Individuo/società43
7 Marzo Mar 2018 1017 07 marzo 2018

LA NEVE E LA BENEDIZIONE TERAPEUTICA DEL SILENZIO

  • ...

Mettendo la sciarpa al pupazzo di neve…

Ovviamente, per parlare dell’ondata di freddo e neve che si è abbattuta sull’Italia, si è scelto il registro del disservizio. Le immagini dei treni bloccati, delle scuole chiuse e le polemiche per l’interruzione dei servizi ci hanno fatto abituare alla versione italiana del rapporto tra previsione di criticità atmosferiche e pianificazione razionale (o anche irrazionale) degli interventi. In generale ricerchiamo sicurezza e garanzia dei servizi minimi indispensabili perché la nostra società necessita di un ampio mercato della rassicurazione. Si potrebbe fare un parallelo tra il bisogno di sicurezza pubblica e la logica assicurativa privata: che un sinistro accada o no resta incerto e in caso di incidente l’assicurazione evita una parte del danno garantendo la compensazione finanziaria del patrimonio. Idem per il rapporto servizi pubblici/emergenza neve: le raffinate capacità previsionali dei servizi meteo, alimentando pressioni sul decisore pubblico, gli rendono sempre più difficile prevedere tutte le conseguenze riferibili alle sue scelte, dovendosi correre rischi sempre più elevati nell’anticipo di una prestazione come motivazione legittima per richiedere futuro consenso politico. Nel delicato caso della sicurezza, il settore pubblico dimostra di assorbire quasi completamente le logiche di mercato, dato che queste ultime producono sempre una circolarità capace di determinare una domanda per ciò che, di volta in volta, i mercati sono in grado di offrire. Quindi le ansie per la sicurezza rinfocolano le polemiche sull’efficienza dei mezzi per garantirla. Tuttavia, l’emergenza neve, pur riaffermando la coazione efficientistica nella nostra lettura della realtà, ha fatto emergere anche altro. La tipica forma dei fiocchi di neve e la loro consistenza voluminosa, fanno sì che tra un fiocco e l’altro si crei più spazio di quello presente su una superficie liquida. Gli spazi d’aria assorbono i suoni, impedendo alle onde sonore di rimbalzare: l’effetto sarà quello di rumori deliziosamente attutiti. La neve, attraverso il silenzio imposto, offre una sorta di terapia di massa che costringe ad immergersi – più o meno piacevolmente - nella nostra intimità. Il bianco e la sospensione degli orientamenti nello spazio ci riaffidano ad una intimità che ci trasmette un bisogno d’immaginazione. L’intimità e l’interiorità sono allora qualcosa di specifico, di non replicabile in altre esperienze di vita. In una società frenetica e selettiva come quella in cui viviamo, la sospensione bianca e silenziosa che si impone, ci concede tempo per noi stessi, col freddo che ci fa ricercare l’intimità e riscoprire il bambino che c’è dentro di noi, che vive sepolto da una coltre di falsi sé e dolorose finzioni quotidiane da esibire al mondo come tragiche noncuranze per il senso della nostra vita. Se la psicoanalisi mette in mostra anche il potere del silenzio oltre che della parola, è perché il silenzio sa essere più primitivo e potente del linguaggio. Il silenzio è il biancore di fondo sul quale si stagliano le parole con cui cerhiamo di esprimerci. La neve suggerisce che in tutte le cose che facciamo, esiste intorno a noi - come cornice - una supremazia del biancore silenzioso. La neve non solo è silenziosa nella sua discesa, ma ci indica un senso di innocenza. Questa innocenza inclina naturalmente alla fanciullezza dato che il puer che vive in noi è mite e senza corruzione. Questa interiorità nitida di una innocenza che vuole tornare a vivere ottiene complicità dalla neve che, nel silenzio, offre la pace in luogo della frenesia alienata di cui ci accontentiamo. Non dimentichiamo che il bianco è anche purezza, ciò che esclude violenza e competizione. Nella vita onirica la neve protegge, restituendo candore alle intenzioni e manifestando una richiesta di equilibrio per l’intera vita psichica. Quando nevica, la deformazione paesaggistica ottenuta, enfatizza l’aspetto oppositivo bianco/nero. Questa opposizione ci vincola, ponendoci di fronte a qualcosa di inesorabile con cui misurarci. La cura nasce da qui, dato che somiglia ad un obbligo, un contro-destino, un operare sul corso delle cose tornando alle nostre sorgenti immaginative e desideranti. Nella inedita deformazione delle geometrie urbane vi è la regressione controllata ai giochi infantili, la stessa dell’incedere incerto sul ghiaccio. Le regole del convivere e della circolazione - come quelle del lavoro - sono sospese; gli oggetti sottratti alle loro logiche di utilizzo, si lasciano rotondeggiare da una logica senza necessità che ci fa riguadagnare il fiabesco dell’esistere in barba alla voracità degli obblighi quotidiani. Nel silenzio, nell’immaginazione e nell’intimità, avviene una trasformazione: la gente si ferma, permane nella relazione e nella parola. Tutto diventa quiete, le cose smarriscono i colori, il paesaggio si reincanta fondendosi col biancore del cielo. La prospettiva sul mondo si sospende nelle sue linee di tendenza invitandoci a centrare su di noi le nostre rappresentazioni, con una intimità che cerca di rivendicare il suo specialissimo accesso alla coscienza. Il silenzio della neve ci conduce all’interno, verso la dimensione intima della psiche, quindi verso la cura di noi e del rapporto con gli altri che passa attraverso di essa. Ma, si sa, in una civiltà orientata al post-umano, tutto ciò sarà letto solo come disservizio e quando il carnevale meteorologico sarà finito, la normalità ringhiante e psicotica tornerà a dettare i suoi rimi di vita perché il nostro abito di scena, in fin dei conti, un po’ ci mancava, come i dolci di datteri agli schiavi portati da Mosè verso una difficile/impossibile libertà... Et voilà …

Rossano Buccioni

Correlati