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15 Marzo Mar 2019 1330 15 marzo 2019

Il mercato gluten free: le città italiane in pole position

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Spesso viaggio da solo, questo facilita non di poco l’organizzazione globale delle mie vacanze. A dirla tutta, la settimana scorsa sono stato fuori città con un amico per un incontro di lavoro: Milano è pur sempre il perno centrale dell’economia italiana (soprattutto digital, ormai). Il punto non è strettamente questo! Milano è il centro anche della multiversità sociale, della tolleranza delle minoranze, dell’accettazione totale di culture, usi, costumi e abitudini differenti: insomma, una città internazionale, europea per davvero.

Da cosa nasce questa riflessione?

Il mio amico/collega è celiaco, abbiamo trascorso tre giorni insieme, passato oltre 72 ore a stretto contatto e condiviso tutte le pause, dunque abbiamo fatto colazione, pranzo e cena insieme cercando, per forza di cose, ristoranti e take away gluten free.

Ho scoperto un mondo quasi “parallelo” di imprese, imprenditori, clienti e mercati che vivono di vita propria e si alimentano in un terreno incredibilmente fruttifero. Non avrei mai immaginato che il glutenfree, il servizio alimentare per celiaci, fosse un mercato così fitto e variegato. La cosa che in effetti mi ha maggiormente sconvolto è la grandissima quantità di persone non-celiache che frequentano questi ristoranti specifici.

Ma analizziamo il fenomeno più da vicino.

Holidu è un sito che offre ricerca case vacanze che sta affermando la propria posizione (a dire il vero già affermata) e che ha stilato una classifica da cui è emerso che le città con più alta densità di ristoranti glutenfree sono Firenze, Venezia e Siracusa. Milano non c’è tra le prime tre, e questo mi rende perplesso vista la fitta rete di punti ristoro che noi abbiamo trovato. Invece Firenze, per esempio, è saldamente in vetta con 500 ristoranti con menù senza glutine, Venezia ne ha ben 10 ogni 10mila abitanti, Siracusa ha un 8,7% di ristoranti e bar che propongono alternative senza glutine. Bergamo, Cagliari, Verona, finalmente Milano, Rimini, Salerno e Bologna a seguire.

Fuori dall’Italia il business aumenta, incrementa, raggiunge ritmi (per la mia ristretta esperienza) elevatissimi: Portogallo e Regno Unito sono in testa alle classifiche europee: discutendo di questo con un amico che vive nella città di Londra ho potuto infatti appurare che nella capitale dell’economia europea è possibile non solo trovare ristoranti e bar per celiaci a ogni angolo, ma che anche i supermercati, i take away, le boutique alimentari, i negozi di altro genere, hanno un mini-frigo con dentro sandwich, vasetti, inscatolati glutenfree.

La riflessione più ovvia, vista anche la mia deformazione, è quella che mi sorge riguardo l’aspetto economico della cosa. Ho sollevato la questione già all’inizio del post e adesso mi sembra giusto analizzarla più attentamente. Al contrario di quanto si creda, cioè che le città avanzate siano quelle che vadano verso le necessità di tutti, anche delle minoranze, io voglio dire in modo freddo che le città più avanzate sono quelle che vanno verso l’economia delle minoranze: tutte quelle città che hanno capito a tempo debito che le nicchie rappresentano uno sprint da cogliere al volo per le economie locali, fin dall’alba dei tempi. Aprire un ristorante va da sé che sia un’impresa oltre costosa dal punto di vista economico anche sotto il profilo relazionale, sono infatti moltissimi i ristoranti tradizionali presenti su qualsiasi territorio cittadino; aprirne uno che sia gluten free (o anche vegan) rappresenta certo una sfida per quanto riguarda l’inserimento all’interno delle dinamiche produttive ma sicuramente, forse ancora per poco, uno sforzo minore per la collocazione del proprio brand in un mercato ancora in forte sviluppo.

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