Individuo/società43
2 Settembre Set 2018 1004 02 settembre 2018

L'ARCHITETTURA DEL TURBAMENTO COLLETTIVO

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Il calcestruzzo della probabilità

Il crollo del viadotto Morandi sul Polcevera a Genova è doloroso per la perdita di persone inconsapevoli e incoscientemente fiduciose non solo dell’eternità delle cose costruite dall’uomo, ma anche dei presupposti dell’ordine sociale che le contempla. La tecnica riduce la natura a regno di costanti da governare in forza di una gestione coerente delle azioni orientate ad uno scopo. Nella costruzione ingegneristica le costanti naturali vanno indirizzate verso intenzioni progettuali controllabili e dove c’era un no opposto dalla natura, con l’infrastruttura l’uomo impone il suo si culturale. Questo perché la vita sociale si basa su presupposti generali di probabilità. Come non stiamo a domandarci perché accade ciò che accade, accettiamo la messa in opera di praticabili ingegneristici che sono socialmente incaricati di tradurre antiche simbologie di oltre-passamento del limite in traslazioni routinarie, dato che per noi è fondamentale non porci domande, ma trovare un luogo dove dare forma alle tante sollecitazioni sociali che ci fanno incarnare altrettanti ruoli.

Mobilità sociale, ambientale, mentale: il cuore dell’evento

La molteplicità di azioni sociali a cui siamo costretti frammenta la nostra psiche in tanti io diversi e soddisfatto un ego minore, ricerchiamo subito la sazietà di un altro, divorando tempi e luoghi. Così un ponte o una strada, un centro commerciale o un aereo ci permettono di spostarci anche mentalmente da un io ad un altro, andando materialmente ad impersonarli in luoghi diversi. Quel che costruiamo presuppone un’autorità che lo tenga in ordine, convertendo costantemente l’idea di ponte come superamento di un limite nell’utilizzazione intensiva che se ne fa. In questa mutazione sociale dal senso all’utilizzo, la manutenzione diviene fondamentale se lo scopo è quello di garantire nel tempo condizioni d’uso certe. Dal punto di vista giuridico la scarsa manutenzione prevede l’accertamento di responsabilità per omessi controlli, sottovalutazioni del rischio ecc., ma quella giuridica è una attivazione emergenziale, quando la società ha già perso nel piegare le leggi della natura costantemente al suo servizio. Infatti, cos’è un manufatto architettonico? E’ un’idea resa praticabile in modo garantito e routinario. Non c’è eccezionalità divina o epica, ma ardimento costruttivo; l’interpretazione corretta delle leggi empiriche muta l’eccezionale in abitudine. La nostra società è basata su tale criterio generale ed in tal senso il crollo del Morandi mina la certezza sociale, costruita sul mantenere probabile l’improbabile. Quando l’eccezione torna a ribellarsi all’abitudine – a motivo di responsabilità che si stanno accertando – la possibilità di traslare da un luogo ad un altro espressa dal ponte come idea che si fa opportunità, ci fa sentire un pò tutti nell’abitacolo dei sommersi e nel cuore in gola dei salvati. Il motivo è che la nostra società non tollera il ritorno all’improbabile del probabile. Se l’idea – attraversare il Polcevera - si muta stabilmente in possibilità concreta, determinando la vittoria del probabile sull’improbabile, la nuova struttura non solo rappresenterà una versione in calcestruzzo della capacità di decidere dei sistemi sociali, ma sarà anche un modo per dare prevedibilità alle azioni, agli spostamenti, alla creazione di abitudini di consumo dello spazio urbano. Questa capacità è dileguata nell’inerzia annidata in catene decisionali mostratesi a Genova o troppo lunghe oppure propriamente inconsistenti. Allora nel crollo del Morandi tutti veniamo colpiti, non tanto perché ci poniamo istintivamente nei panni delle vittime, ma soprattutto perché viene meno il presupposto originario della società complessa, quello che da per scontato che stia nell’ordine della certezza superare un ponte per soddisfare le pressioni dei tanti io-ruolo che ospitiamo nella nostra psiche. Il sottile turbamento - per il quale cerchiamo immediatamente dei responsabili che possano pagare per l’accaduto – nasce da qui. Desideriamo che la nostra vita sociale torni ad essere ovvia. Siamo assorbiti dalla giostra vorticosa di aspettative di comportamento da assicurare agli occhi di chi ci fornisce giusto riconoscimento e la vita che viviamo sta completamente dentro la logica sociale che da assolutamente per scontata la perfetta tenuta di un ponte. Siamo turbati da fatti come questi perché lo standard tecnico non rispettato non riguarda solo quel ponte, ma rappresenta la chiave funzionale della società tutta, vale a dire il criterio istitutivo del passaggio dall’era pre-moderna a quella moderna. Si potrebbe anche pensare che non è proprio il caso di apostrofare in questo modo eventi che ricondotti alle palesi incongruenze della via italiana alla globalizzazione, in realtà hanno portata molto minore. Tuttavia la natura dello scoramento collettivo manifestatosi merita un’analisi più articolata.

Umana tracotanza?

Qualcuno ha scritto che la colpa del crollo di Genova è da imputare alla tracotanza dell’uomo, cercando di vedere nel caso specifico una logica antropologica di lunga durata; se un ponte si risolvesse esclusivamente nell’ingegneria dell’attraversamento sarebbe così, ma il punto è che il ogni manufatto sta dentro una logica generale per cui la stessa possibilità di pensare un ponte dove c’erano una montagna ed un precipizio non può che appartenere ad una lettura della realtà che si definisce a partire dall’abbandono di qualsiasi idea di fatalità o di armonia divina stabilita sul mondo. Adeguatamente conservato quel ponte non sarebbe crollato: l’idea funzionale/factual si oppone radicalmente alla versione fatalistica. Questa è la logica della nostra società che quel crollo mette globalmente in discussione perché una logica sociale dominante è totale, non a macchia di leopardo e fa stare in piedi il Morandi come ci fa agire quotidianamente. Sta qui il sottile turbamento che ci ha bloccato: la natura reticolare e intercambiabile delle funzioni sociali – noi o altri è lo stesso - fa si che su quel ponte poteva effettivamente transitare chiunque. Qui abbiamo a che fare con una crisi interna alle logiche sociali della decisione strategica che ha dato tempo alle leggi invarianti di natura di prendersi una rivincita sulle formidabili capacità umane di disporne.

Fluidificare il passaggio tra io diversi

Se è vero che “la tecnica è la nostra mediatrice culturale con la natura” una infrastruttura sarà sempre espressione di una struttura sociale e la prima rispecchierà le logiche generali dettate dalla seconda dato che ogni società ha le proprie filosofie costruttive ed i propri materiali-simbolo. Il ponte fluidifica il passaggio da una occupazione ad un’altra e quindi da un luogo ad un altro della città. Sul ponte noi transitiamo da un io ad un altro dato che possediamo una molteplicità di ruoli legati direttamente al riconoscimento che ci deriva dall’appartenere a specifici gruppi sociali. Le vittime che transitavano al momento del crollo coincidevano temporaneamente con una identità parziale di ruolo – magari inessenziale - che è costata loro la vita. Uno che esce da un centro commerciale ha appena cessato di essere un cliente per diventare un automobilista non appena entra in auto. Mettiamo e togliamo ruoli mentali come vestiti e siamo molto bravi a calarci nei diversi abiti di scena. Il crollo di Genova colpisce perché si è trattato di persone sorprese dalla morte dentro una rappresentazione di sé probabilmente routinaria e minore, che non ha potuto opporre nessuna reazione degna della vita vissuta al profilo catastrofico che si stava delineando.

Tragedia con spettatori: la società vede svanire i suoi presupposti

L’eccezionalità di una vita viene scissa in tante competenze separate e si muore nell’esercizio di una sola tra queste. Una morte meno casuale avrebbe forse offerto la possibilità di reintegrarle, oppure una vita fatta di competenze diverse avrebbe tenuto lontano le persone da quel viadotto. Nella società che dichiara guerra all’incertezza attraverso sofisticati strumenti di previsione e di lotta all’improbabilità, il caso ama riorganizzarsi specialmente nelle pieghe inerziali delle decisioni – tecniche e non – mentre un’espressione ingegneristica della garanzia di fluidità dei ruoli collassa, perché in fin dei conti è fatta della stessa materia di quelli. La logica di quell’opera – costruttiva, architettonica, viaria ecc. – consisteva della sua aperta disposizione a rendere più fluido il passaggio di persone da un ruolo A (in centro) ad un ruolo B (al porto), dato che la natura delle cose e delle relazioni è quella che consente/impone di far perdere rapidamente le nostre tracce nella mappa quotidiana del sé. L’assoluto di una vita viene eroso dalla sua forzata coincidenza con ciò che si faceva in quel momento fatale a motivo della diffrazione del senso nelle molteplici competenze che ci esprimono socialmente. Le vittime sono morte dentro una coincidenza casuale quanto definitiva con l’essere turista, camionista o spedizioniere, occasionali esercizi di necessarie competenze che celava il raggelante, definitivo compimento. Noi ormai ci percepiamo dentro competenze multiple che sgranano la nostra vita e ricomporne il senso è difficile specie quando, a chi resta, la predazione maligna dell’evento impone l’evidenza della caducità di quella unica logica – fluida e globale – che ci consente di sviluppare in ogni direzione il nostro progetto di vita.

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