Exploding Africa
19 Marzo Mar 2019 1122 19 marzo 2019

Una Via della Seta Molto Ingarbugliata

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Container Provenienti Dalla Cina

A pochi giorni dalla firma di un protocollo d’intesa dell’Italia con la Cina per la nuova Via della Seta, ci fermiamo un attimo per capire se quella firma sarà un bene, un male o un casino. Per analizzare la situazione, partiamo dall'Africa, che di questa via è e sarà un tassello importante.

La Cina è presente in Africa da tempi non sospetti (dagli anni ‘70 in poi) con un meccanismo che potremmo definire di “soldi contro politica”: ha fornito aiuto alle prime indipendenze africane, che poi le è stato ricambiato in sede ONU, in occasione di inadempienze sociali e democratiche. In questo modo, nel disinteresse del mondo, il gigante asiatico ha continuato a difendere regimi indifendibili, a schierarsi con tiranni crudeli, a sostenere cause malvagie per decenni, fino a quando, arrivando ai giorni nostri con una ricchezza non indifferente, ha iniziato la politica dell’aiuto finalizzato, industriale e di sicuro ritorno.
Dambisa Moyo, la più nota economista africana, nel suo ultimo libro apprezza la scelta della Cina:
“gli aiuti a pioggia (ndr: quelli europei) significano sottrarre risorse dalle tasche dei poveri nei paesi ricchi per infilarle in quelle dei ricchi dei paesi poveri”.
La ricetta della Moyo per aiutare il suo continente consiste nello sviluppo di relazioni di commercio e lavoro, così come sta facendo la Cina: infrastrutture contro soldi, risorse contro aiuti, know-how contro denaro contante.
Oggi la Cina aggiunge al piatto la Via della Seta: un tramite infrastrutturale e politico tra l’Europa e il gigante giallo. L’Europa, come spesso accade, si muove in modo scoordinato verso questa nuova via per la Cina e verso l’Africa, che di quella via è il passaggio obbligato.
Macron si è subito dato da fare in autonomia e, tra un sabato di gilet gialli e l’altro, è volato a Gibuti (ex colonia francese, anche se dimenticata), in Etiopia e in Kenya, mettendo sul tavolo 2,5 miliardi di euro a sostegno di 10.000 start up e di piccole e medie imprese. Nonostante i dubbi su dove e come troverà 10.000 start up, la mossa è giusta: diventare un concorrente del gigante cinese nel Corno d’Africa. La mossa è ancora più indovinata per la Francia, che dell’Africa, al momento, conduce le fila della sponda occidentale.
La Gran Bretagna, altra nazione con molti interessi per il Corno d’Africa, è troppo occupata nella sua lotta fratricida che la sta riportando indietro, ai tempi degli York e dei Lancaster: Brexit sì o Brexit no? E l’Europa sta a guardare, cercando di capire se è possibile tenere il piede in due scarpe (se è giusto, se è doveroso, se è etico) e lasciando fare alle singole nazioni. Tanto, a breve, ci saranno le elezioni.
Gli USA fanno la voce grossa sperando in un rifiuto netto; cosa strana dopo che Trump, negli ultimi anni, ci ha apertamente sbeffeggiato. Intanto, la Cina tesse la tela: possiede il 15% del PIL mondiale, ha un solo capo, non deve rispondere a nessuno (e già questo dovrebbe far pensare).
L’Italia si è dilaniata tra gialli (grillini) che vogliono la Cina e verdi (Lega) che vogliono Trump (ma non erano con Putin?). Siamo tutti in attesa del nuovo cavillo di Conte che, come un prestigiatore, tirerà fuori dal cappello un sì, che, poi, sarà un no.
Tuttavia, dopo tutti questi ragionamenti, dobbiamo far notare una cosa, di cui Xi Jinping non si è accorto o non è consapevole: se tutto va bene, miliardi di merce arriveranno a Trieste e troveranno un bel porto ad accoglierle, ma, poi, non troveranno strade adeguate allo smistamento. Tutto potrebbe rimanere bloccato per sempre a Trieste.
Non vorrei che la storica Via della Seta, per un dettaglio, finisse in una barzelletta all'italiana.
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