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23 Marzo Mar 2018 2105 23 marzo 2018

RELOCATED IDENTITIES, un viaggio per documentare chi i documenti non li ha

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Giordania. Un paese apparentemente calmo, dove nulla sembra accadere, al di la di turisti che da Amman cercano un weekend di evasione tra i fanghi del Mar Morto e le rovine di Petra, per poi passare avventurose notti in tenda nel canyon di Wadi Rum. Poi c’e’ Zaatari, il più raccontato tra i campi profughi, esemplare città che offre rifugio a circa 80.000 Siriani, dove possibilità economiche e accoglienza si intrecciano per restituire una parvenza di vita normale a chi di alternative non ne ha.

Durante il mio viaggio in Giordania insieme agli operatori di INTERSOS, ho visto un’altra realtà. Solo il 20% dei rifugiati Siriani nel paese vive in campi profughi e le condizioni all’interno dei campi non sono quelle che ci vengono generalmente mostrate. Il restante 80% si e’ stabilito in aree urbane e rurali, ovvero in ITS, piccoli insediamenti di tende su terreni privati. Gli ITS sono illegali, ma tollerati dal governo giordano. Sono le famiglie stesse a prendere accordi con i proprietari terrieri, a stabilire il costo di acqua, elettricità e lavoro della terra in base alle stagioni, ai raccolti, alla sicurezza dell’area.

Ho compreso questo scelta di vita nomade dopo essere stata ad Azraq, un campo costruito nel mezzo del deserto, tra un’area militare e il confine con l’Arabia Saudita. Da Azraq ci vogliono almeno due ore di macchina per raggiungere la prima città, le temperature e la polvere rendono il percorso particolarmente ostile. Sull’unica strada appena asfaltata, cartelli vietano di scattare fotografie. Azraq, mi e’ stato spiegato, e’ il campo in cui vengono deportati i Siriani privi di documenti.

La mancanza di documenti e’ la chiave di lettura che permette di comprendere quello che succede in Giordania e, per estensione, quello che vediamo accadere in Europa. E’ un tema complesso, apparentemente solo burocratico, che comporta conseguenze tangibili. Stiamo qui parlando di due tipi di documenti: quelli legali - e quindi la registrazione all’UNHCR e una tessera rilasciata dal ministero degli interni; e quelli civili - e quindi i certificati di matrimonio, di nascita, di morte. Ogni documento e’ strettamente connesso all’integrità della persona.

Senza i primi, l’individuo non esiste per il governo e quindi non esiste per le ong e quindi non ha accesso a servizi, scuole e ospedali. E’ privato della propria identità, della possibilità di assicurarsi non solo un futuro ma anche un presente.

Senza i secondi, l’individuo e’ privato della libertà di movimento, motivata da una paura dei controlli da parte delle autorità e quindi dalla paura di essere deportati nei campi, e quindi dalla paura di essere separati dalla propria famiglia. Il 93% dei rifugiati, secondo un report di INTERSOS, ha paura di muoversi se privo di un solo documento. Da qui la scelta di vivere in aree remote e di accettare sistemazioni precarie. Il senso di frustrazione per tali condizioni di vita aumenta il desidero di lasciare il paese.

RELOCATED IDENTITIES vuole restituire una identità ad ognuna di queste persone, vuole dare voce alle loro paure, esperienze, motivazioni.

Il progetto, con le fotografie di Alessio Cupelli, qui: relocatedidentities.intersos.org oppure il prossimo 4 aprile alle Officine Fotografiche di Milano.

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