Generazione Antigone
11 Dicembre Dic 2018 1318 11 dicembre 2018

Amazon ha dichiarato guerra alla mediazione. E i populisti esultano

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Ero indeciso se parlare del "nuovo asse Roma-Berlino" o di Gesù Battista del Guatemala che torna il 24 dicembre insieme a 5 stelle comete. Poi ho capito che la notizia del giorno era un’altra. E, come quasi sempre accade, arriva dagli Stati Uniti, dove Amazon si prepara a lanciare su larga scala negli aeroporti americani la sua catena di negozi senza casse né cassieri. Una sorta di supermercato fai da te interamente gestito, controllato e amministrato dal tuo smartphone. Zero personale, nessuna intermediazione umana. E la promessa, sottintesa (ma neanche troppo), di un mondo in cui tutto è a portata di mano.

Letta così, non è né una bella né una cattiva notizia. È un semplice dato di fatto. Persino troppo comodo scomodare il "nonluogo" di Marc Auge o conturbanti scenari alla Black Mirror. Per quanto la tentazione sia forte, affannarci a esprimere un giudizio morale non ha più senso che tentare di rianimare la sinistra o provare a sollevare noi stessi per i capelli. Scomodare l’etica non è mai una buona idea quando si parla di bilioni di dollari: si corre il rischio di sembrare intelligenti.

Non so se è chiara la dimensione del campo da gioco: stiamo parlando di una catena planetaria che, nel giro di un decennio, potrebbe mandare in cantina non solo camerieri e commessi ma il concetto stesso di mediazione. All'improvviso non solo l'uomo non è più necessario. D'un tratto è diventato d'impaccio, ingombrante. Il commesso ha due mani, spesso sporche, ha germi, malattie, ha un pensiero. A volte capita persino che parli: succede raramente, ma succede. Ci siamo scervellati a immaginare mondi futuribili incredibilmente complessi e caotici e pieni di cose, senza capire che l’unico gesto che avesse un senso era eliminare le persone. Ogni novità tecnologica rilevante degli ultimi quindici anni è stata concepita per escludere programmaticamente, con chirurgica precisione, e quanto più possibile, l’eventualità dell’incontro, la complessità di un sapore o di un odore, il rischio di implicazione emotiva: in ordine sparso, lo smartphone, Facebook, la stampante 3D, Amazon, le auto a guida autonoma. Mentre sono qui a sforzarmi di trovare una sintesi, c'è una parola che continua a risuonarmi in testa: igiene. Non solo, e non necessariamente, in senso letterale. C'è una frase che mi ha colpito, più di altre, nel 2017. Faceva più o meno così: "Sono una persona molto pulita. Mi piace la pulizia, e penso che si stia più tranquilli ad andare in una catena di fast food rispetto a qualche posto che non hai idea da dove venga il cibo." Se non vi eravate mai sognati di associare il McDonald's all'angolo con la metro al concetto di pulizia, beh, dovete ricredervi. L'igiene non è più una mera questione di pulito. Ha a che fare con la sicurezza di consumare sempre e comunque lo stesso prodotto, cucinato nello stesso modo, con gli stessi ingredienti, gli stessi standard di qualità in qualunque parte del mondo. In tre parole: l'assenza di sorprese. L'eradicazione programmata e programmatica di ogni possibile fattore esterno in grado di modificare la nostra esperienza spaziale e sensoriale. E pazienza se, nella realtà, non è affatto così: ciò che conta è la fiducia che accada.

Ah, giusto, vorreste sapere chi ha pronunciato quella frase. Si chiama Donald John Trump, noto anche per essere il 45° Presidente degli Stati Uniti d'America.

A suo modo e probabilmente senza saperlo, il tycoon ha posto sul tavolo un tema che determinerà, nel bene o nel male, il modo in cui noi occidentali vivremo nei prossimi trenta, cinquant'anni. Che lo abbia detto il Presidente più retrogrado e oscurantista della storia americana è tutt'altro che un particolare trascurabile. È, semmai, una conferma o, se preferite, un presagio. Se è vero, come suggerivano Marx e Vico, che la storia non è altro che la riproduzione ciclica di se stessa, allora si spiega meglio quello che sta facendo Amazon e, più in generale, quello che tutti noi ci aspettiamo che faccia: riportare l'orologio indietro di migliaia - di più, milioni - di anni.

Per il 99,9% del tempo in cui abbiamo abitato la Terra, un uomo medio trascorreva la sua intera vita senza mai incontrare o conoscere più di 100-150 persone. Oggi le chiamiamo tribù, ma per lui quel centinaio di individui curvi e villosi erano più semplicemente: l'Umanità. Ci si conosceva tutti senza bisogno di chiamarsi per nome e l'unica questione seria su cui valesse la pena spendere qualche energia era come procacciarsi il cibo. Siamo andati avanti così, per puro istinto, per un tempo così irragionevolmente lungo che nessuno, sano di mente, avrebbe potuto sul serio immaginare che potesse esistere un modo diverso di vivere. Poi, senza quasi preavviso, la rivoluzione agricola ha cambiato non solo il nostro modo di stare al mondo, ma ha letteralmente stravolto ogni campo del sapere allora conosciuto e ne ha inventati di nuovi. È accaduto che le "tribù" sono diventati villaggi, città, e il numero di persone con cui capitava di poter venire in contatto è diventato troppo alto per poterlo tenere a mente. Così come, di colpo, non era più conveniente avventurarsi da soli o in gruppi sparuti nella foresta, rischiando di imbattersi in imprevisti eventi atmosferici o in bestie feroci, quando si poteva procurarsi tranquillamente procurarsi il cibo senza muoversi da casa in proporzioni dieci volte maggiori e con un decimo dello sforzo. E il resto veniva messo da parte, per i momenti di crisi. Boom! Rivoluzione suona persino offensivo.

Tutto questo però aveva, ha avuto e ancora ha un prezzo: il moltiplicarsi esponenziale e potenzialmente infinito di quel comportamento umano che chiamiamo convenzionalmente "mediazione".

Il paradosso è che abbiamo impiegato due milioni e mezzo di anni (meno qualche millennio) per concepire una tecnica in grado di renderci interconnessi, e oggi quella stessa interconnessione promette di tornare a farci sentire soli, autonomi, indipendenti gli uni dagli altri, come i nostri progenitori cacciatori-raccoglitori. In un'epoca storica in cui, per la prima volta, abbiamo soppresso sistematicamente ogni barriera tra noi e l'altro, è venuta fuori questa pulsione irrefrenabile umana all'isolamento. Possiamo discuterne quanto volete, è un fatto: stiamo tornando alle tribù. Oggi le chiamiamo "cerchie", ma non sposta di una virgola il problema. La verità è che non ammettiamo più che siano il caso o le circostanze a stabilire le relazioni umane su cui investire il nostro tempo, anche fossero cinque minuti alla cassa di un supermercato. Non abbiamo più tempo, né pazienza. Per come la vediamo, non c'è nulla di abbastanza complesso o sfaccettato da non poter essere compresso in un like o in un algoritmo: neppure, o soprattutto, le relazioni sentimentali. Ma Tinder o Amazon Go (questo il nome del progetto di quel diavolo di Bezos) non sono la causa, semmai la più chiara, luminosa, conseguenza. Abbiamo investito così tante energie per escludere ogni possibile rapporto con l'"altro da noi" da ignorare persino la più lampante delle verità: che, in realtà, la mediazione non è mai stata così presente e pervasiva come oggi. Solo che l'abbiamo nascosta dietro a una interminabile rete di circuiti, bit e codici, che in altre epoche non avremmo avuto troppe remore a chiamare Dio.

Prima che faremo in tempo ad accorgercene, sarà normale entrare in un negozio, acquistare e uscire senza aver mai aperto bocca. Ci metterà, piuttosto, a disagio il contrario. Spaventoso? Può anche darsi. Ma sarebbe un errore imperdonabile derubricare questa sommossa dell'ego a semplice emblema dell'iperglobalismo selvaggio, a "turbocapitalismo apolide e atlantista". Queste sono definizioni buone per qualche "fusarino" eccitato che rifiuta ogni forma di complessità e ha un disperato bisogno di nemici per affermare se stesso. È tutta colpa di Soros, così esauriamo l'argomento e possiamo dedicarci alle cose serie. E, per quanto mi sforzi, non riesco proprio a trovare oggi qualcosa di più serio - e terribilmente attuale - come la frase pronunciata da Donald Trump. L'uomo più reazionario di sempre dai tempi di Torquemada è anche l'uomo che ci sta indicando a dito quale sarà il nostro futuro. Notevole, vero?

La realtà è che stiamo assistendo contemporaneamente, nella stessa epoca e alle stesse latitudini, all'emergere di due movimenti e due gesti umani radicalmente, profondamente opposti: da una parte la rivoluzione digitale, l'intelligenza artificiale, il momento più alto e compiuto di quel patto trans-mediale e trans-razziale siglato tra uomo e macchina, di cui Amazon è la punta dell'iceberg; dall'altra il ritorno prepotente, su scala globale, di un cupo oscurantismo che promette di difendere la famiglia e proteggere la tradizioni, in nome di culti arcaici e credenze antiche che credevamo di aver ormai consegnato agli storici: non solo Trump, ma anche Bolsonaro, Le Pen, Orban, i movimenti neofascisti e neonazisti di tutta Europa, Salvini in Italia (con il gentile omaggio dei 5 Stelle). Come hanno fatto questi due modelli di pensiero all'apparenza così lontani non solo ad imporsi assieme, ma a integrarsi, compenetrarsi e, addirittura, a giustificarsi l'uno con l'altro?

Forse, per completare il puzzle, dopo "igiene" e "mediazione" abbiamo la necessità di introdurre un'altra parola chiave. E quella parola è: "credenza". La credenza, quasi infantile, che, nel momento esatto in cui afferro qualcosa, automaticamente è diventata di mia proprietà. È lì, sullo scaffale di un supermercato, a nostra disposizione, senza bisogno di transazioni, di mediatori, di lente, noiose, complicazioni. Sembra fantascienza, in realtà è esattamente quello che è successo più o meno da quando l'uomo si è affacciato su questo strano pianeta, da qualche parte in Africa. Quel gesto lì non si ripeteva ogni giorno uguale a quello precedente sulla scorta di una qualche forma di fiducia: quella era credenza. La stessa credenza con cui oggi consideriamo normale, pulito, persino igienico, fare a meno delle persone, dopo secoli in cui più o meno tutte le conquiste a cui abbiamo attribuito un qualche valore ruotavano intorno all'uomo. La stessa credenza, in fondo, con cui milioni di italiani (e miliardi di persone nel mondo) stanno affidando tutte le loro aspettative di cambiamento a un manipolo di demagoghi che promettono risposte semplici a problemi complessi, il rifiuto delle competenze, la rinuncia ad ogni forma visibile di mediazione, la disgregazione di ogni conquista civile in nome delle tradizioni, del "buon senso".

Abbiamo dedicato suppergiù tutte le nostre energie a immaginare un modello sociale ed economico sostanzialmente basato sulla fiducia nelle mediazioni. E, ora che l'abbiamo faticosamente raggiunto, le menti più brillanti della nostra generazione (e forse di tutti i tempi) stanno facendo di tutto per eliminarla e sostituirla con la credenza in un culto ipertecnologico e, al tempo stesso, arcaico e primitivo. Hanno dichiarato guerra alla mediazione. E la cosa interessante è che la stanno pure vincendo.

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