Individuo/società43
11 Agosto Ago 2018 1523 11 agosto 2018

L’EUTANASIA FUNZIONALE DI SERGIO MARCHIONNE

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QUANDO LA LOGICA POST-HUMAN SI SCRIVE DA SOLA

Cronistoria socio-antropologica della vicenda di Sergio Marchionne

Le 10 domande del Direttore Paolo Madron sulla vicenda di Sergio Marchionne reclamano una risposta. Non sappiamo se verrà o meno. Noi qui vorremmo illuminare altre domande percorrendo una strada impervia perché la dissuasione è a guardia delle dimensioni che cercheremo di attraversare. Il Filosofo Salvatore Natoli in un’intervista di molti anni fa, rispondendo a domande sul suo libro riguardante le forme del patire nella cultura occidentale, a suo modo stigmatizzava la curiosità del richiedente, mettendolo in guardia dal pervenire a conclusioni troppo nette sulle dolorose vicende che costellano sia le cronache quanto le nostre vicende personali, reclamando un fuggevole accomodamento logico nei rispetti del senso definitivo di una vicenda umana. Dato il ruolo e il personaggio, la vicenda di Sergio Marchionne assume una dimensione peculiare dentro una logica tutto-niente che si oppone subito alla definizione compromissoria delle relazioni umane e delle rappresentazioni del mondo che un top manager costruisce. “ … se avesse lavorato come postino, non come capo, avrebbe vissuto più a lungo…. Anni di lavoro, ore di tensione, sigarette una dopo l’altra pesarono non poco sul suo destino. Dalla fine degli anni Settanta, non riusciva a dormire senza pillole, cosa che danneggiò il suo cuore” . Non è un’ anamnesi sul decorso infausto del manager FCA, ma una memoria dello storico lo storico Viktor Denninghaus sull’allora capo del PCUS, Leonid Breznev. In molti hanno proposto letture esorbitanti ed altri delle improbabili psico-diagnosi calibrate sulla condizione manageriale di Marchionne cercando nella patologia la presenza di ciò che non ha ancora ricevuto un battesimo, sociologico, clinico, simbolico. Anche se può apparire discutibile fare riferimento alla clinica ed alla psicopatologia in merito alle evenienze di un manager o di un leader politico, si deve ricordare che nel mondo del lavoro esistono svariate forme di sanità e di patologia: si pensi alle questioni della leadership distruttiva, delle malattie del potere e dei rovesci delle condotte di direzione che hanno portato diverse organizzazioni al disastro. Niente di tutto ciò nel caso Marchionne, anzi. Il vero tema qui è come il CEO FCA abbia spostato in avanti – non è detto volontariamente - la chiave di lettura post umana del rapporto tra esseri umani ed organizzazioni complesse. Con una serie di questioni accessorie dietro alle quali corrono invano i media di mezzo mondo. Se il politico scalda gli animi dispensando sogni di felicità, il manager muta quei sogni in oggetti, da loro forma espressiva nella concreta usabilità e se la mancanza del leader politico si sente nell’assenza di visione progettuale del bene comune, quella del leader economico si riassorbe nella permanenza praticabile degli oggetti cui legò indissolubilmente il suo nome e del marchio che associava usabilità e storia. Non che il manager si alieni in ciò che produce e commercializza, ma l’oggetto auto lo assorbe progettualmente nell’utilizzo quotidiano e ne spalma le intenzioni dentro i canali di fidelizzazione dell’oggetto legato a scopi normali dentro ritmi di vita normali. Il lutto per il politico andrà elaborato nell’ordine della mancanza, mentre per il manager in quello di una presenza differita in continuità sia col nuovo management – che prosegue l’opera (non la personalità) - dilatando il parassitismo tecnologico inclusivo dell’epoca post-human che prevede il passaggio di caratteri umani alla macchina e caratteri macchinici all’uomo. Allora in economia notiamo come la referenza personale sia prossima a quella di sistema dettando specificamente al manager le condizioni per eternizzare il sistema (economia) giovando a se stesso. Se parliamo di post-human, di un approdo obbligato di sistemi sociali come quello economico, non è per etichettare dinamiche di cui non si può ancora fornire una convincente spiegazione, ma semplicemente perché il sistema economico sa mostrarsi più di altri pienamente autologico, proponendo all’interfaccia di individuo e società delle dinamiche che necessitano della disgregazione o della rapida trasformazione della condizioni di sfondo all’agire che per tradizione ascriviamo alla logica umanistica di interpretazione dell’esistente.

Il post human che sbarca nella cronaca

Alle 10 domande che il Direttore Paolo Madron pone sulla vicenda di Sergio Marchionne, potrebbero fare da debita introduzione alcune considerazioni che il filosofo Eric Sadin propone nel suo libro sulla siliconizzazione del mondo, da intendersi come avamposto di una più generale trasformazione della società-mondo in teatro di una condizione post-umana. Non potendo ancora stabilire cosa è completamente post e cosa è ancora del tutto human, ci si deve limitare a sostenere che alcune personalità riescono a tradurre nella realtà normale l’idea di una transizione antropologica verso modelli pienamente funzionali di esistenza, una emergenza biografica pagata a caro prezzo che Marchionne e molti altri ci hanno dimostrato nella sua determinazione a diventare normale, piegando la propria iconicità soggettiva alle esigenze di “io-struttura”, pienamente allineati sulla logica che i sistemi di funzione promuovono, alterando e bonificando complessi, eros, narcisismi, valori, testi filosofici dell’università ed altri balocchi umanistici. Per spiegarsi meglio, Eric Sadin parla della sindrome di Sherlock Holmes, intuitivamente ascrivibile ad ogni Ceo in carriera. Impegnato a sorvegliare una sala da ballo gremita da persone del bel mondo dal probabile attacco di un agguerrito criminale, Holmes dice alla sua partner di poter vedere tutto, in quella e molte altre occasioni. Però la sua è vita triste costretto com’è a mutare le sue migliori qualità in altrettante fonti di noia e solitudine. Scrive Sadin: “ il suo genio – di Holmes – consiste oltre all’aver colto la specificità di una potenza di penetrazione immediata ed anche nell’averla saputa legare ad un risvolto psicologico, che è alla fine la vera condanna (curse, fenomeno devastatore)”. Questa genializzazione del rapporto col tempo somiglia molto a quella di Sergio Marchionne, la cui vita - professionale e non - è stata progressivamente assorbita nelle logiche factual del real time manageriale, costituendo insieme ad esperienze esistenziali come quella di Steve Jobs, una vicenda che dall’io-ruolo è performata verso un io-struttura, epifenomeno ambientale complesso, derivata psico-biologica della pervasività e forza dell’agire/pensare economico. Interpretando quasi alla lettera gli epitaffi sgomenti che i media del mondo intero hanno intonato a partire dalla potente evocazione che emanava l’immagine del Ceo FCA ridotta a brandelli dagli eventi soverchianti, Sadin offre anche un filone interpretativo dell’incubatore dopo-umano dei grandi manager della Silicon Valley, muovendo dalla semiotica del loro modo di vestire e si chiede perché il successo li spinga a vestire in modo devotamente informale. “Conoscono il valore dei segni e ne vogliono profittare in vista di un duplice obiettivo” dice Sadin perché devono riprodurre una mentalità nord-californiana che ibrida duro lavoro, cura della convivialità e culto del benessere, essendo sempre all’altezza di interpretare i segni di un’appartenenza che metta la foglia di fico alla ricchezza stellare raggiunta. Il maglione di Marchionne era la versione dei due mondi della felpa à la Silicon Valley alleato dimesso di una fisicità inessenziale di fronte al ruolo sociale interpretato.

La fabbrica della fiducia

Marchionne era anche un manager della fiducia, materia scarsa e fondamentale in economia. Allora: io-struttura in che senso e che vuol dire manager della fiducia? Il sociologo tedesco Niklas Luhmann lo scriveva benissimo anni fa. Dice Luhmann che “fiducia e sfiducia sono atteggiamenti generalizzati trasmessi simbolicamente, che non variano in base a cause obiettive definibili esplicitamente, ma sono controllati in virtù di processi soggettivi di elaborazione e semplificazione dell’esperienza. Nella semplificazione, nella riduzione della complessità si nasconde sempre un impulso di incalcolabile instabilità. Se il problema della fiducia o sfiducia si fa più acuto … la situazione si fa complessa e ricca di possibilità ed … entrano in gioco processi semplificatori di riduzione e di orientamento verso poche esperienze-chiave preminenti”. Chiunque abbia fiducia nella stabilità nel valore del denaro e nella continuità di una molteplicità di occasioni di spenderlo, parte dal presupposto che un sistema funzioni e pone la propria fiducia in quel funzionamento, anziché in una persona conosciuta”. Ancora: “per mezzo del denaro è possibile mettere nelle mani del singolo individuo uno spaccato della complessità del sistema economico nel suo insieme”. Sergio Marchionne ha fatto tutto ciò per molti anni e bene, pagando il duro prezzo della propria vita interpretata in vista di altro. I commenti recenti erano questi: “Sergio viveva di sfide”; “Sergio Marchionne: l’orgoglio della fatica”; ”Un grande italiano”, con epitaffio autografo: “Alla fine, il nostro valore è in ciò che resterà quando non ci saremo più. Vive nelle persone che avremo aiutato a crescere”. Il rapporto con la malattia del leader economico vive un rapporto ambiguo con la trasparenza mediatizzata: “Ho raggiunto i miei limiti fisici…” disse Marchionne. A questo punto non è che si debba cambiare discorso magari concentrandosi sulla differenza tra dati sensibili (Privacy) ed ultrasensibili (chi guidava FCA nei giorni dell’agonia del Ceo). I grandi Manager hanno un mandato sociale da compiere: spostare la condizione umana verso modelli estremi di esistenza funzionale. Appare evidente il connotato gratuitamente superfluo che assume il cicaleccio sull’ospedale che nega evidenze, sui vertici FCA tenuti all’oscuro, sui parenti che nulla sanno delle occorrenze esequiali. Non è questo il punto. Si deve restare concentrati unicamente sul carattere prototipale della vita sperimentale di Marchionne perché nella su logica dilegua ogni pruderie giornalistica sugli ultimi giorni, tenendo a mente che la vita sulla quale ci interroghiamo un giorno apparterrà probabilmente a chiunque volesse continuare a recitare una parte decente sulla scena del mondo. Leggendo in controluce alcuni commentatori: “Era legatissimo ad una Italia immaginaria esprimendo estraneità per l’Italia reale; …ha lavorato tanto, forse troppo, sin quasi a morirne…”. Vivendo l’industria nell’epoca ella trasparenza, il corpo del Leader economico deve inventarsi un modo specifico di comunicare dal lato della fucina della fiducia. Il Manager non dispensa speranze, ma amministra “certezze incerte” e non è in lotta con la realtà, magari per modificarla, ma la rispetta ciecamente riproponendola costantemente nelle cose che vende.

Industrialismo identitario e antropologia della Silicon Valley

Marchionne a capo di falangi di replicanti in tuta bianca che assemblano pezzi di realtà, puzzle metallici di usabilità: le materie meccaniche drenano tradizione, governano accessi nazionalistici alla grande mobilità, disegnano scenari di motorizzazione civile che spinge in avanti sensibilità e senso del tempo. Ma il manager è un interprete della società differenziata per funzioni, forse il migliore data la dominanza sociale dell’economia di mercato. Risibile è la prospettiva di un Colin Crouch che spera di salvare il capitalismo da se stesso e dalle sue pulsioni disgregatrici. Quel potenziale disgregante sta in realtà aggregando da molto tempo nuovi modelli di umanità verso target inimmaginabili da ogni tradizione umanistico-scientifica che si rispetti. Adattarsi a quei brand prestazionali definì lo stile laconico di Marchionne con la sua immunologia dell’io – figlio di carabiniere, la mamma severa, l’emigrante nel grande Canada – oleografie psichiche dentro la nave spaziale del management orbitale h24. L’economia di mercato impone regole che distolgono la parte umanamente migliore della vita, restituitagli alla fine nelle sembianze del bisogno assoluto certificato dal bollettino medico, un re del real time ridotto ai suoi bioritmi devastati dal male, tolta la tutela mentale e biologica del ruolo. Il leader industriale e la sua fiction, la scena dell’alluminio e la ribalta dell’automobile, interpretando se stesso, fedele ad un personaggio scelto che chiedeva al pullover di dire sempre l’impegno e il risultato ancora non conseguito. Il mimetismo del pullover che nasconde dietro l’attaccamento alle origini ed al territorio un pensiero globale-orbitale senza ritorno; l’obiettivo di confondere la nostra percezione sul senso di capacità effettive che hanno solo l’obiettivo di superarsi; la normalità dell’abito incaricata di nascondere un enorme potere che il management strategico ha su tutti noi, come i monaci santi nel Medio Evo, quando la semantica era orientata alla Religione. Marchionne e molti altri hanno rappresentato l’ipotesi dopo-umana nella condizione normale, le hanno dato peso biografico, spessore culturale, innestandola sulle strutture di aspettative di un sistema sociale potente che va rapidamente autonomizzandosi dagli altri determinando nuovi, forzati stili di pensiero e di vita al suo interno. L’ambiente umano digitalizzato, siliconizzato, finanziarizzato e – per ultimo –motorizzato. La sovversione dello spirito del capitalismo che il management muta in potenza del numero, ha visto Marchionne spostare e subito ricreare mentalità esaurite non appena interpretate, determinando modelli di lavoro come incubatori di sensibilità, amplificando l’oggetto auto in una formidabile cornice di desiderio e di conflitto. Il leader economico deve intensificare questo processo di destruturazione/riaffermazione, sparendo come individuo non appena il ciclo della sua interpretazione del mutamento si chiude.

I Cipputi del post-human

Marchionne eroe del post umano, diventato esso stesso ciò che pretendeva il suo lavoro: risana la FCA e poi muori, quasi un Pietro Micca del destino automobilistico italiano, un suicidato dalla grande industria, come lo fu Von Gogh sugli altari di una ristretta sensibilità. Il metallo del riposizionamento strategico del management mutato in materia della contingenza, il risultato migliore è il prossimo, dentro una retorica forzata dall’industrialismo finanziario ed i registri mutanti del coraggio espressi in un lavoro semi-cameratesco, dentro una passione che si piega all’impegno per far risaltare il da farsi puro, il tempo puro della scelta di marketing e non la resistenza di un’ambigua sensitività dell’agire che propone una visione non cedevole ad obiettivi singoli. I soggetti transizionali del manager puro: entourage, fidanzate, amici, arma dei carabinieri, grandi filosofi. Tutto bruciato sull’altare dell’essere pronti ad interpretarsi diversamente da come si è stati e da come si vorrebbe essere, ammesso che interessasse non fondersi con gli stessi oggetti che sancivano la potente capacità di inserirsi nelle vite degli altri, di raggiungerne la specificità attraverso la banale usabilità. Alla fine scrollarsi di dosso il sistema dei media al quale ci si rivolse mille volte obbligatoriamente e ammansirgli vezzi post mortem: fissare esequie forzosamente lontane da ogni commiato improvvisato o da esibito cordoglio. La cortina fumogena di giustificati dubbi sulla fine di una persona che aveva impostato la sua vita sull’inessenzialità di una fine, non ci distoglie dal pensiero-base che rimarca l’incapacità dell’inconscio produttivistico di poter pensare una fine, ma solo una crisi, magari da risolvere ancora una volta. Proprio nella morte la vita di Marchionne svela ciò che è sempre stata, un praticabile organizzativo votato a decisioni complesse. Se il corpo del leader della decisione si nega al cordoglio di chi partecipò alla magnificazione sociale del suo ruolo (competitori, semplici cittadini, operai …), se dunque non viene diversamente costruito in vista di una sua diversa inserzione nell’ordine umano del vivere e del morire, resta eternizzato nel ruolo che rivestiva permettendo alla funzione di mantenersi attiva nelle menti di chi lo conobbe, comunicando socialmente anche dopo la morte. Il post umano è questo: vivere e morire restano legati ad una funzione che li sovrasta, nonostante la persona, perché non contengono nessuna logica di arresto dentro le logiche auto-riferite del dominio factual. Le persone vivono, mentre queste logiche no.

Oggetti estatici

Un’automobile cos’è in fin dei conti? Somiglia più di quanto si creda ad un film o ad un brano musicale perché è una cosa che offre nelle sue forme immediata concretezza e conferma alla realtà. E’ la coincidenza temporanea di un pezzo di metallo con sicurezza, velocità e comfort. La storia di queste coincidenze occasionali fa un marchio, un brand al quale si risponde con una fedeltà di acquisto ed uso. Fondiamo i nostri complessi con una cosa, vi ricaviamo una idea di affidabilità che conforta la nostra personale difficoltà nell’arginare l’incertezza. L’io-ruolo contempla diversi livelli di identificazione/proiezione. L’investimento psichico sul ruolo in certi casi non solo è completo ma si serve chiaramente delle logiche di apertura/chiusura degli io-ruolo per potenziare se stesso. Se l’io-ruolo entrerà troppo in contrasto con le logiche del sè corporeo, questo parlerà alla fine nel linguaggio del riserbo medico prima e nei tragici bollettini poi. Ma poco importa, anche se l’enorme rete di valore/interesse creato in una intera vita svela incresciosamente i suoi presupposti originari e la conversione da tumultuoso successo a vincoli troppo umani. La debolezza ed infine la morte, sono semanticamente estranee alla pulsantiera cognitiva su cui l’opinione pubblica cercava Sergio Marchionne. Se la persona abbia deciso in solitudine o no, magari in condizioni estreme, prevedendo accuratamente reazioni e determinando per sé corsi di azione a lungo pensati solo per altri, non fa che riproporre anche nel fine vita una coincidenza perfetta tra decisione ed esito. Applicare a se stessi le decisioni che si impongono ad altri in condizioni di non ritorno. Fine vita e destino dei capitali: lo stesso agone/agonia.

Dati sensibili ed ultrasensibili

Impossibile tirare in secca sulla sponda della privacy l’enorme scafo di una vita dominata dalla fortissima immagine pubblica di interprete privilegiato delle logiche di successo del codice economico. La dominanza decisionale medica si è sostituita alla fine alla dominanza economica dello stile cognitivo e di vita , ma nulla è andato perso della forte connotazione sperimentale dell’io-struttura del Sig. Marchionne. L’io-struttura è una fidelizzazione psico-biologica estrema con l’ordine sociale che detta una percezione di sé a misura di ciò che si fa. Marchionne come Steve Jobs ha spostato in avanti l’accoppiamento strutturale tra persona e ruolo sociale. Non si poneva domande su ciò che stava realizzando perché la vita da tempo coincideva con gli steps di quella realizzazione. Cosa dicevano Jobs e Marchionne della vita, del lavoro? Quale utilizzo della retorica imprenditiva dell’autorealizzazione? Qui interessa l’impulso che questi due manager hanno dato a una immagine post-umana della vita, logicamente assorbita e cancellata perché incapace di mostrarsi una qualsiasi prosecuzione di quelle. Il polemizzare conclusivo al letto del paziente tra diritto alla privacy e dovere manageriale è stata una patetica modalità per irreggimentare una vita eccedente che nella malattia veniva costretta ad interpretarsi in un modo che sfuggiva sia al protagonista sia al mondo che l’aveva conosciuto nella perfetta coincidenza con la sua maschera. Il male si era ricavato una logica all’interno dei clamori di decisioni di successo, in una economia della vita che chiese lungamente ai metaboliti del tabacco un disperato contatto con la propria corporeità. In casi estremi come quello di cui trattiamo appare necessario pensare una sostanziale separazione fra lo status dell’identità umana e quello dell’identità personale: la prima resta consegnata all’ambito filogenetico della specie, ma la seconda si consegna alla combinatoria dell’io-struttura che a partire dalla dimensione biografica e culturale cerca il pieno rispecchiamento con la considerazione sociale con cui gli esseri umani sono costretti a rapportarsi tra loro in qualità di ambiente umano della comunicazione. Così, se per riconoscere e identificare le persone umane era necessaria la percezione esterna e, dunque, la corporeità, nel caso degli io-struttura è necessario solo il ruolo sociale che si agisce ed il corpo diventa assurdamente inessenziale, non socializzabile oltre un limite, il luogo della messa in crisi di ogni affermazione perché comunque vincolato alle logiche della sua vulnerabilità. Come autorevolmente sostenuto da Stefano Rodotà, “l’inviolabilità della dignità della persona si concretizza nell’inviolabilità del corpo”. È per il corpo che la persona è “umana”. Un grande manager pensa il corpo diversamente da come lo vive perché non pensa le condizioni materiali dell’esistenza umana dall’interno dell’io-struttura, non dell’io psichico. Se è vero che la persona non è un essere disincarnato e che anche tutte le sue proprietà più elevate, quali la capacità organizzativa, manageriale, morale, sono strettamente legate alla corporeità e, dunque, all’appartenenza al mondo delle persone umane, non potrà essere così per gli io-struttura il cui corpo è interpretato per farsi altro da sé. Il paradosso dell’io-struttura è che in ogni caso attraverso il corpo la persona umana resterà comunque vulnerabile. Il problema qui è che se la persona coincide con il ruolo, il corpo cesserà di essere il luogo della sua umanità. La funzione muta il mistero della vita in sua disposizione verso l’esclusivo mantenimento della catena delle decisioni cui era stata dedicata.

Cronistoria recente: delusione e sgomento

Non si creano solidarietà, non si evincono umanità né patimento: l’umano deve essere tolto di mezzo rapidamente dalla vicenda della patologia del manager perché la sua decisionalità deve essere eterna, resa immune dalla malattia. Mentre un la morte di un uomo politico innesca un meccanismo antico e moderno di elaborazione, commiato e cordoglio, perché si faceva interprete di esigenze di felicità collettiva e vivendo la sua vita in realtà ne viveva molte, la morte del leader economico accade già consumata nella sua valenza pubblica perché egli operava sul tutto muovendo dalla parte; è un leader triste perché non può fare altro che profittare delle contingenze amplificando le conseguenze immediate dentro un sistema sociale vincente che dispiega tutta la sua potenza. Dalla prospettiva della parte Marchionne ha mosso un tutto, ma ne è stato rapidamente riassorbito perché i codici operativi di quella parte – l’economia – nulla concedono alla persona, alla sua qualità, affidato il potere della quantità del numero. Un manager è doppiamente rovesciato, angustiato in caso di morte: in primis perché muove sul tutto a partire da una sua periferia – lo scambio economico; e poi perché in caso di morte le sue qualità umane non sono distinguibili da quelle professionali che le riassorbono completamente se si tratta di non nuocere all’azienda anche nascondendo dati sulla malattia. Quella del CEO è una trasparenza subita che se si applica brillantemente nei circuiti delle decisioni finanziarie, appare squallida e parziale quando entra in contatto con la morte. Nella finanza la morte è un incidente, inutilmente assoluto, incapace di convertirsi in altro, non si lega all’io-struttura, non si allea con nulla. La morte di un CEO accade incidentalmente-casualmente perché evento estromissivo dalla vita pubblica: quando si muore, si comunica solo la propria uscita dalla comunicazione.

Cosa reclamano le domande inevase

Cercando bollettini, raggiungendo le stanze di un dramma volendovi pensare coraggiose smentite, non vediamo il copione che Marchionne ha recitato alla lettera. La solitudine del manager è qui: consegnarsi alla verità che condivide col numero, dentro una igienizzazione del pensare che prevede la sfiducia nella natura umana convenzionale. L’igienizzazione della lettura manageriale della realtà prevede la sterilizzazione tecnocratica delle condizioni limite, poste al riparo da contaminazioni esperienziali e sentimentali. Il Direttore Madron si rassegni. I valori della persona umana restano confinati in un’area psichica protetta, in cui si ammettono visitatori occasionali e dove la realtà biologica è messa in latenza, affidata ad un potere di decisione medicale di cui si conoscono le capacità di agire in condizioni di emergenza. In conclusione: c’è un livello documentale di lettura della vicenda: Il borghese buono; Colui che ha portato Fiat nel futuro; Il Ceo che andava a vedere se gli operai avevano bagni decenti; Il figlio del Carabiniere che diventa un personaggio importante; La laurea honoris causa in Abruzzo; Il cimento in Ferrari; la malattia nascosta al management FCA; Elkan respinto dall’ospedale svizzero e Paolo Madron che si pone domande legittime. Ma ve ne è un altro. Marchionne era un decatleta dell’organizzazione, con psicologie economiche multiple, capaci di sinergie identitarie fortissime, ma richiedenti totale disponibilità di energia psico-biologica e biografica. Ha lungamente vissuto in un’auto-percezione di sola andata, nella piena consapevolezza della fine precoce, più volte presagita nel fondale intrasparente di una saggezza radicata nello strapaese ma temprata a superarsi nel successo. Chi vive in bilico tra due epoche probabilmente conosce meglio di tanti altri i costi assoluti in termini di vita/morte (non traducibili quindi in debito), da pagare e basta quando l’esistere svuota ogni contrattazione, non consentendo di riscuotere più nulla. Si tratta di due dimensioni – persona umana ed io-struttura - che hanno vissuto dentro una biografia eccedente un decisivo passo in avanti verso nuovi modi di vivere e morire, ammesso che si mantenga la lucidità necessaria per vedere ciò che il sistema economico ha fatto per il tramite di un uomo “normale”, pronto a camuffare logiche emergenti in vecchie storture, screziature dopo-umane in eccessi e virtù. Il modo in cui la realtà si racconta, cercando di palesarsi per ciò che non è, in questa vicenda ha mostrato le corde. Il nuovo è qui e la cremazione autologica del Ceo Fca ce lo conferma.

Rossano Buccioni

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