Croce e delizia
30 Settembre Set 2018 1125 30 settembre 2018

Il tributo della Biennale al geniaccio di Frank Zappa

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Non risulta che la Biennale di Venezia abbia, per l’accettazione e il ritiro dei suoi premi, le severe regole in uso all’Accademia di Svezia per il Nobel Letteratura (almeno, prima della recente catastrofe). È possibile quindi che il Leone d’oro alla carriera di quest’anno – settore Musica – sia già stato impacchettato e stia viaggiando alla volta di qualche segreto indirizzo del suo titolare, il pianista Keith Jarrett. L’assegnazione ha avuto il suo risalto mediatico, quando è stata resa nota (https://www.cesaregalla.it/2018/02/24/keith-jarrett-il-leone-stravagante/). Poi le cose sono andate come non era improbabile, anzi era assai possibile: forfait del pianista, svanimento dell’idea di un incontro veneziano durante il quale, chissà, sarebbe potuta accadere musicalmente qualsiasi cosa; infine, minimizzazione progressiva su locandine e programmi.

Oggi Jarrett aleggia sulla Biennale come un’idea. Poche paginette sul librone che fa da catalogo e nulla più. E forse in questa estemporaneità c’è qualcosa di conseguente al fatto che stiamo parlando di uno dei protagonisti della musica improvvisata del secondo Novecento. Il premio continua a sembrarci un’idea stravagante, non perché soggetta ai rovesci contingenti che si sono puntualmente verificati, ma per la scelta di premiare con il massimo riconoscimento un genere – l’improvvisazione – per definizione sfuggente, erratico, soggetto alle particolarità del contesto e poi alle traiettorie del marketing. Come vedi caso dal 1975 è accaduto per Jarrett, salito sulla cresta dell’onda per il celeberrimo Concerto di Colonia e lo tsunami delle relative vendite discografiche, non per una attività compositiva di particolare sostanza.

Tutto il contrario di Frank Zappa. Al punto che l’effettiva inaugurazione della Biennale – l’esecuzione dell’ultimo lavoro del compositore americano di origini italiane, Yellow Shark – ha avuto alla prova dei fatti l’intenso sapore di una vivace antitesi creativa e di pensiero rispetto a Keith Jarrett, portando il pubblico che stipava il teatro Goldoni in un mondo musicale radicalmente diverso, comunque lontano. E molto più intrigante.

Per una singolare ma forse non casuale circostanza, tutto questo assume coordinate geografiche europee, anzi tedesche. Colonia 1975, la grande affermazione di Jarrett; Francoforte 1992, l’ultima creazione di Zappa, ormai condannato dal cancro (morirà di lì a un anno, non ancora cinquantatreenne). Yellow Shark è una vera e propria suite per orchestra di mobilissima connotazione timbrica e di formidabile spessore ritmico, un affresco pop dalle multiformi chiavi di lettura, che offre una feroce satira dell’America degli anni Ottanta e insieme un sapiente esempio di scrittura creativa, che permette di ragionare su quello che in definitiva bisogna considerare lo stile ultimo di questo estroso, sorprendente, sofisticato eppure altamente comunicativo compositore. Fra l’altro, l’esuberanza della scrittura a tutta orchestra è soltanto una delle “strategie” di Zappa. Gli episodi cameristici sono numerosi, talvolta per quartetto o quintetto d’archi, talvolta per soli fiati con soluzioni di immediata seduzione nonostante la libertà della scrittura armonica, lontana da rassicuranti sponde diatoniche, talvolta con le percussioni a disegnare panorami ritmici franti e ardui. Il risultato è un “patchwork” di affascinante unità ideale, che risulta insieme omaggio agli amati Varèse e Stravinskij e personalissima rielaborazione di uno stile nel quale l’eco di certe atmosfere rock si combina con il riverbero vagamente caricaturale di un certo spirito da big band jazzistica, e può concedere qualche spazio alla verve improvvisativa. Alla fine, però, quello che conquista è il rigore strutturale del pensiero dentro alle piccole forme sgranate lungo tutta l’opera, e insieme la sua vibrante libertà. E l’evidente consapevolezza culturale che rende Frank Zappa un rappresentante significativo non semplicemente della musica del secondo Novecento, ma anche dei rapporti che legano musicalmente il Vecchio e il Nuovo Mondo. Un simbolo, insomma, di come la modernità si configuri davvero solo “Crossing the Atlantic”, come dice il titolo della rassegna ideata da Ivan Fedele. In quanto tale, del tutto meritevole di un’ideale Leone d’oro alla memoria.

L’esecuzione al Goldoni è stata di particolare risalto grazie alla qualità strumentale e alla sensibilità musicale del PMCE (Parco della Musica Contemponranea Ensemble) diretto con duttile efficacia da Tonino Battista. Ciascuno dei 25 esecutori, e non meno di loro il direttore, si è proposto con resa tecnica di virtuosismo solistico e allo stesso tempo con la nonchalance beffarda che lo spirito di questa composizione impone, anche nei gesti e nella presenza scenica. Un taglio, questo, che ha avuto nel performer David Moss, impegnato nelle parti recitate previste in partitura (Food Gathering in Post-Industrial America e Welcome to the United States), un interprete di tagliente ironia e notevole capacità di coinvolgimento.

Successo senza ombre.

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