Individuo/società43

31 Maggio Mag 2018 0635 31 maggio 2018

QUANDO SI ROMPE L'INTERRUTTORE RELAZIONALE

  • ...

SE LA SOCIETA’ DIVENTA UNA FABBRICA DI SOLITUDINE

Paul Valery scriveva che un uomo solo è sempre in cattiva compagnia. Solitudine ed isolamento sociale da un punto di vista strettamente sociologico si manifestano entro dimensioni di distacco dall’altro in ambito familiare, lavorativo etc. Con l’isolamento si sceglie di escludere l’altro preservando un’immagine di sé integra, tenendola a distanza da pericolosi confronti che potrebbero metterla in discussione. Questo ritiro dal confronto con l’altro non è ancora vera solitudine, ma uno stato misto, una vertigine fredda di resa dei conti con la nostra predisposizione al legame. Spesso la scelta della solitudine è obbligata, un ritiro sociale che fa i conti con la piena consapevolezza di non poter sostenere lo scambio con l’altro. Del resto, sperimentare una certa dose di solitudine consente alle persone anche di dotarsi di risorse inedite per rappresentare il mondo degli altri, incontrandoli per non esserne travolti. La tragedia che ha avuto il suo epilogo sul viadotto autostradale in Abruzzo, insieme a tante altre di cui nemmeno si da più conto a motivo della loro pervicace manifestazione di inventiva nel perseguitare il buon senso e nuovismo infallibile nella definizione di micidiali traiettorie di nuova, mortale irritazione, danno l’idea di individui soli – anche se dentro famiglie all’apparenza normali – che perdono inesorabilmente la logica del proprio radicamento in rapporti e legami. Chi è solo di solito vive una sofferenza che origina dall’inadeguatezza nel fronteggiare chi potrebbe metterlo in crisi evidenziando limiti risaputi o sovente remoti alla sua stessa coscienza. Ogni essere umano dovrebbe perimetrare la propria solitudine ricercando un contatto autentico con ciò che gli è più intimo, entrando in una relazione di comprensione con tutte le componenti che, essendo parte di noi, spesso sentiamo estranee e da cui ci difendiamo con le tante strategie di evitamento o rimozione. Le nostre paure irrisolte trovano spesso l’Eldorado nell’utilizzo di Internet, dove le amicizie virtuali offrono l’illusione di trovare un facile accesso ad un mondo che si esprime comunque a partire dall’occultamento di molte delle nostre contraddizioni. Oggi molti giovani grazie alla cultura digitale ricercano mondi che li sdraiano in un beato isolamento e la domanda potrebbe essere: perché ci aspettiamo sempre di più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri? Insicuri delle relazioni interpersonali e ansiosi per la nostra vita affettiva, guardiamo alla tecnologia per migliorare i legami e al tempo stesso per proteggerci da essi. Dandoci sempre di più, la tecnologia determina una consuetudine con un successo quasi ovvio nel conseguire risultati; tuttavia la crescita esponenziale delle nostre aspettative nell’utilizzo dei mezzi tecnologici, viene spesso smentita quando incontriamo l’altro mantenendo il medesimo accesso alla realtà cui ci ha addestrato l’oggetto tecnico. Se il modello Google – un click ed ottengo ciò che voglio – lo passo al normale scambio simbolico con l’altro, otterrò una serie di insuccessi. Quando l’attesa riposta nella tecnologia diventa ovvia, lo diviene anche la delusione per il comportamento dell’altro dentro una contiguità umano/tecnica fortemente intensificata che vede ormai attributi umani ceduti alla tecnica e dinamiche tecniche implementate nella condizione umana. Così, se da un lato la tecnologia rappresenta uno strumento che aiuta ad uscire da alcune forme di solitudine, dall’altro determina nuove e più complesse forme di messa in crisi dello stile relazionale. Siamo immersi nella metafora dei porcospini di cui scrisse Arthur Schopenhauer: stringendosi per evitare il freddo, soffrono il dolore provocato dagli aculei dei consimili e sono costretti ad allontanarsi. Allo stesso modo, se la paura della solitudine era ciò che ci rese socievoli, la società in cui viviamo determina solitudini obbligate, introdotte da anonimi attraversamenti di dolorosi spazi di esperienza. Si pensi alla vita nelle grandi metropoli, oppure alla diffusione paradossale della solitudine proprio quando si assiste ad un uso crescente dei mezzi di comunicazione. I c.d. non-luoghi sono quegli spazi anonimi e senza identità frequentati da folle in transito intente a mettere in latenza le relazioni, perché la vera vita è sempre altrove rispetto a dove si trovano. Si tratta di aeroporti, centri commerciali ecc., luoghi di passaggio dove gli individui incrociano traiettorie senza mai incontrarsi davvero, allenando una propensione all’indifferenza che è un acuto paradosso nella vita del cittadino glocale, immerso in una solitudine frequentata da migliaia di persone. La nostra forse non è più vera amicizia ma una costante dichiarazione di non belligeranza, disponibilità a farsi partner occasionale dell’esibizione del sé di cui si ha bisogno nel personale palinsesto recitativo di ogni giorno, alla ricerca di un’approvazione o di un applauso che ci facciano dimenticare il travaglio della nostra irrisoluzione. Data dalla paura di non coincidere più con la nostra immagine sociale, la maschera è proprio quella che identificandoci, ci salva e ci danna allo stesso tempo, vietandoci il definitivo accesso a quelle verità individuali che dentro di noi continuano a reclamare un mondo al quale la nostra società ha scelto di rinunciare da tempo.

Rossano Buccioni

Correlati