Individuo/società43
18 Febbraio Feb 2018 1648 18 febbraio 2018

INCIDENTI STRADALI: LA STRAGE SILENZIOSA

  • ...

Incidenti stradali: caso e disagio sotto la bandiera a scacchi

Nonostante l’attenzione del legislatore e l’entrata in vigore della Legge sull’omicidio stradale, sono aumentati del 4,6% gli incidenti stradali mortali nel 2017. Solitamente nel weekend, sulle strade si registra un serio incremento di incidenti, tra cui alcuni mortali. Alcuni restano impressi nel ricordo anche grazie all'interesse offerto dai media, come quello – in apparenza assurdo - avvenuto mesi fa sulla Statale 24 del Monginevro, in Val Susa, dove un furgone inseguì una moto con in sella due fidanzati, uccidendo la giovane Elisa Ferrero all'altezza di una rotatoria. Se toccò ad un Sacerdote tessere il ricordo di Elisa facendo risaltare l’assurdità della sua morte, sarebbe spettato ad un giudice cucire l’abito penale per il guidatore del furgone che ha travolto - in una tragica quanto significativa singolar tenzone - i due ragazzi in moto. Sappiamo che l’investitore era recidivo, con vicende assai gravi alle spalle, condite da accessi di violenza e resistenza alle forze dell’ordine. Ma andiamo oltre.

La strada come teatro del disagio individuale

Un dato si mantiene costante: la strada e la guida di un’auto sono ormai un principio di coerenza nella manifestazione di violenza. Il reato di omicidio stradale è la ricezione giuridica e l’estensione del suo costume sanzionatorio ad un ambito che nasce dal mix tra mascalzonismo italico e culto della velocità. Però sulla strada giocano un ruolo anche strategie di dilatazione del sé negli oggetti posseduti. Una utilitaria dice la compressione del sé sullo stringato criterio di utilizzo dell’auto come mezzo di trasporto, mentre un Suv esprime la richiesta di un consenso istantaneo al modo di manifestare pretese nello spazio stradale come probabile rispecchiamento del repertorio di relazioni sociali del proprietario. Il macchinismo popolare si nutre di mitologie che dall’eroismo bellico e sportivo debordano nell’ epoca del lusso e dell’ostentazione degli oggetti, sacralizzati allo scopo di eternizzarli nell’estasi dello status symbol: l’auto entra a far parte del modo in cui ci percepiamo. Ma la strada individua un contesto dove gli effetti delle azioni umane possono mostrarsi assai lontani dal loro innesco emotivo o cognitivo di partenza. Questa imprevedibilità va sommata alla conflittualità incombente relativa alle frustrazioni alla guida che si devono costantemente subire, tollerate nell’interesse generale del rispetto delle regole che non ci da un premio immediato, ma ci auto-vincola ad un calcolo potenziale dei danni che si determinerebbero dall’evitare condotte a norma. Questa dinamica ha senso se tutti rispettano le regole stradali basate sulla corrispondenza codificata di azioni e reazioni e da una loro naturale regolazione verso livelli sempre più bassi di velocità. Subendo in pochi chilometri ripetuti oltraggi alla semplice determinazione di considerare l’auto un mezzo di trasporto e di vivere la propria occupazione della strada come risorsa pubblica limitatamente allo stretto necessario, ci si sente presi in mezzo ad autentiche competizioni semi-istantanee che vince chi commette più reati, esibendo al contempo un personale diritto all’impunità che ci presuppone come spettatori inermi. Ormai si ha la chiara impressione che a fronte della moltiplicazione dei flussi di traffico le autorità aumentino la sfiducia negli automobilisti. Qualcuno sostiene che risultando impossibile far rispettare il codice della strada, si cerca almeno un tornaconto economico monetizzando le infrazioni più gravi, istituendo un criterio di resa monetaria a partire dalla incomprimibilità dell’infrazione. Appare sempre più evidente come il contesto stradale sia ormai dominato da istrionica illegalità condita da impunità ansiogena e da un abdicare alle leggi della velocità che determinano un perenne clima semi-delinquenziale sul quale, non potendo intervenire altrimenti, si preferisce stabilire l’usura morale delle multe che non diminuendo affatto il pericolo percepito, si trasformano nell’obolo del caos. In generale, si può dire che da un lato, l’incremento di dotazioni tecniche a difesa della sicurezza dice la sfiducia nel fattore umano alla guida e, dall’altro, l’auto viene sempre più trasformata in sostegno emozionale alle nostre debolezze, determinando il trasferimento di dinamiche affettive all’oggetto tecnico. La tecnica pur essendo espressione dei bisogni umani, fa si che la nostra psiche si lasci travolgere.

La strada come crisi dello spazio pubblico

Inoltre l’interpretazione della strada del mercato automobilistico è opposta a quella di ogni legislatore; se le scelte sono dominate dall’individualismo acquisitivo, in una dilatazione esagerata delle strategie di impossessamento dell’esistente che mi riguardano io dirotterò sempre di più sugli oggetti ciò che chiedevo alla umanità delle relazioni. L’oggetto mi isola da relazioni sorprendenti e mi rassicura con operazioni stereotipe, che potrò agevolmente controllare. L’umano non è mai così. Ormai viviamo dentro la normalizzazione tecnica dell’esistente e trattiamo le macchine come una parte di noi, capace di rappresentarci, ma anche di dissolverci. Non si parla tanto dell’automazione che sottrarrà molti posti di lavoro? Il grave episodio della Val Susa dimostra che spesso gli oggetti tecnici (un’auto o un telefono) possono svolgere una vera e propria attività di tutela e sostegno del sé. Universi irrisolti che producono sofferenza psichica e scarsa autostima possono essere oggettivati ed espressi da un oggetto tecnico.

La cura esagerata dell’auto

L’esagerata attenzione per un’auto, le cure maniacali per il suo funzionamento e la sua pulizia, l’eccesso di personalizzazioni che riceve, possono sostituire le cure per la propria umanità e per le relazioni con gli altri. Prendersi cura dell’auto garantisce indirettamente un prendersi cura di quelle parti di se che non hanno ricevuto pari attenzione durante il percorso di definizione della propria identità. La mia auto è perfetta? E’ una parte di me carente che trova ristoro. Quando alla mia auto - che mi identifica sulla strada - non solo viene negata la precedenza, ma la si urta in sfregio alla intensità della richiesta espressiva che io le rivolgo, la reazione può essere quella dell’elettricista della Val Susa. L’animazione di un oggetto tecnico, ponendolo al centro di un complicato meccanismo di sostegno identitario, ha avuto risonanze drammatiche sulla scelta operata da un sé debole. L’alcol ha fatto il resto. Omicidio stradale o volontario? Si cerca di trovare un Habitus penale capace di sottolineare l’aspetto omicidiario marginalizzando il contesto (la strada). Invece si tratta di un omicidio stradale con i crismi della volontarietà perché inscritto con ogni probabilità, nell’economia psichica di cui sopra. L’oggetto mi esprime e si fonde con le mie intenzioni; come un abito costoso presumo che mi faccia sembrare glamour, un’auto di grossa cilindrata dispiega le condizioni sociali della mia approvazione. Il caso della Val Susa? Il lavoro forse era una delle fasi meno ansiogene per l’artigiano che nel suo furgone abitava uno spazio libero da incongruenze personali: il furgone era la stabilità, il testimone discreto di tante anonime giornate di lavoro. Ma, in quanto mezzo di lavoro poteva esprimere anche la somma delle sue frustrazioni e delle sue paure, colpite tutte insieme, per scherno, dal motociclista. Esageriamo gli effetti di questa personalizzazione dalla macchina? Forse, ma le pubblicità televisive di automobili la forniscono a qualsiasi ora del giorno cercando di sfruttare il fattore erotizzante del dominio stradale basato sulla scelta di un Brand che prevede - inclusa nel prezzo – anche la messa in competizione automatica di persone con ragioni opposte di utilizzo della strada. Dall’azzardo si entra nella spirale del rischio quando i vincoli di utilizzo del mezzo meccanico, sommati a quelli dei codici di impegno della risorsa stradale, impediscono l’espressione di se alla guida.

Qualità psicologica dei tempi di guida

Oscillando tra tempi alla guida psicologicamente freddi - perché non sorprendenti - e imposizioni di conformità (in quel tratto si passa a 50 orari sia con una Ferrari sia con una Panda) valide per tutti, l’unico modo per personalizzare il nostro impegno della risorsa stradale sembra quello dell’infrazione. Non si personalizza più di tanto il rispetto della regola. Inoltre il codice della strada è stato scritto in un’epoca eroica dell’automobile dove la guida prevedeva regole di bon ton e dove il legislatore pensava ad un utilizzatore della strada mosso da intenzioni razionali, sorvegliate e semplici nella loro manifestazione. Adesso assistiamo alla mutazione dell’auto da mezzo di trasporto in dispositivo emozionale con la serialità dell’oggetto tecnico che si sposa all’unicità del gusto. Così la tecnologia, da alleata della ragione può mutarsi in damigella del desiderio inconscio, garantendo la rapida conversione di fantasie irriflesse in possibilità concrete che dettano delle vere e proprie regole di ingaggio stradale, rappresentando un pericoloso codice non scritto nel quale ci si trova incastrati all’improvviso e che impone di essere rispettato. Il macchinismo di massa è il flirt dell’umano con l’inumano; noi scegliamo l’automobile, il telefono ecc.; adesso tocca alle macchine sceglierci e profilarci. Non solo dei mega algoritmi costruiscono sul Web immagini di noi a nostra insaputa, utilizzando le tracce che disseminiamo nella rete, ma se si parla insistentemente di perdite massicce di posti di lavoro a causa dei processi di automazione produttiva è perchè ci consegniamo ad un futuro dove il rapporto con la tecnica vedrà nella sua inversione, anche il suo compimento. In altre parole, cosa faranno di noi le macchine? Per ora, consentiamo ad un cruscotto oppure ad una marmitta cromata di esprimere i nostri sentimenti e conformare il nostro attaccamento, con gli oggetti transizionali che dai tessuti (coperta di Linus) emigrano verso il ferramenta o il concessionario. Per quanto ancora? Del resto la strada, con il suo portato di tecnologia, è la metafora perfetta dei rapporti umani al tempo presente: nella quasi totalità dei casi, l’altro lo si incontra esattamente per schivarlo.

Rossano Buccioni

Correlati