Croce e delizia
28 Novembre Nov 2018 1246 28 novembre 2018

Il "Macbeth" freudiano di Michieletto contestato alla Fenice

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Non c’è Storia, né politica. Non ci sono complotti e il soprannaturale è ricondotto ai fantasmi della mente. Per chiarire l’impostazione, lo spettacolo si svolge in un vuoto tecnologico che può addirittura far pensare a certi film distopici di fantascienza. Vi si muove una borghesia disorientata e senza motivazioni, come s’incaricano di chiarire gli abiti da cocktail party che tutti indossano, dissonanti rispetto agli accadimenti sempre più cupi. I più disorientati, naturalmente, sono i protagonisti, incapaci di elaborare il trauma della loro vita di coppia, la peraltro misteriosa perdita della loro bambina. Lui delira, vede cose che non ci sono, i bambini degli altri sono un tormento, il pensiero della sua un cuneo rovente conficcato nella mente. Lei sembra più quadrata, ma rifiuta gli psicofarmaci che il medico cerca di farle prendere e ben presto cadrà pure lei vittima di allucinazioni.

Per Damiano Michieletto, così è Macbeth, l’opera del primo incontro di Verdi con Shakespeare. Un integrale rovesciamento dei motivi che il Grande Bardo porta a perfezione tragica, e che inducono il musicista non ancora uscito dagli “anni di galera” (il melodramma – rivisto definitivamente nel 1865 – risale al 1847, ben prima della “trilogia popolare” della grande affermazione) a una partitura di ruvida concentrazione drammatica, primo vero trionfo della “parola scenica”. La rilettura del regista veneziano – spettacolo posto ad inaugurare la stagione operistica della Fenice – trasferisce esclusivamente sul piano personale motivi ed eventi che invece nella tragedia come nel melodramma verdiano sono il frutto di una profonda interazione fra il soggettivo dei caratteri e l’oggettivo della storia, riassumendosi in una potente e sconvolgente riflessione sul tema del potere. Come se Shakespeare fosse visto con la lente di Ibsen e Verdi non avesse alcun ruolo nell’esaltare i motivi profondi del testo originale. Nel quale, certo, compare ma subito sparisce il dettaglio minimo della figlia che non c’è. Tanto è vero che nel libretto di Francesco Maria Piave non se ne fa proprio cenno.

Ma tanto basta a Michieletto per costruire il suo Macbeth in chiave freudiana, psicanalitica: la narrazione scenica di un lungo delirio, le cui cause finiscono per apparire senza presupposto, se tutto il resto – e specialmente, va ribadito, la conquista del potere – finisce per essere non solo sottovalutato, ma proprio ignorato. Perché gli inevitabili passaggi (detti e cantati dai personaggi in scena, suonati dall’orchestra con un linguaggio del tutto nuovo per Verdi, denso di colori, irto di cromatismi) in cui si progettano e si realizzano usurpazioni, regicidi e stragi a catena sono d’ufficio ricondotti a un privato che per quanto sanguinariamente patologico non motiva proprio nulla. E comunque, di sangue in scena qui non se ne vede mai, sostituito se proprio occorre da una densa vernice bianca.

Regista di punta nell’opera contemporanea, sempre disposto a mettersi interamente in gioco con le sue fascinose e non di rado controverse “rivisitazioni”, comunque di indubitabile spessore culturale, Michieletto gioca qui una scommessa azzardata. Lo spettacolo è come sempre di grande qualità, ma non incide oltre la sua algida cerebralità, non “impasta” la drammaturgia ancora intermittente ma rapinosa di Verdi con la tensione tragica che deriva da Shakespeare e che Verdi così bene intuisce.

Come sempre determinanti, comunque, risultano le scene di Paolo Fantin, che lascia vuoto lo spazio per costruire ai suoi lati, a mo’ di quinte ipertecnologiche, una struttura dai riflessi d’acciaio che contiene in sé un sistema di segmenti luminosi, abilmente gestiti dal light-designer Fabio Barettin, il quale lavora altrettanto bene con i velari in nailon che attraversano la scena stessa, pronti a essere stracciati o sollevati, consentendo suggestioni d’immagine quasi da teatro d’ombre. E i costumi disegnati da Carla Teti, di squisita eleganza specialmente quelli femminili, un po’ in stile anni ’50, sono come sempre decisivi nel delineare lo straniamento della lettura registica.

Né si può fare a meno di rilevare la puntigliosa coerenza in nome della quale la foresta di Birnam del grandioso finale viene “raccontata” visivamente da Michieletto con una selva di altalene rosse che calano dall’altro sorrette da catene, ultima proiezione delirante della follia di Macbeth. Il quale del resto, ogni volta che va a incontrare le streghe si trova di fronte tre eleganti bambine con vestitino rosso, mentre tutto intorno un coro di senza volto va spargendo profezie e incubi. Momenti di indubbia suggestione, ma fini a se stessi e perfino calligrafici, dentro a un’opera che invece Verdi voleva ruvida e “sporca”, oltre che cattiva.

Alla fine, la comparsa a proscenio di Michieletto è stata salutata da un dissenso molto evidente e assai severo, che ha un po’ incrinato il successo senza ombre decretato per tutti i protagonisti musicali della serata.

Sul podio c’era Myung-Whun Chung, mai prima alle prese con questa partitura. Lettura fiammeggiante, la sua, se vogliamo verdianamente non troppo rifinita, con grandi contrasti nei tempi, nei colori, in un fraseggio senza mai momenti di stasi, sempre pensato al servizio della drammaturgia musicale. A costo di qualche imprecisione. Nel cast giganteggia il Macbeth dello specialista Luca Salsi, che ha la voce giusta e anche la linea vocale per dare tutto lo spessore sofferto, anzi devastato, di un personaggio la cui grandezza deriva dalla sua abiezione di usurpatore suo malgrado. Vittoria Yeo è un soprano lirico di bella voce e di espressione elegante. Troppo bella, troppo elegante, probabilmente, per un ruolo per il quale Verdi prescriveva una voce “brutta”. Di fatto, oltre la qualità mancava il giusto peso drammatico, a cui solo in parte ha sopperito una predisposizione scenica di precisa adesione alla linea registica. Banco è stato un intenso Simon Lim, di buona evidenza vocale, Macduff uno Stefano Secco di commossa presenza prima di finire nella mattanza ordita dal protagonista. Positivo il folto gruppo dei comprimari (Elisabetta Martorana, Marcello Nardis, Armando Gabba, Antonio Casagrande, Emanuele Pedrini, Umberto Imbrenda), molto efficace il coro istruito da Claudio Marino Moretti, acclamato dal foltissimo pubblico al suo passo cruciale, il celebre “Patria oppressa” all’inizio del quarto atto. Peccato solo che parlare di patria, nello spettacolo di Damiano Michieletto, suonasse davvero strano.

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