Individuo/società43
28 Giugno Giu 2018 1801 28 giugno 2018

L'EVO ESTREMO ALLE PORTE

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Il camionista che dava un passaggio ad amore e morte

Come l’idea di untore ci riconsegna ad angosce collettive per nemici invisibili e castighi divini legati alle grandi morie di cui è costellata la storia europea, scopriamo una volta di più come il secolo breve abbia partorito diverse forme di negazionismo, di cui le più importanti appaiono quelle di carattere storico e medico. Il primario del reparto Malattie infettive dell’ospedale di Ancona, prof. Marcello Tavio, ha detto che il camionista di Polverigi sieropositivo, accusato di aver infettato diverse persone con cui aveva intrattenuto relazioni sessuali, era chiaramente un negazionista. La forma di negazionismo medico in questione è da ricondurre ad una pseudo-teoria microbiologica che circola dal 1996 e che nega l’esistenza del virus HIW ed il bisogno della terapia assecondando neo-ciarlatanerie assai popolari in epoche di chiara dominanza tecno-scientifica. Nel caso in questione si potrebbero ovviamente ravvisare gli esiti di una chiara dipendenza sessuale, anche se non è agevole stabilire se tale dipendenza era condizione predisponente l’invisibilizzazione delle conseguenze delle azioni intraprese o se invece risultasse come un riflesso de-responsbilizzante di una deriva psicopatologica più profonda. Pur non esistendo una definizione condivisa, si è soliti definire la dipendenza da sesso come una pervicace modalità di comportamento compulsivo agito nonostante il manifestarsi di conseguenze negative per sé e per gli altri. La sex addiction configura una dipendenza quando la persona adotta comportamenti sessuali che conducono a conseguenze negative sul piano relazionale, emotivo e sociale. La dipendenza sessuale è un comportamento deviante che se riceve delle limitazioni, aumenta il disagio della persona interessata. Se nella malattia si capisce meglio anche il comportamento sano, in tema di orientamenti erotico-sessuali il discorso si complica, non solo perché l’innamoramento e l’amore sono esperienze estreme, atti che ridiscutendo l’ordine relazionale nella vita di una persona, si mostrano in tutta la loro irragionevolezza. Nell’innamoramento l’altro diventa un’autentica ossessione e se non si dorme, non si mangia e non si ragiona è perché l’ordine di appartenenza ad un gruppo o ad un ruolo vengono ridiscussi in profondità. Il problema sta nella scomparsa delle matrici socio-culturali che offrivano garanzia espressiva ai patrimoni emotivo/pulsionali individuali; privando la vita intima di una qualche normazione culturale la si è ridotta a specchio sintomatico di conflitti irrisolti che spesso trascinano persone innocenti nel gorgo di un epilogo scontato. Il caso di Ancona ci mostra la vicenda di chi ha costruito l’ossessione per l’altro dentro una serialità di rapporti sessuali emozionalmente autodistruttivi, concentrandovi gran parte delle proprie difficoltà psico-relazionali. In casi come questo, mancando una reale ed efficace protezione della zona più profonda ed autentica del sé, si movimenta la dimensione intima come luogo di definizione di ogni reciprocità solidale e dell’affannosa ricerca di soluzioni alle lacerazioni del tessuto d’esperienza. L’intimità si muta nell’arena insanguinata dove si confrontano opposte immagini di sé, ricercando l’oggetto d’amore o mutando l’amore in oggetto, quasi sempre dentro una recitata reciprocità. Unendo la soddisfazione personale ai traguardi nel processo di sessuazione, la dimensione intima definisce in un partner quell’elemento complice che concorrendo alla nostra realizzazione ci convoca al cuore della propria e nel mettersi a nudo esprime tutta la precarietà di qell’ordine relazionale e di ruolo che normalmente cela le nostre verità, normali o patologiche. Il caso di Ancona ci dice che se non si è capaci di contrastare gli eventi che hanno inesorabilmente minato l’autostima in soggetti incapaci di fronteggiare il lutto o la perdita, la conseguenza sarà la scelta di un brand comportamentale a rischio per attuare strategie risarcitorie a livello psichico spesso a danno di persone ignare che sembrano apprezzare un’offerta relazionale destinata presto a svelare intenzioni malignamente intenzionate. Provando un profondo senso di vuoto interiore e per rimpolpare la propria esistenza, certe persone hanno sempre bisogno di avere accanto qualcuno che le supporti e per limitare il terrore del vuoto, riusciranno a rendere particolarmente sofisticate le loro tecniche sessualmente predatorie. Nella vicenda di Ancona l’elemento perturbante del contagio deliberato si lega inevitabilmente alla contraddittoria qualità della dimensione intima, che situandosi a livelli di costruzione della personalità molto profondi, riusciva a celare agevolmente le sue trame deliranti e difensive a misura della crescita delle abilità seduttive del protagonista. Dal suo punto di vista l’incriminato cercava di fornire una qualche lettura razionale della propria condizione ed infatti la negazione dell’AIDS mutava l’imprudenza sessuale da sorgente psicogena della colpa a comportamento normale da reinvestire in ulteriori conquiste. In questo rovesciamento patologico il numero dei rapporti e delle persone infette è proporzionato alla fatica prodotta per dare coerenza alla deformazione della realtà in cui il protagonista era immerso. Colpisce in questa deriva patologica dell’agire l’assenza di senso di colpa come sentinella del limite, tacitato tramite la negazione delle conseguenze delle azioni intraprese e mai agito in una dimensione di autentica salvaguardia del sentimento amoroso o di banale richiesta di aiuto.

Rossano Buccioni

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