quest’anno l’inflazione si farà sentire nelle tasche dei consumatori britannici e che si prevede un rallentamento dell’economia nazionale nel 2017. La banca centrale inglese stima che nei prossimi dodici mesi la crescita sarà dell’1,4 % mettendo la Gran Bretagna all’incirca nella media del G7. Altri economisti continuano ad ammonire che la tempesta della Brexit non si è ancora verificata soltanto perché la Brexit non è ancora cominciata. La trattativa per l’uscita dalla Ue dovrebbe iniziare a fine marzo e durare almeno due anni.

Resta però che la maggioranza degli economisti prevedevano un'immediata flessione magari accompagnata da crolli delle borse, subito dopo il referendum, e non è accaduto nulla di tutto questo.

Una notevole correzione di rotta rispetto alle previsioni fatte prima del referendum britannico sull'Unione Europea del giugno scorso, quando l'Fmi pronosticò che, in caso di vittoria di Brexit (cioè del fronte per l'uscita dalla Ue), il Regno Unito sarebbe rapidamente caduto in una acuta recessione e ci sarebbe stato un crollo alla Borsa di Londra.

Pur ammettendo l'errore, il Fondo lo giustifica in due modi:

  1. Le azioni che sono state intraprese dalla banca d'Inghilterra dopo il voto, tagliando i tassi d'interesse e permettendo alle banche di avere più denaro da prestare, hanno aiutato a mantenere la fiducia nell'economia britannica.
  2. Era poi doveroso, in secondo luogo, segnalare il pericolo di una ricaduta economica in caso di Brexit, peraltro prevista non soltanto dall'Fmi ma da tutti gli altri più prestigiosi barometri economici, dalla Banca Centrale Europea a fior di premi Nobel.

In realtà è possibile, se non addirittura certo, che il Fondo abbia sbagliato soltanto i tempi ma non la sostanza della sua profezia, come sostiene anche Haldane. L'economia britannica non ha patito Brexit, affermano gli analisti della City perché Brexit non l'ha ancora morsa. Certo, a Londra ottimismo e fiducia sono rimasti, sostenuti dalla politica della Bank of England e paradossalmente da un fenomeno negativo, il calo della sterlina che favorisce le esportazioni di prodotti britannici. Ma quando fra due o tre anni gli effetti di Brexit si faranno sentire, le conseguenze verranno avvertite nell'economia reale; allora è probabile che saranno dolori, mentre qualcuno ricorderà: l'Fmi l'aveva detto.

Del resto lo stesso ministro del Tesoro britannico, Philip Hammond, ha paragonato l'economia nazionale a un ottovolante. L'indice Ftse 100 della borsa di Londra sfonda quota 7100, il livello più alto degli ultimi 17 mesi; ma la sterlina, già scesa ieri al cambio più basso degli ultimi 3 anni con l'euro, precipita al cambio più basso degli ultimi 31 anni con il dollaro. Non bisognerà attendere all'infinito per scoprire se la corsa del pil britannico, a causa di Brexit, finirà per andare su o giù.

Prima del voto

Prima del voto per la Brexit gli inglesi hanno sentito i diversi pareri degli esperti sulle situazioni a cui sarebbero andati incontro uscendo dall'Unione Europea. Quello che si è percepito è stata una poca tolleranza nei confronti degli esperti. Questa poca tolleranza, che si potrebbe anche definire come "rabbia", deriva dal fatto che molti elettori danno poco valore alle opinioni di chi non li ha avvertiti rispetto al rischio di una crisi finanziaria nel 2008. Questo, unito al sospetto che molti economisti siano stati influenzati dall’industria finanziaria, (ipotesi che ha dato anche vita al film del 2010 “Inside Job”) non è stato ancora dissipato. I cittadini sono arrabbiati rispetto a ciò che considerano come un tradimento da parte degli intellettuali. Ovviamente, gli economisti e chi ha conoscenze specialistiche in altre discipline, sentono queste accuse come ingiuste in quanto solo pochi di loro si sono focalizzati sugli sviluppi del contesto finanziario, mentre è stata intaccata seriamente la credibilità di tutti. Ma dato che nessuno si è dichiarato colpevole per le sofferenze causate dalla crisi, la colpa è diventata collettiva.

Questa seconda spiegazione è legata alle politiche sostenute dagli esperti che sono spesso accusati di non essere imparziali e non per chissà quale interesse nascosto ma proprio per la loro onestà intellettuale. Sono infatti i primi a sostenere la mobilità, il lavoro tra i diversi paesi, l'apertura al commercio e alla globalizzazione in tutti i suoi aspetti. Non tutti gli economisti sono a favore di quanto detto, ma la maggior parte è più incline a sostenerne i vantaggi rispetto ai comuni cittadini. Gli esperti enfatizzando i vantaggi dell'economia aperta, per contrasto trascurano o minimizzano gli effetti di questa sulle specifiche professioni e sulla comunità tutta e sono spesso portati a considerare l'immigrazione come un netto vantaggio per l'economia ma non si concentrano sulle conseguenze che derivano per i lavoratori, che avranno sempre stipendi più bassi o per le comunità che si trovano davanti ad una mancanza di alloggi accessibili (e non solo per il prezzo), a scuole sovraffollate e ad un sistema sanitario sovraccarico. La colpa che i cittadini, gli elettori, danno agli esperti è quella di essere indifferenti ai loro bisogni. Questa critica è giusta perché si attacca ad una deviazione professionale degli economisti, quella di vedere sempre le questioni in termini di aggregato, ad avere una prospettiva di medio termine e a presumere che i mercati lavorino in modo sufficientemente adeguato da assorbire un’ampia parte degli shock negativi. La loro prospettiva si scontra però con quella delle persone comuni che guardano di più alle questioni legate alla distribuzione che hanno degli orizzonti temporali diversi (spesso più brevi) e guardano con sospetto i comportamenti dalle tendenze monopolistiche.

Per sanare questo malcontento da parte dei cittadini, gli economisti (e più in generale gli esperti) dovrebbero recuperare la loro fiducia ascoltando queste preoccupazioni, evitando di impartire sempre lezioni e soprattutto dovrebbero ampliare la loro visione, smettendo di vedere le questioni in termini di aggregato. Se gli esperti riuscissero a sostenere le loro prospettive politiche con prove evidenti piuttosto che con dei preconcetti, la situazione migliorerebbe di sicuro.

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