Individuo/società43

6 Luglio Lug 2018 1554 06 luglio 2018

IL PICCOLO MONDO ANTICO DELL'ESAME DI MATURITA'

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In che senso un nativo digitale è maturo?

Calato il sipario sulla maturità 2018 chiediamoci in che rapporto stanno oggi scuola e società. La nostra è una scuola che non può fare da filtro tra la condizione giovanile e le problematiche sociali che la riguardano. Non può farlo per il semplice motivo che un sistema di azione come la scuola può solo riproporre su scala parziale (istruire), una prospettiva generale (funzionare). Il locale è contenuto dal generale e ne adotta le logiche dato che per esistere, un sistema parziale della società non può porsi contro la società. Di solito pensiamo che la politica, la famiglia o la scuola siano in crisi. Intendiamoci: le istituzioni non vivono; vivono gli individui al loro interno e non è estendendo le metafore biologiche a presunti corpi sociali che veniamo a capo di qualcosa. Pensiamo che la società sia in crisi perché vediamo il disagio delle persone, ma se per disagio sociale intendiamo il patire umano facciamo un errore perché dalla sua prospettiva - che non è quella umana, ma quella organizzativa - la società è fin troppo in salute. Le forme organizzative e funzionali ormai emergono sull’elemento umano che le costituì domandando piena soddisfazione ai suoi antichi bisogni. Questa logica creò apparati che si autonomizzarono dagli scopi originari (umani), proponendone di emergenti che del singolo individuo non sanno più cosa farsene. Le visioni del mondo dei singoli non sono subito quelle dei sistemi sociali e la società complessa non è più la somma di tante esigenze individuali, anche se non possiamo fare a meno di pensarlo. Il punto è che ciò che va bene ad uno dei tanti sistemi di azione sociale non è detto vada bene anche per gli uomini che operano al suo interno perché siamo passati dalla società del giusto mezzo che metteva facilmente in relazione l’interesse collettivo con quello individuale ad una società dove le strategie per risolvere un problema sono ricercate senza che l’interesse organizzativo conceda “un senso” a quello personale. Allora la crisi riguarda sia il fattore umano dentro la società, sia l’articolazione tra umano e sociale: politica nel caso della decisione pubblica; scuola nel caso dello svelamento di prospettive esistenziali da seguire come vocazione. Perché? Le richieste che la società rivolge all’umano tramite scuola o politica sono difficili da realizzare dentro le possibilità offerte da queste storiche articolazioni ed il risultato è la loro crisi. La nostra società tramite la scuola chiede ai ragazzi competenze, cioè dimostrare di saper fare delle cose, facendo venir meno l’accesso ad un significato ulteriore quanto necessario che garantisca l’umano oltre il successo di ogni corrispondenza mezzi/scopi. Qui emerge il problema della c.d. questione neotenica. Per coefficiente neotenico si deve intendere ciò che la condizione giovanile trasmette di suo ad ogni civiltà. La crisi degli adulti e il concomitante potenziamento tecnologico dell’agire, pongono i giovani al centro degli interessi tecnologici della nostra epoca, determinando una dilatazione impressionante del quoziente neotenico del nostro tempo frutto di una doppia contingenza: l’indebolimento delle qualità orientative dell’adulto e la forte accelerazione delle trasformazioni tecnologiche che consentono ai nativi digitali di dar vita ad una gran mole di esperienze. Tuttavia, se in precedenza il coefficiente neotenico di una cultura rappresentava un nuovo accesso al futuro a fronte di furibonde lotte per il miglioramento della struttura sociale, adesso l’incremento del coefficiente neotenico è da leggersi in gran parte come una negazione della specificità giovanile, quasi del tutto assorbita nelle trasformazioni della cultura analogica in quella digitale. Come se non bastasse, questo assorbimento del coefficiente neotenico nei mondi tecnologici, incontra un altra grande forza di spinta, la Gamification, vale a dire l’utilizzo diretto delle strategie del gioco nella risoluzione di problemi oppure nello sviluppo di logiche di lettura di condizioni complesse. Promuovere il gioco a modello di risoluzione dei problemi con la prospettiva di trasporre i ruoli elaborati nella dimensione ludica nella realtà del lavoro o del mercato, promuove il gioco a strategia di costruzione del reale. Tuttavia, la paura per il reale troppo complesso di oggi spesso capovolge il rapporto tra gioco e mondo, determinando un allineamento della realtà a quella del gioco e non viceversa, rendendo quindi impossibile distinguere tra i fatti e le loro simulazioni ludiche dentro una retrocessione della realtà al livello di continua sperimentazione di ipotesi. I nostri giovani a che livello di rappresentazione della realtà possono incontrare i classici del pensiero europeo ed i modelli di vita che la scuola ancora propone? Aristotele o Leopardi, senza la garanzia educativa di un accesso simbolico allo specifico posto che quell’alunno occupa nel mondo, diventano fossili culturali che riaffiorano in un esame di maturità e che poco aggiungono all’estrema gravità dei paradossi formativi dentro i quali si può sapere tutto della vita quotidiana nell’Atene di Pericle e nulla dei meccanismi che estromettono gli esseri umani da quella società che hanno pur contribuito a costruire. Quando la maturità fa scoppiare l’ultima bolla di sapone scolastica scompare definitivamente anche l’ultimo “utero sociale” che assicurava ai giovani la blanda certezza di un ambiente stantio ma accogliente, assorto nelle sue pedagogie nostalgiche, ma pronto ad aspettare ancora una volta la cosa giusta dai nostri ragazzi. Ora tutto è finito e quel mondo da cui spesso la scuola li tiene abilmente separati, sapendo che può fare ben poco per difenderli se non nascondendo le logiche evolutive delle strutture post umane ormai di assoluta evidenza, presto inizierà a fare sul serio. Senza nessun senso, voti o ricreazioni.

Rossano Buccioni

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