Individuo/società43
25 Settembre Set 2018 1516 25 settembre 2018

LA QUOTAZIONE VALORIALE DELLO SPETTACOLO SPORTIVO

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Dietro il casco di Edipo

Prendete l’auto per recarvi al più vicino centro commerciale. Lungo il tragitto pensate distrattamente alle cose di cui avete bisogno, ma all’improvviso sentite un rumore e notate una moto che vi sia affianca. Impegnate la sede stradale in sicurezza, ma notate minacciosamente il guidatore orientare il casco verso di voi e non vi resta che sottrarvi dal teatro in cui vedete mutarsi la sede stradale, concedendo uno spazio che reputavate momentaneamente vostro. Non vi interessa affatto resistere, replicando con prudenza al diritto di transito facilitato richiestovi e vi fate da parte continuando a valutare come limite ciò che il centauro vede come messa alla prova (traffico, precedenze, dossi artificiali, ecc). In quel teatro involontario in cui spesso ci cacciamo dominano spiriti paradossali che hanno stabilito una forte continuità emozionale con i loro mezzi meccanici fino ad attribuirgli deleghe identitarie che hanno facilmente la meglio sull’inerzia della circolazione stradale piegata spesso ad una logica competitiva che sferza con guizzi sportivi la normale melina dei transiti, dei sorpassi e delle precedenze. Per gli amanti delle due ruote una corsa motociclistica in TV diviene molto più di uno spettacolo sportivo, regolato da norme scritte e non, perché vi si testa un casting comportamentale diffuso che non ammette deroghe né cedimenti all’impulso emozionale, dato che stiamo parlando di mondi in cui il dominio tecnologico fa da airbag mentale alle residue possibilità umane di esprimerne il controllo. Lo tsunami moralizzatore che ha investito il pilota Romano Fenati dopo l’assurda manovra nel GP di San Marino che gli è costata l’esclusione dal campionato e la rescissione del contratto con la sua casa motociclistica, già fa i conti con i rumors di un imminente ritorno nel mondo delle corse perché anche lo sport viene investito in pieno dalle regole riflessive che dominano l’intera logica sociale: lo spettacolo – anche negativo – ricrea condizioni spettacolari. Da quando siamo passati da una società sacrale ad una laica e secolare, le azioni sociali hanno perso il loro radicamento in un ordine superiore governato da Dio e sono entrate nella piena disposizione di esseri umani che lottano per i propri bisogni inseguendo privati interessi. Se le azioni umane perdono il loro radicamento divino il senso di ciò che facciamo dovrà essere ricercato in come lo facciamo e con chi, con il Diritto che veglierà su eventuali soprusi ed ingiustizie. Esempi tipici di questo criterio generale possono essere: amare l’amore, imparare ad imparare, investire nei propri titoli azionari, lo spettacolo che fa spettacolo ecc. Il circus del moto GP sa bene che la deroga è come la sirena: metà interpretazione delle regole e metà sregolatezza. Ne danno prova le regole ferree delle culture motoristiche politicizzate e non, musicali e non, setting identitarii borderline tra visione tecnologica e deriva estetizzante di un presunto saper vivere che delega alla cosa un potente orizzonte di significati già definiti nella mitologia rassicurante del marchio. Le competizioni sportive sono un affioramento mediatico-commerciale che a stento riesce ad esprimere in un’ora di sfida feroce tutto il bisogno di riscatto e di approvazione che migliaia di motociclisti affidano alla strada ed ai cavalli del loro oggetto totemico. E’ un contesto comunicativo organizzato e tecnologicamente devoto che si inscrive nel panorama stradale italiano e mondiale a significare un protagonismo inedito su luoghi di lavoro e di commercio, quasi ad inscrivere una pretesa di prestazioni dove la ruotine la fa da padrone imponendo obblighi normalizzati. Romano Fenati è andato in pasto al sistema dei media che setaccia ogni istinto dentro i comportamenti più infinitesimi per restituircelo deformato nello specchio dei molteplici interessi economici legati allo sport. Ne è scaturita una condanna senza appello a portata di telecomando, che ha soddisfatto i palati famelici del pubblico televisivo scagliatosi contro chi ha giocato male le carte contate della sfrenata competizione.

Il bilancimento sportivo di istinto e regola

Fenati ha giocato male le carte dell’istinto ed anche se non ha barato, ha scelto un modo pericolosamente ingenuo per esprimere la sua rabbia in un mondo basato su codici severissimi e sul bilanciamento del business con il suo opposto, la sfrenata passione. Chi deborda da questo codice viene messo all’indice non perché vi siano superiori criteri esterni che decidono della qualità morale del comportamento sportivo, ma perché i codici dello sport motoristico sono stati messi contro sé stessi, in una pericolosa regressione all’eroismo parossistico in cui era il fattore umano a dominare su quello tecnico. Questa era la colpa non detta di cui si è macchiato Fenati ed al mondo che con le corse di moto c’entra poco questa crocifissione è stata venduta attraverso lo spartiacque retorico che ancora tiene legato il motorismo allo sport, vale a dire come mancato rispetto delle regole di prudenza e dei vincoli di utilizzo del mezzo meccanico. Chi deborda dalle regole sportive spesso viene messo all’indice non perché vi siano superiori criteri esterni – pedagogici, morali ecc. - ma perché i codici dello sport motoristico sono stati messi in crisi da un pilota che in realtà il Circus motoristico non è mai riuscito a gestire. Per un pilota l’istinto è tutto e la mano sinistra dell’azzardo si è assurdamente alzata sul mezzo dell’avversario infrangendo una regola aurea degli sport motoristici cioè l’assoluto divieto di intervenire sul leveraggio o su un qualsiasi comando dell’avversario perché si intacca quel rapporto fusionale che il pilota realizza con la propria moto e che è la vera matrice emulativa pericolosamente trasmissibile alle falangi di appassionati, pronti ad animare pezzi di metallo per replicare su una strada qualsiasi le prestazioni dei loro beniamini. L’avversario si evita o si supera e non si entra in una qualche interazione col suo mezzo che non sia la temuta collisione o l’urto sfiorato e Fenati ha mancato di rispetto al bon ton che sa di regola fondamentale, perché è intervenuto sul leveraggio di un mezzo non suo in pieno rettilineo, disinteressandosi del suo mezzo e concentrandosi su quello dell’avversario attraverso il quale ha mandato un avvertimento mozzafiato al suo rivale. Sfregando la lampada dell’azzardo è uscito fuori il genio del pericolo fine a sé stesso per il quale non si può cercare una giustificazione dato che Fenati ha fatto una cosa che ha messo il suo sport contro sè stesso incrinando la logica riflessiva del mondo dello spettacolo sportivo che vi si esercita.

Etica dello sport motoristico e moralismo procedurale

Lo sport motoristico diviene il tempio televisivo tabuizzato di gesti uguali dove il prodigioso avanzamento tecnologico cancella quasi completamente il gesto sportivo e dove il non saper stare nei ranghi della mediocrità diventa facilmente condotta antisportiva. In uno sport dove la vittoria è sempre individuale l’atteggiamento sportivo deve contemplare sempre il piegarsi a quelle regole tabuizzate nelle quali sovente è impossibile esprimere il connubio specialissimo tra genio e sregolatezza che fa l’unicità di un pilota. Prima che le immagini decretassero chi fosse l’angelo e chi il diavolo in pista, sicuramente era successo di tutto in altre parti del circuito e qui siamo stati chiamati a parteggiare televisivamente per un innocente che si vede chiaramente minacciare da uno spirito antisportivo. Al netto delle trappole emotive in cui è caduto Fenati qual è quell’elemento tabuizzato che il pilota di Ascoli Piceno ha mandato in Frantumi? La morale sportiva, specialmente nel mondo dei motori, è solo procedurale e tutti sanno che chi vince non è uno stinco di santo. Il verbo “fregare” ha una sua valenza procedurale accettata e rispettata all’interno di un mascalzonismo condiviso che fa da contorno socializzato al dominio incontrastato dalle tecnica motoristica. Allora si potrebbe arrivare ad una prima conclusione: Fenati è stato cacciato in base a delle considerazioni di tipo moralistico che i vincenti non tengono in considerazione, ma valutano come un rumore di fondo che il rombo dei motori fa dimenticare in fretta. Nella morale c’è sempre una seconda possibilità da garantire a chi commette degli errori e qui vi è una contraddizione palese perché se a Fenati non si concede la possibilità di mostrarsi diverso e dunque di attestare la bontà delle ragioni di quelli che adesso lo crocifiggono, è ovvio che ai suoi detrattori non interessa né vederlo cambiato né ottenere attraverso il suo cambiamento nei comportamenti una conferma di quei criteri in base ai quali lo stanno cacciando. Se tutto questo è vero Fenati sarà cacciato in base a considerazioni di tipo moralistico che i giudicanti non applicano alle loro decisioni, entrando in contraddizione con sé stessi. Se l’opinione pubblica ha scaraventato in galera Fenati i media di tutto il mondo hanno buttato via la chiave, decretando la morte sportiva di un pilota prima di ogni sua possibilità di riscatto. Il moralismo estenuato quanto implacabile della prova TV, occhiuto esecutore della ipocrita ghigliottina dell’uno contro tutti, prevede in questo caso un meccanismo di smentita dei suoi stessi presupposti e se il giovane pilota ascolano è stato così di cattivo esempio gli si dovrà dare una nuova possibilità per dimostrare che i presupposti da cui muovono coloro che lo condannano sono davvero i migliori.

Un sospetto

Levar la mano sul mezzo meccanico altrui significa infrangere il tabù della imprescindibile superiorità della tecnica nella diade uomo-macchina sancita dalla logica dello sport motoristico. Una imprevedibile azione dall’esterno che si frapponga nel normale sviluppo della continuità uomo-macchina, ostacolando la sua prevedibile performance, non solo allarma le rilevanze regolamentari, ma retrocede lo sciagurato protagonista ad un ruolo residuale data la sua incapacità di far parte senza problemi ad una logica culturale che ormai antepone scontatamente il dominio tecnico alla dimensione umana in ogni ambito esprimibile di civiltà. Fenati ha operato una pericolosa retrocessione dell’elemento tecnologico in un quadro di eroica quanto incosciente esposizione delle immediate/risapute ferinità del rischio, senza poter invocare alcun elemento umanamente giustificatorio a sua discolpa. Il rischio ricercato intenzionalmente al di fuori di una volontà competitiva, è la dimostrazione della residualità che l’elemento umano ha accettato di giocare confrontando la sua imprevedibilità con la controparte tecnologica, supremamente prevedibile in termini di affidabilità dei risultati e da lui concepita in vista di una sua definitiva retrocessione, di cui gli sport motoristici sono la più evidente dimostrazione. Il linguaggio di questa inferiorità parla attraverso il codice oculato della guida, dove la prudenza del piegarsi alle logiche meccaniche nobilita il fattore umano affidandogli la delega a giovarsi delle briciole sportive stritolate dentro l’evidenza di una soverchiante dominanza tecnologica che comprime la determinante sportiva.

Sul filo della regola

Certi sport vivono sul filo della regola perché devono normare i rischi tenendo aperto lo spazio della competizione sportiva che di rischio si nutre. L’effetto paradossale sarà vedere dello spettacolo concentrarsi massimamente nelle performances attuate del mezzo meccanico restringendo fatalmente ogni spazio decisionale del pilota. Questo spazio iper-compresso Fenati lo ha pericolosamente dilatato sbagliando, ed i tanti appassionati che hanno condannato il suo gesto smaccato si sono concessi il lusso dell’autoassoluzioni dalle proprie normali responsabilità stradali dentro un utilizzo aggiornato del capro espiatorio sportivo. Alzi la mano chi non si è trovato questa estate nel bel mezzo di una strada trasformata all’improvviso in un film western da motociclisti agguerriti pronti a superarsi di santa ragione, movimentando tutto l’armamentario di cui si dotano ad iniziare da quella terza corsia immaginaria che solo loro vedono e che usano per superare chiunque in qualunque condizione, ignorando la pericolosa frustrazione che innescano in chi si trova vincolato dai volumi ben diversi del proprio mezzo di occupazione della risorsa stradale. Il motorismo agonistico vive di questa ordinaria mania di protagonismo, statuita da regole che spesso stanno alla norma sportiva come Jack lo squartatore sta all’umanesimo. I piloti usano stratagemmi sempre in bilico tra l’umiliazione e l’autoesaltazione per vivere quell’attimo di gloria sottratto con ogni mezzo all’avversario e che in quanto destinato a non ripetersi, deve pretendere la completa sottomissione dello sconfitto. La frustrazione sportiva gioca brutti scherzi e Romano Fenati che lo ha capito bene, merita un’altra possibilità.

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