Individuo/società43

21 Giugno Giu 2018 1854 21 giugno 2018

DAL RUOLO SUL CAMPO DI CALCIO A QUELLO SOCIALE

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Mediano per sempre

La cerimonia di apertura dei campionati del mondo di calcio ha concentrato in coreografie di studiata teatralità le caratteristiche del popolo ospitante che deve esibire le proprie capacità di farsi paladino del più genuino spirito sportivo. Le credenziali organizzative del paese ospitante servono a garantire le migliori condizioni al cimento sportivo, ma spesso può accadere che profittando della vetrina mondiale offerta dall’evento sportivo, il Paese ospitante celi dietro la gagliardìa di mirabolanti coreografie, negazione di diritti fondamentali e violente forme di repressione, fornendo un’immagine chiaramente fittizia della propria realtà socio-politica che normalizza lo status quo sterilizzandone le tragiche valenze conflittuali. Come il fenomeno turistico, quello sportivo - e calcistico in particolare - hanno fatto registrare negli ultimi decenni delle trasformazioni assai rilevanti dal lato dell’assorbimento di tendenze culturali di fondo e della loro capacità di determinare non solo nuove sfere di azione, ma anche nuove modalità del sentire. Il calcio, con la sua fortissima capacità di valicare i significati sportivi per veicolare modelli di emulazione ed amplificazione di rappresentazioni sociali, raggiunge facilmente i giovani dal versante della proposta di modelli professionali vincenti e restituisce agli adulti la capacità di godere di un patrimonio emotivo intatto, potente ed anarchico, precocemente sedotto dall’alloro passionale offerto dai colori sociali di un club e dal decisivo sussulto della prima identificazione noi/loro che già sui campetti degli oratori ci chiamava all’obbligo di una socializzazione competitiva. Questo è uno dei segreti del calcio che unisce emozione e regola e che vincola il premio sportivo individuale al successo di squadra, invertendo la logica sociale delle attuali ricompense simboliche e non. Il calcio sa essere un collante sociale anche perché elimina le differenze creando condizioni d’uguaglianza che favoriscono identità comunitarie. Allo stadio l’essere tifosi cancella il primario, l’impiegato o il precario e si diventa tutti uguali, uniti dalla passione per la squadra del cuore che, come una religione, non tollera né simpatie né tanto meno conversioni al credo calcistico avverso, minando il vincolo di fedeltà verso la propria squadra. L’ortodossia pura degli ultras alla fine è la stessa del tranquillo professionista in tribuna perché un credo sportivo reclama la stessa totalità di una fede tessendo la medesima fedeltà di un amore. Se in una società individualista come la nostra, un gol della squadra del cuore riesce a far gioire coralmente dei perfetti sconosciuti è evidente la capacità della passione calcistica di attingere alle sorgenti inesauste della gioia condivisa. Il pallone, la sfera, simbolo perfetto e spietato che rotola docilmente vagliando destrezze per sottoporle comunque alla sovranità del caso – la palla è rotonda – incarna la spietata essenzialità di un gioco dove l’errore di un singolo è fatale per tutti, amplificando un fascino oscillante tra inganno e sportività, applauso e urlo, destrezza e follia. Il calcio, avendo radici nelle turbe popolaresche rinascimentali, ha condotto lo Sport di squadra nell’evo moderno trovando nel contesto educativo protestante/vittoriano il proprio ambiente di elezione. Lo sport di squadra garantiva all’igiene sociale vittoriana il controllo etico del corpo giovanile tramite uno sforzo lecito che andava a rinsaldare i legami di gruppo attraverso una strategia votata al rispetto di regole precise. Il calcio moderno, ormai fuori dalle tutele culturali di un dilettantismo cameratesco ed ingenuamente muscolare è stato introdotto gradatamente nella dimensione professionistica sposandone le logiche, i privilegi e la visibilità. Matrimonio fortunato tra la rappresentazione del corpo atletico e le leggi dello spettacolo, il calcio ha modificato la sua collocazione nella società offrendo sulla pelle dei suoi protagonisti l’epopea moderna di eroi popolari, fucina di potenti identificazioni collettive e di modelli umani duraturi. L’epica calcistica moderna con le sue glorie (Vittorio Pozzo) o le sue tragedie (il grande Torino a Superga) si caricava sulle spalle la supplenza mitologica per un mondo routinario e senza slancio immaginifico, vittima dello stesso avanzamento civile che aveva realizzato. Dall’oscura trafila della maturazione agonistica sui campi spelacchiati di provincia al mondo dorato del guadagno facile e dell’adulazione dei tifosi, il calciatore incarna moderni repertori di umanità, dal campione genio e sregolatezza (ereditato dal modo dell’arte), al ragazzo che trova nel calcio il riscatto di una infanzia difficile, sino al giocatore onesto che non accenderà mai gli animi dovendosi accontentare di una “vita da mediano”. In ogni squadra vi sono i profili agonistici di giocatori che possiamo sentire più o meno vicini a noi, tutti accomunati dalla necessità di gestire la difficile fase del bagno di normalità quando, ormai spente le luci della ribalta, il successo svelerà l’improbabilità dei suoi presupposti. Magari senza averlo mai immaginato, scopriremo che – ognuno a modo suo – può essere campione nella fatica della quotidianità.

Rossano Buccioni

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