Individuo/società43
9 Dicembre Dic 2017 1723 09 dicembre 2017

IL BULLISMO GIOVANILE COME DERIVA DEL QUANTIFIED SELF

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Il trono di cartapesta del bullo

Quasi ogni giorno gli organi di Informazione danno notizia di atti di bullismo e di prevaricazione tra giovani e giovanissimi. Tale fenomeno fa capo ad una tendenza sociale che affida alla violenza la risoluzione diretta dei conflitti o la tessitura delle relazioni. Il bullismo è un abuso che si realizza nella dimensione relazionale a partire da alcuni prerequisiti sociali distribuiti in modo ineguale dentro il rapporto comunicativo. La vittima bullizzata esce dal rapporto comunicativo oppure viene mantenuta ai margini, in una dimensione interstiziale che lo associa alla umiliazione ed alla marginalità. La comunicazione con lui assume forme rovesciate basandosi sullo stigma e sulla somministrazione di violenze corporali o psicologiche costanti, lesive delle proprie capacità di mantenersi con dignità nel rapporto di informazione.

Simulare una realtà iper-competitiva?

Qualcuno sostiene che si tratti di una simulazione della realtà sociale differenziata calata nell’universo rappresentativo delle culture giovanili. Certo, non viviamo in una società che produce ed interpreta se stessa attraverso modelli di solidarietà e molti sembrano rassegnati al bullismo giovanile come indicatore estremo della deriva della nostra mente sociale. Alcuni approcci al fenomeno ne sottolineano la condizione di intenzionalità: le violenze ricercherebbero deliberatamente la sofferenza della vittima in base a precise dinamiche di de-umanizzazione. Limitando o distorcendo le capacità relazionali della vittima, si costruisce la sua emarginazione dal più ampio contesto dei pari e si determina la sua inferiorizzazione a partire dal venir meno del diritto di essere considerati capaci di ricreare le condizioni dell’interazione. Spesso la sofferenza della vittima non ha un contraltare nella consapevolezza che il prepotente mostra delle proprie azioni, con l’ovvia conseguenza che gli interventi istituzionali di contrasto al bullismo tendono a promuovere nei giovani protagonisti la consapevolezza degli agiti ed il rispecchiamento empatico nella altrui specificità. Tentativi in gran parte velleitari.

La morte dell’altro

Tuttavia, se per i giovani vi è solo addestramento al proprio successo personale, se sono sempre sotto la spada di Damocle del tirocinio competitivo dovendosi soggettivizzare in più o meno rispetto a gli altri, se il principio prestazione struttura il senso della loro realtà personale ed emozionale, come pensare di evitare la normopatia come assenza di emozione? Le violenze comprendono anche il danneggiamento degli oggetti identificanti e pratiche estorsive reiterate nel tempo. Il bullismo dunque assume un ampio spettro di manifestazione e trapassa dagli aspetti di corrosione psicologica delle relazioni amicali ad autentici reati di sottrazione di proprietà personali. Qui vi è il tema assai sensibile del danneggiamento o sottrazione dell’oggetto come ausilio personale delle strategie di rassicurazione e di promozione del sé che promanano dell’ambiente domestico, dentro un azzeramento dei riferimenti familiari che, pur ricercato, viene ad essere impietosamente punito. Si pensi anche agli scherzi pesanti che spesso diventano forme di umiliazione assai gravi per gli adolescenti dato che la condizione espressiva dei giovani attuali, la coazione a mutare l’intimità in estimità, a dirigere i sentimenti in modo immediato sugli oggetti e sui rapporti sociali li priva di una rete di protezione nell’attraversamento dello spazio simbolico che separa il sé dall’altro da sé. L’errore diviene un fallimento, l’episodio casuale si muta in condanna definitiva

Bulli diretti e “mediati”

Fin qui il c.d. “bullismo diretto”, mentre nel bullismo indiretto potrebbero rientrare tutte le forme di sottile condanna dell’incapacità di impersonare i modelli di bellezza, comunicazione e restituzione del fascino identificante delle realtà mediali esterne. Nel bullismo indiretto il bullo colpisce la sua vittima in modo “ortogonale”, tramite azioni che coinvolgono terzi, inserendosi nella costellazione di relazioni della vittima per destabilizzarla. Così, profittando del proprio potenziale di persuasione, si istiga un’altra persona ad insultare qualcuno al fine di costruire la vittima designata, facendola persuadere della sua inessenzialità. Se la comunicazione diviene espressione recitante del proprio coefficiente inclusivo e se questo è un termometro del sentirsi alla moda per incarnare ciò che il sociale differenziato vuole intimamente da loro, ecco che nei linguaggi giovanili - che mutano molto rapidamente - si combatteranno furiose guerriglie del senso per accaparrarsi i ruoli migliori in vista di un agognato riconoscimento di scena. Il bullismo diviene allora un tragico sistema di regolazione degli accessi alle scarse ricompense simboliche offerte dalla società della comunicazione. Ciò significa che vi è una selezione di ruoli e funzioni organizzate psicologicamente nella gradazione degli atteggiamenti e nella somministrazione delle violenze. Il bullismo non esiste perché i giovani sono diversi da noi, ma perché realizza e potenzia delle specifiche condizioni sociali. Con il bullo ci sono sempre dei gregari, che partecipano sotto il suo ombrello psicologico, dato che brillano della luce riflessa del leader; poi vi sono coloro che assistono senza agire, avallando le violenze e garantendo un cuscinetto di protezione esterno alla sopraffazione, ormai eletta a cifra espressiva di una condizione interpersonale. Chi osserva è ugualmente responsabile, legittimando il fenomeno, aggravando la situazione della vittima e costruendo aspettative di ruolo verso i bulli con fenomeni emulativi che contagiano l’ambiente relazionale dei protagonisti. La tonalità emotiva dominante nel bullo, è il vuoto, la difficoltà a riconoscere ed a mettersi in contatto con le proprie emozioni. Il doloroso paradosso in questione è che il bullo incarna meglio di altri il modello di individuo desiderato dalla società di mercato, l’uomo che non deve chiedere mai…

Non mi rispettate? Dovete temermi!

Occorre ribadire che la scuola deve costantemente incentivare la promozione di una cultura che veda nel diverso un altro modo di essere degni di attenzione e di tutela, né migliore, né peggiore, soltanto altro nel senso di umanamente specifico. Tuttavia troppo spesso si ignora che i giovani sono educati ad accedere a se stessi dentro una percezione “quantified”, in più o in meno rispetto agli altri, non dentro una dimensione di rispetto per gli altri. Si dice che il rispetto non è una merce e, non vada guadagnato. Tuttavia viviamo troppo spesso a livello individuale l’opposto di ciò che pensa la mente sociale, perché se non siamo la vita che si esprime in noi chiedendo solo di essere rispettata, ma siamo ciò che le competenze sociali che ci siamo guadagnati ci permettono di esprimere dentro una dinamica feroce di inclusione/esclusione, è chiaro che saremo sempre nel mirino di qualcuno che vuole il nostro posto ed è pronto a misurarsi con noi. Nelle situazioni in cui si ha bullismo tra pari, questo risponde alla necessità di condannare la diversità, non intendendola come risorsa, ma come elemento da stigmatizzare e di cui ribadire l’estraneità al comune bisogno di normalità e normalizzazione. Impedendo all’altro di esprimersi si trovano risorse negative per le debolissime letture della realtà del gruppo dei bulli fondate su interpretazioni dicotomiche noi/loro e sterili codici della sopraffazione per inessenziale lettura della molteplicità e coazione a dare corso alla propria violenza. Le ritroviamo nei ricorrenti input del mercato, amplificati dalla impossibile lettura in chiave emancipativa e di accettazione in chiave maturativa delle proprie frustrazioni.

Rossano Buccioni

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