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2 Agosto Ago 2018 1430 02 agosto 2018

MICROPLASTICHE NEI MARI: L'OBSOLESCENZA PROGRAMMATA DEL DESIDERIO

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La materia della contingenza

A partire dall’emergenza micro-plastiche nei mari è certamente arrivato il tempo di mutare quegli stili di consumo orientati su utilizzi usa e getta ad alto impatto ambientale. E’ usa e getta il praticabile monouso, relegato a soddisfare esigenze discontinue, sinonimo di azione ispirata da temporaneo senso pratico. Il tema qui è l’adozione di comportamenti virtuosi a fronte di emergenze ambientali scientificamente accertate nell’epoca della c.d. post-verità, che come dice il filosofo Maurizio Ferraris vede consolidarsi una condizione socio-antropologica nella quale milioni di persone sono convinte di aver ragione non insieme, ma per conto proprio. Frutto avvelenato del pensiero post-moderno, la post-verità diffida del dato scientifico perché rifiuta la costruzione istituzionale della realtà e contesta il monopolio nella definizione del vero e del falso. Letta sotto questa luce inedita, l’attuale questione dell’inquinamento da microplastiche assume dunque rilievi controversi, fermo restando che le campagne di ripulitura delle spiagge dai detriti plastici o la denuncia delle isole di rifiuti negli oceani, vanno nella direzione giusta.

Sociological Insight?

L’inquinamento da materie plastiche non è questione semplice anche perché riguarda non tanto la modifica di stili di consumo, ma di strutturate mentalità di accesso a categorie di beni espresse da culture edonistiche che necessiteranno di un laborioso sociological insight per disegnare mutamenti autentici nella sensibilità comune. Si pensi ad es. alla questione degli oggetti di plastica entrati nella psicologia dell’uso quotidiano: se tutti i giorni operiamo su una moltitudine rassicurante di cose plastiche (utensili, dispositivi, ecc.), non ne percepiremo facilmente i pericoli per l’ambiente. Il tema dell’inquinamento che ne deriva ci confronta con la storia sociale della plastica e con la sua natura di materia-simbolo di un’epoca dello sviluppo connotata da una sostanziale insensibilità verso l’ambiente perché incapace di farsi carico del prima e del dopo la produzione (risorse e immani quantità di rifiuti). Mentre legno e marmo – un mobile o una scalinata - sono materie che inchiodano l’oggetto ad una durata inscritta nella materia manufatta, la plastica rimbalza per tutte le direzioni della usabilità, adattandosi all’oggetto, ma senza mai coincidere completamente con esso, facendolo restare in bilico tra esigenza e occorrenza. La plastica non è una materia che coincide con l’uso restando imbrigliata nell’ordine delle cose perché la sua capacità di prendere con facilità mille forme diverse non la sovrappone mai perfettamente ad un bisogno.

Materia simbolo di un’era dello sviluppo economico

Appena si conforma con l’oggetto usato già mostra di potersi dislocare altrove, aderendo a bisogni del tutto aleatori. Questo suo statuto peculiare ne fa la paladina delle stagioni recenti dello sviluppo mercatista e dei suoi pesanti risvolti ecologici. Però il legame che la plastica garantisce tra materia e sua immediata declinazione in oggetto, non solo resta culturalmente intatto, ma si va ampliando in diversi settori economici perché la plastica ha accelerato la corrispondenza tra creazione di bisogni e possibilità di riversarla subito in manufatti concreti, sancendo la prossimità del desiderio alla logica del mercato. Se nel legno materia e forma si saldano in un durevole schema d’uso, con la plastica - che fa coincidere solo temporaneamente materia ed oggetto - la durevolezza diventa un problema, perché essa reca rovesciata la logica della coincidenza stabile tra bisogno ed oggetto. Allora, se nel consumo usa e getta l’oggetto permane poco nelle stanze del desiderio, la plastica di cui è composto risulterà al contrario quasi immortale, perché se interpreta alla perfezione l’infinita esigenza di legare i bisogni alle loro soddisfazioni, come materiale finirà subito fuori dal ciclo del consumo diventando traccia inquinante del bisogno volatile che incarnava.

Obsolescenza programmata

Socialmente la plastica esprime dunque il paradosso del trionfo ed allo stesso tempo della sconfitta del mercato. La sua natura – supporto di facile realizzabilità e di altrettanto rapido consumo - la incrimina nella questione dell'obsolescenza programmata. Gli oggetti hanno una morte programmata e le conseguenze per i consumatori sono pesantissime in termini di rifiuti prodotti e di guerre per l’accaparramento delle materie prime. Solo nel 2012 gli utenti USA si sono sbarazzati di 130 milioni di cellulari funzionanti per l’obsolescenza psicologica legata alla moda dei cellulari touch. Neppure le discariche illegali sono più sufficienti a stoccare l’enorme quantità di rifiuti elettronici. Se questo è vero, una cultura come la nostra, fondata sull’amplificazione e legittimazione di tutte le visioni del mondo, volendo valorizzare il suo patrimonio ideale, materiale e non, chiederà proprio alla plastica di farsi heritage (si pensi al caso Kartell), diventando patrimonio culturale ed eccellenza della cultura pop. Sul versante opposto, si deve onestamente ammettere che se troviamo tanta plastica nell’ambiente è perché evidentemente rispecchia meglio di altri materiali la logica specifica dell’economia di mercato con la logica dell’usa e getta che, dall’universo della plastica tende a dilatarsi in molti altri aspetti della nostra vita con la battaglia contro l’inquinamento da materie plastiche che diventa obbligata quanto ardua. Un altro tema inerisce il nostro rapporto con gli oggetti. Infatti non ci sono solo oggetti che funzionano o costano, ma anche oggetti che presentano un alto coefficiente di rispecchiamento col nostro cervello nelle diverse situazioni.

Affordance economica e molto altro …

Le plastiche hanno guadagnato ampio credito su questo piano e propongono degli oggetti ad alto tasso di affordance (autorizzazione). Questo tema specifica sia ciò che gli oggetti comunicano - facendosi garanti anche del loro corretto utilizzo – sia ciò che legittimano, ricevendo una delega culturale in vista del raggiungimento di scopi. Se ben progettato, ergonomico, ecc., l’oggetto, si armonizzerà con i nostri costrutti socio-culturali, entrando in relazione con noi grazie all’ambiente mercatistico diffuso. Se il sistema di mercato si basa - fino a prova contraria - su logiche specifiche quanto globali, la tutela ambientale sarà da ricercarsi non nella genuflessione, ma almeno dentro la conoscenza critica di quelle logiche, non fuori, cercando di agire in modo generico sulla sensibilità delle persone. Penso ad ecosistemi industriali del nord Europa, dove i rifiuti di un’impresa diventano risorse per un’altra impresa. Usabilità, flessibilità, fungibilità: questa è la plastica. Certo è anche tossicità, ma prima di eliminarla dalla catena alimentare degli ambienti marini, andrebbe almeno ridiscusso il suo statuto di materia-simbolo nella logica di mercato dei sistemi sociali in cui tutti viviamo.

Rossano Buccioni

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