Individuo/società43
26 Aprile Apr 2018 1600 26 aprile 2018

UN SELFIE DAL PAESE DEI BALOCCHI

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I TEMPI SUPPLEMENTARI DELLA COSCIENZA

La scrittrice Maria Pia Veladiano è anche Preside di un grande Istituto Tecnico del Nord Italia. Un anno fa, intervistata sull’emergenza di turno della scuola italiana – in quel periodo lo spaccio di sostanze stupefacenti con la condanna che diversi genitori rivolsero ai controlli effettuati dai servizi antidroga della polizia - la Veladiano fece diverse considerazioni interessanti. Fra le altre, una riguardava la cancellazione del ruolo educativo del professore qualora un potere superiore invada il suo campo di azione normale (la classe); se il cane antidroga entra in classe al seguito del suo addestratore e un Dirigente non dice nulla, né chiede permesso, limitandosi ad assistere alla scena, i ragazzi come prima cosa noteranno la totale evaporazione della funzione docente travolta dall’ingresso di poteri diversi, a lui superiori, che propongono l’esercizio di mansioni diverse mutando all’improvviso la classe da luogo di promozione della personalità degli studenti in teatro di individuazione di reati. I docenti sono giornalmente abituati alle violenze ed anche il recente episodio di Lucca, dove un Prof. è stato pesantemente irriso e minacciato nell’esercizio delle sue funzioni, ci ha consentito di osservarlo dalla prospettiva della sua solitudine, della dissolvenza di ruolo e della rimozione violenta della sua funzione pedagogica, oltre che dalla sua incapacità non tanto di controllare la classe, ma di stabilire le condizioni di un dialogo a partire dalla scelta di un progetto comunicativo e di obiettivi comuni da tutelare. Ultimo di una lunga serie, quello di Lucca mostra in primis l’insofferenza dei giovani per i simboli e per il valore di contenimento delle reazioni impulsive che i richiami del docente esprimono in vista di un investimento a lunga scadenza su di sé.

La sfida ai docenti: facile da vincere

La collocazione sociale della scuola ne fa un ambito di amplificazione degli effetti negativi che produce la complessità sociale, non un luogo neutro, umanizzato, dove curare la crescita personale dei giovani facendo scoprire loro la propria vocazione di base e la radice della propria unicità. Se il Prof. fallisce questo obiettivo, potrà emergere anche il burnout della professione docente, una sindrome psico-sociale che impedisce di reggere il peso della frustrazione personale e delle contraddizioni istituzionali, essendo il docente un’articolazione tra l’istanza politica della formazione e l’ambiente umano della condizione giovanile che ricerca prospettive di educazione. Nel frattempo il giovane trova nel Web un luogo di definizione alternativa di sé e nella precoce alfabetizzazione all’immagine dello smartphone elegge il modo essenziale per comunicare-rappresentare la realtà. In tal modo i giovani anticipano una strategia rappresentativa prima di aver siglato il proprio accesso all’alfabeto adulto ed ai codici da esso veicolati, rinunciando alle ricompense che dispensa in base ai vissuti di accettazione delle norme e di coerente messa alla prova di sé stessi. Si moltiplicano così i conflitti e gli alterchi con i docenti, visti come difensori di un mondo scomparso, incapaci di dialogare con l’immaginario sfavillante del giovane espressivo alla cui personalità, il sistema dei media e della moda hanno messo il cappio al collo costringendolo silenziosamente ad un lavoro snervante per sapersi percepito dagli altri nel modo in cui lui si percepisce e per sapersi faticosamente all’altezza delle fantasie più luccicanti dei sui genitori. Un tempo le rappresentazioni adulte della giovinezza risentivano dell’Edipo imborghesito dal decoro e soppiantato nelle sue valenze disordinatamente agonistiche. Le risate a scuola di chi ora ha 40/50 anni, erano di chi si divertiva a ritardare il proprio ingresso nella mentalità prima e nei meccanismi assimilativi della condizione adulta, fatta di rinunce e di sopportazioni quotidiane per ricevere il rancio psichico della sostituzione del principio di piacere con quello di realtà. Adesso i giovani difficilmente verranno assorbiti dal mondo che si rappresentano nelle parole degli adulti che incontrano in classe ogni mattina e tutto gli è consentito perché nulla avranno di definitivo. Quel mondo sta svelando la sua autentica natura di macchina post-umana che procede per la sua strada solo grazie a logiche di funzionamento traenti vigore in se stesse e che non si lasciano ammaestrare da una istanza esterna o superiore – religiosa, morale o politica - capace di mediare tra le logiche strette del funzionare e le esigenze umanissime del gioire. La scuola è il parcheggio disilluso di chi, mai abituato al riconoscimento dell’intelligenza della propria misura e sempre costretto dentro dinamiche competitive in una età dove il vero riconoscimento avviene nella cooperazione dello sguardo e del sentimento dell’altro, ha rinunciato alla ricerca del proprio limite ed anche all’ammissione di un orientamento e di una capacità di resistere alla prima provocazione, al primo eccesso e, ovviamente, alla prima vera disperazione.

La sfida alla vita: facile da perdere

Quante volte non riusciamo a fermare nell’azzardata lettura della realtà e nella macchina banalizzante ogni linguaggio ed ogni prova, la coazione a disinteressarsi di sé instillata dalla nostra cultura a trazione razionalistica, dove l’immaginario scientifico esporta di peso nel cuore dell’uomo le sue interpretazioni della realtà e dove i ragazzi sognano di parlare attraverso il cellulare perché al Pantheon emozionale si è sostituito il feticismo degli oggetti che incanta ogni richiesta di personalizzazione della propria qualità? Nelle scuole gli adulti non ne possono più di orde festanti di giovanissimi che gozzovigliano sul cadavere dell’autorità: con ogni probabilità dopo aver scoperto – da soli e nel dolore più cupo - quello del progetto familiare che li chiamò alla vita.

Rossano Buccioni

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