Croce e delizia
20 Ottobre Ott 2018 1133 20 ottobre 2018

Semiramide alla Fenice, Rossini fra passato e futuro

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Nell’Anno Rossiniano, la Fenice lucida uno dei più preziosi gioielli di casa, Semiramide. Il magnifico e completissimo manoscritto autografo, restaurato nell’occasione con il contributo di Assicurazioni Generali – Valore Cultura, esce dall’Archivio Storico per fare bella mostra di sé alle Sale Apollinee. Negli stessi giorni, l’opera torna sulla scena da cui spiccò il volo nel febbraio del 1823, ultima composta da Rossini su commissione di un teatro italiano. Subito dopo, sarebbe iniziata la stagione francese.

L’occasione è speciale. Lo è sempre, del resto, a proposito di Semiramide, visto che la sua storia esecutiva, nonostante la Rossini Renaissance, rimane quella di un capolavoro riconosciuto ma difficile, non solo per le siderali difficoltà riservate agli interpreti vocali ma per le sue stesse caratteristiche di genere: si parla di un’opera seria, anzi tragica, con la quale Rossini sembra voler tornare non solo e non tanto alle sue origini (Tancredi nacque alla stessa Fenice nel 1813, dieci anni prima), ma all’essenza stessa del dramma per musica all’italiana nel Settecento. In realtà si tratta di qualcosa di unico e irripetibile, un’immensa partitura dalle torniture formali perfette e dilatate, indirizzate verso territori musicali mai prima raggiunti e mai in seguito ripercorsi dal loro autore. Come ha scritto Philip Gossett, il musicologo americano curatore dell’edizione critica insieme ad Alberto Zedda, «più che restaurare un mondo passato, il compositore costruì un’immagine ideale di qualcosa che non era mai esistito». Ma del quale, si può aggiungere, il melodramma ottocentesco italiano avrebbe fatto una sorta di incunabolo dello stile romantico. E senza il quale, il percorso che porta a Bellini, Donizetti e Verdi avrebbe avuto forse altri sviluppi.

L’unicità di Semiramide consiste anche nel ricorso all’estetica del belcanto con una densità inaudita rispetto anche a tanta parte della produzione rossiniana in Italia: antidealistico per definizione, questo stile vocale così astratto si cala dentro a una drammaturgia stringente ed emozionante come raramente in Rossini (decisivo il nitido libretto di Gaetano Rossi da Voltaire, la stessa “coppia” del Tancredi), nello stesso tempo esaltandola e sublimandola. In questo modo, può accadere che la lunga e magistrale collana di Arie e Duetti di cui l’opera consiste (gli unici insieme sono nell’Introduzione e nei due Finali d’atto) assuma un peso teatrale inedito e inaudito. Qualcosa che travalica la poetica rossiniana tipica, votata a creare con la musica una sorta di “atmosfera morale” relativa a ciò che accade in scena, e rende questa atmosfera viva e coinvolgente, in qualche modo di una modernità sorprendente.

Fra classicismo e sguardo rivolto a un orizzonte ancora lontano, Semiramide rappresenta anche un problema di regia. La presente produzione della Fenice è affidata a Cecilia Ligorio, giovane talento teatrale veronese in rapida ascesa, che sceglie la strada della essenzialità decorativa e della forza espressiva giocata in forti contrasti e lungo l’arco lungo dell’intera partitura. Così, il primo atto – quello che fino all’apparizione in stile graphic novel dell’ombra del re Nino “carica” gli elementi fatali della tragedia – è dominato dalle tinte dorate dei fondali, dall’eleganza dei pochi elementi scenici (fiori, arredi sacri) “animati” da nitidi e ben eseguiti movimenti coreografici e mimici (firmati da Daisy Ransom Phillips). Il secondo atto invece (le scene sono di Nicolas Bovey) delinea da subito e fino in fondo un clima quasi espressionistico: nero assoluto dominante, anche nei costumi un po’ caricaturali, comprensivi di cappello e veletta da lutto, con cui è abbigliato il coro (li firma Marco Piemontese); scena quasi completamente spoglia, tranne una piattaforma circolare al centro, luci taglienti, recitazione spesso sopra le righe, talvolta perfino grottesca, spesso realistica in modo forse un po’ troppo accentuato.

Nell’insieme, lo spettacolo “interpreta” ben oltre la sua essenzialità – a partire dalla figura del gran sacerdote Oroe, cieco come un Tiresia ante litteram per una storia nella quale del resto l’archetipo edipico e quello amletico si intersecano – e non è privo di forzature, ma non perde mai la barra del rapporto con la musica e il canto. E anzi, riesce a sottolineare l’intrinseca forza drammaturgica della partitura con un’efficacia che alla fine risulta piuttosto convincente.

L’esecuzione era affidata alla bacchetta di Riccardo Frizza, che fin dalla monumentale e straordinaria Sinfonia ha fatto intendere come avrebbe dipanato la vastissima materia musicale: teatrali sfumature dinamiche nel fraseggio, energia nei tempi, brillantezza nei colori, sottigliezza nelle ampie e importanti aperture patetiche e/o sentimentali, impulso ritmico decisivo non solo per dare ragione della temperatura espressiva delle cabalette. Una Semiramide accuratamente rispettosa dell’equilibrio nella sue vastissime proporzioni, quella di Frizza, secondo dettato musicologico: non il minimo taglio, quasi quattro ore di musica.

Compagnia di canto con vari importanti apporti di giovani interpreti, certamente apprezzabile. Nel ruolo del titolo, l’esperta Jessica Pratt ha fatto valere la facilità ben controllata a svettare sull’acuto più che la ricchezza espressiva dei centri, risultando di impeccabile precisione nell’agilità. Al suo fianco, Arsace en travesti, il non ancora trentenne contralto Teresa Iervolino ha messo in evidenza un bel colore scuro e una sicura efficacia belcantistica, venendo a capo con precisione della coloratura da capogiro che Rossini riserva alla parte, pur palesando a tratti la necessità di irrobustire l’emissione. Il basso Alex Esposito, rossiniano di vaglia, ha disegnato un Assur di irruente tensione espressiva, talvolta scenicamente sopra le righe, con voce piena, ben timbrata, duttile. Molto positiva anche la prova del tenore Enea Scala, che ha dominato l’impervia parte del principe Idreno, svettando sull’acuto con naturale eleganza mai disgiunta dalla incisiva efficacia del fraseggio in tutte le zone della tessitura. Ieratico e sofferto l’Oroe disegnato da Simon Lim, a posto i comprimari Marta Mari (Azema) ed Enrico Iviglia (Mitrane); l’ombra di Nino aveva la voce torrenziale di Francesco Milanese, che cantava in quinta mentre il fantasma si aggirava minaccioso fra i personaggi. Positiva nella ricerca di sfumature ed efficace nel dialogo con le voci soliste, sempre molto stretto, la prova del coro istruito da Mario Marino Moretti.

Teatro esaurito, consensi ripetuti a scena aperta, alla fine grandi applausi per tutti.

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