Individuo/società43
7 Gennaio Gen 2018 1118 07 gennaio 2018

LA SCOMODA POLTRONA DI CHI OSSERVA LE TRAGEDIE DEGLI ALTRI

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SE UN FIGLIO DIVIENE LA SINTESI DELLE SCONFITTE PATERNE

Quando la famiglia si muta da luogo della protezione affettiva in teatro di violenza e di sopraffazione del più debole, assistiamo ad un capovolgimento dei riferimenti relazionali di base che ci sconcerta e ci opprime. I tragici fatti di Cupramontana, un tranquillo paese in provincia di Ancona, nelle Marche, che vedono protagonisti un papà venticinquenne di orige macedone, Besart Imeri, ed il figlioletto Hamid Imeri, 5 anni, strangolato dal genitore in auto nella attuazione di un disegno criminale di lucida follia, testimoniano una intensità criminale che lascia senza fiato. Il caso in questione disegna un quadro familiare in cui il disagio lavorativo acuendo la marginalità sociale, retroagisce sull’ambito affettivo devastandolo, proponendo un quadro psico-sociale severo dove la follia si insinua nella quotidianità fino a volgerla in tragedia. Il pensiero degli occhi del piccolo che avranno incrociato, anche per un solo istante, le terribili intenzioni del padre ci mostra come oggi sia frequente la trasformazione delle certezze protettive familiari in palcoscenico di violenze inaudite, nell’inconsistenza di un progetto di vita comune che collassa sulle componenti più deboli di un teatro esistenziale minimo, ridotto al delirio delle proprie dissolvenze. Le parole di rassicurazione dette alla moglie (si va a fare un giro in macchina); la pagina FB del piccolo che a 5 anni aveva già 55 amici; la forma di omicidio scelta, lo strangolamento, che prevede uno spettatore di fronte allo spegnersi della vita negli occhi e nel respiro della piccola vittima; l’intervento tardivo e disperato della famiglia che non può che rassegnarsi all’evidenza di un bimbo innocente risucchiato nel gorgo della sofferenza irrisolta di un giovane papà, sono le occorrenze che hanno permesso al sipario della disperazione di spalancarsi per l’ennesima volta su una piccola comunità di provincia. La dissolvenza della condizione sociale ed occupazionale di Besart Imeri lo riavvicinavano, già da qualche tempo, ad interessi religiosi cospicui e pronti ad agire ben oltre la collocazione che gli è assegnata dalla cultura secolarizzante del tempo presente. A misura della compromissione degli interessi mondani che promuovono nel lavoro un sicuro strumento di autonomizzazione e nella

famiglia un indiscutibile ambiente di tutela della propria identità, quelli religiosi garantiscono costantemente una riserva di significato che potrà essere utilizzato per risolvere le proprie difficoltà in via definitiva – grazie alla capacità di garantire relazione e copertura morale all’azione - o per acuirle nella propria devastazione in modo irreversibile.

L’amore familiare: da coronamento a limitazione del progetto di vita

Muovendo dalla corrispondenza tra tempi interni (i tempi psichici) e tempi esterni (quelli sociali), si può ipotizzare che lo scollamento tra ambito sociale e psichico che caratterizza le attuali società complesse, induca un maggiore sviluppo della individuazione (distinzione ego/alter), a scapito della identificazione (padre, madre o figlio) per permettere alla persona di costituirsi come unicità. Da sempre l’individuo sviluppa identità basandosi sull’esterno, sulla sua capacita di coglierne la varietà, di tenersi sempre aperte possibilità e vie d’uscita. In questo tipo di individualità storica c’è un rapporto di informazione chiaro tra sistema sociale e sistema psichico, solo che cambiando l’equilibrio tra individuazione e identificazione, nella formazione dello psichico mutano diversi parametri. Se l’individuazione significava per un soggetto la capacità di stabilire differenze osservabili tra sé e l’altro e di mantenere nel tempo il senso di tali differenze confrontandosi con uno sfondo di affini, oggi tutto ciò diviene assai più improbabile. Drammatico per chi arriva da culture meno complesse della nostra. Queste difficoltà si proiettano, in primis, sulle scelte degli individui che riguardano altri individui (famiglia). Tale labirinto di referenze psico-relazionali risulterà difficile da assimilare per persone che provengono da culture dove i rapporti umani sono improntati a strutture rigide, quasi ascrittivo/tradizionalistiche di rappresentazione del sé. Le coppie che in Occidente scelgono il matrimonio ed il fare famiglia oggi, vivono la difficoltà del farsi carico delle scie istituzionali che originano da scelte pensate come momentanee, ma socialmente costruite come definitive. Il decidere oggi di fare famiglia, potrebbe rientrare domani nella repentina determinazione di scioglimento del vincolo contratto, tutto ciò permanendo entro un perimetro soggettivo a-problematico. Nel modello di

società otto-novecentesco la personalità si costituisce in quanto specificità (identità) sulla base del rapporto di inter-penetrazione con il sistema sociale. L’individuo risulta messo-in-forma dal sistema sociale e sulla base di queste istruzioni sviluppava una sua diversità/incontestabilità: la famiglia mediava governando i processi evolutivi a carico del singolo individuo. Nel momento in cui c’è azione sociale si può dire che c’è anche una trasformazione, una educazione della vita, per i fini sociali. In questo modo si veniva a creare un certo equilibrio tra sistema organico e sistema della personalità. Perché ci sia un equilibrio di questo tipo sono necessari determinati presupposti socio-culturali, in particolare deve esistere un sistema di valori interiorizzabile dall’individuo nella famiglia in base al "medium" amore. Però, in contesti ad elevata complessità sociale, l’amore non assicura stabilità alle famiglie ed è nella natura di questo "medium" generare pretese elevate che conducono a delusioni di aspettative e quindi alla possibilità di dissoluzione familiare. Tutto ciò per chi nasce in società complesse come la nostra; per chi vi immigra, il prezzo da pagare è intuitivamente, ancora più alto perché minore sarà il tempo di adattamento da ammortizzare in base alle logiche di sviluppo personale assimilate in culture altre. Si pensava: "più amore in famiglia più onesti cittadini in società", ma l’analisi sociologica recente evidenzia invece che il rapporto individuo/società va modificandosi nel senso di una progressiva autonomizzazione del sistema psichico. Il medium "amore" ne risulta modificato o stravolto nelle sue valenze sociali. Anche nel rapporto d’amore non si può più pensare ad un modello di personalità che si costituisce attraverso percorsi di senso predefiniti (tappe della socializzazione, maturazione in vista di uno scopo, autoefficacia, Famiglia), ma grazie allo sviluppo di personalità "modulari", capaci di mantenere e riprodurre sé stesse utilizzando le opportunità, pur frammentate e contingenti, offerte dal sociale, tra cui il sentimento amoroso e quello filiale: " … un io socializzato non più ad essere invisibile (in prospettiva di un suo superamento verso qualcosa di superiore), ma al contrario a rappresentarsi, ad inscenarsi nella continua ricerca di gratificazione. Ma, in realtà, proprio nel momento in cui ogni singolo

individuo si autorappresenta, cade la possibilità stessa della rappresentazione sociale. Siamo diventati degli Ego non facilmente rappresentabili socialmente. Scrive Z. Bauman: "… molti di noi sono stati individualizzati senza diventare veri individui e molti di più sono ossessionati dal sospetto di non essere, in realtà abbastanza individui da poter far fronte alle conseguenze della necessaria individualizzazione". Allora le forme inedite del disagio (personale, familiare ed istituzionale) che caratterizzano le attuali società complesse, possono essere un significativo indicatore del fatto che l’individualità psichica non può più essere data per scontata, anzi fatica a riprodursi in condizioni sociali di de-normativizzazione e pluralizzazione dei supporti di identificazione. Non solo sistema psichico e sistema sociale saranno sempre più distinti e distanti (disincanto affettivo), ma anche il corpo sarà sempre meno assorbibile dentro la costruzione degli schemi dell’appartenenza sociale. Tale dinamismo pone le basi per una ridefinizione radicale della funzione della famiglia. Resterà ancora il luogo degli affetti?

Quando l’esclusione sociale chiede asilo psicologico alla religione

Il papà di Cupramontana da qualche tempo si era fortemente riavvicinato al suo credo religioso di origine. In che modo i valori religiosi possono agire nella elaborazione (se non nel favorire) una forma di disagio psicologico? La trasmissione dei valori non ha gli stessi effetti su tutti, né tutti li interiorizzano così come vengono presentati. Ad ogni modo si tratta di contenuti dall’alta carica emotiva e simbolica che possono agire a livello inconscio. Nello specifico contribuiscono sicuramente a strutturare il Super-Io, cioè la sede della moralità, tempio del senso di colpa. La catastrofe psichica di Cupramontana origina probabilmente nell’opposizione speculare di due super-io di diversa natura socio-culturale, perché espressioni di due mondi diversi assorbiti in fasi diverse della vita di Imeri. Le forme sociali che hanno processualizzato il suo progetto di vita non hanno sanato l’attrito inevitabile espresso dal fondo conflittuale di due mondi opposti. Un’educazione troppo rigida impartisce un desiderio di standard comportamentali talmente elevati da essere irraggiungibili ed ossessivamente associati ad una punizione. Una

religiosità sviluppata in chiave identitaria, come surrogato di quella rilevanza sociale che in una cultura di arrivo non si riesce ad ottenere assecondandone i ritmi e le logiche integrative, ove impartita in modo estremizzante, può proporre la perfezione morale come un ideale assoluto, ricompensa estrema da raggiungere a tutti i costi, ma che potrà indurre una tensione psicologica costante. Che si sprigionerà nelle occasioni più inimmaginabili. Il risultato sarà l’esigenza di sanare un groviglio di vissuti di indegnità e inadeguatezza che si ritrova in tante forme patologiche e che potrà esplodere nella contraddizioni fornite dall’inconciliabilità delle radici rappresentative di una mentalità e dalla necessità di garantire il proprio accesso alla realtà di un Paese con una matrice sociale e culturale profondamente diversa da quella in cui si è venuti al mondo. I vissuti religiosi oggi devono stare in equilibrio tra l’abitare il mondo di tutti ed il desiderarne un altro all’altezza dell’idea di Valore di cui siamo capaci. In tal senso il valore psico-sociale più importante della religione è il suo saper essere elemento unificante dell’umana esperienza che, offrendo puntualmente significato a ciò che il singolo individuo nel rispetto dei propri limiti, non riesce a rappresentarsi e comprendere, permette di integrare le molteplici esperienze che viviamo conferendo una cornice di senso unitaria all’esistenza umana. Il ruolo dei valori religiosi nella vita di un individuo può essere di grande importanza. Credere fortemente in una scala di valori consente non solo di orientare il comportamento, ma anche di determinare le condizioni di un completo benessere psicofisico. Spesso si parla della religione come di un appiglio e dei benefici effetti in coloro che hanno problemi esistenziali, ma leggiamo dalle cronache quasi quotidiane che è anche possibile il contrario. I valori religiosi hanno un ruolo preminente, sia per l’importanza che assumono all’interno di una famiglia, sia perché sono quelli di più lunga durata. Insieme ad altri valori, quelli religiosi vengono interiorizzati attraverso l’educazione impartita dai genitori o dalle altre agenzie formative. Nel corso del tempo diventano i parametri con cui valutare i comportamenti propri e altrui, determinando il sentimento morale tipico dell’individuo. E’ chiaro che il passaggio da una cultura ad un'altra mette a dura prova gli assetti valoriali che la religione

poteva garantire dentro uno specifico sistema sociale. Non è un caso che il giovane papà di Cupramontana avesse identificato nella religiosità un ultimo anelito verso la normalità, quella normalità che gli sfuggiva di mano nel lavoro e che probabilmente gli appariva intollerabile in quella cultura che gli proponeva una serie di input assimilativi come altrettanti step che prevedevano una rielaborazione – quando non un vero e proprio abbandono – di assetti identitari largamente inconsci, originariamente derivati dal Paese di provenienza. L’esperire religioso risponde al bisogno umano di trovare un senso rassicurante a ciò che non si comprende e mostrandosi strettamente connaturato ad una dimensione culturale-strutturale - non solo individuale – potrà divenire strumento di crescita psichica e spirituale. Al contrario, potenziando il risentimento covato nella ribellione per le ricompense simboliche e materiali che la cultura di arrivo propone come contropartita per la negoziazione delle antiche appartenenze, potrà diventare un potente catalizzatore dei disagi e della psicopatologia personale e di gruppo, come avviene fin troppo spesso nel fanatismo religioso. Le credenze religiose ove usate al servizio o in sostituzione dello sviluppo dell’identità e di una personalità matura, potranno esercitare funzioni assai diverse.

Rossano Buccioni

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