Individuo/società43
2 Ottobre Ott 2018 1752 02 ottobre 2018

CANTAMI O DIVA DEL DIGITALE ACHILLE L'IRA FUNESTA ...

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Una buona scuola o una scuola alla buona?

Qualcuno sostiene che a scuola occorrano insegnanti affascinanti, capaci di trovare in fretta le parole giuste per mettere a frutto l’attenzione dei giovani che, come si sa, diviene risorsa assai scarsa nell’epoca delle grandi trasformazioni digitali. Se l’insegnamento deve diventare professione socialmente strategica non è possibile ignorare il rapporto che si è istituito tra l’enorme incremento nella produzione di saperi nella nostra società e le condizioni drammatiche in cui la scuola versa da anni, divario che diventa espressione dell’inconsistente lettura dell’attuale condizione giovanile operata dalle burocrazie pedagogiche. L’adulto non riesce più a mediare tra una cultura in balia della tecnica ed un mondo giovanile che entrando in piena sintonia con le migliori espressioni del tempo presente – tecnologia e informazione – si sente precocemente autorizzato a trascurare anche i normali insegnamenti di base. Mentre la tragica quotidianità scolastica li pretende scioccamente tenuti a distanza dalla realtà sociale che muta in modo velocissimo – in aule fatiscenti, con bidelli ex cathedra e docenti che urlano la propria frustrazione – è proprio quella società che propone ai giovani i suoi mezzi di obbligato relazionamento digitale che riesce ad entrare profondamente in contatto con loro disinnescando l’efficacia di ogni modello formativo attardato su pre-comprensioni tradizionali dell’universo giovanile. Così la precaria edilizia scolastica esprimerà direttamente allo studente una idea di distratta presa in carico da parte dello stato incoerente con gli sbandierati diritti di cittadinanza. Se diventa quotidiana l’inagibilità dei servizi igienici o l’impianto elettrico non sarà mai a norma il giovane lascerà che l’insidiosa pedagogia del disservizio sovraccarichi fino a rendere inutile l’azione dei molti docenti che cercano di interpretare al meglio la propria funzione, potendo al massimo pareggiare le altrui inadempienze. La scarsa dimestichezza con i mezzi informatici del corpo docente e l’ottimistico affidamento alla cultura digitale per restituire alla scuola il prestigio smarrito, rappresentano una questione decisiva dato che con i c.d. “nativi digitali” non si tratta solo di avere delle competenze operative, ma di abitare una idea di relazione e di civiltà globale che non è quella degli adulti. Se questo è vero il nativo digitale non potrà facilmente essere orientato dagli adulti che incontra a scuola, perché essendo il Web un approdo strategico della nostra cultura sul quale il giovane ha imparato a muoversi benissimo da solo, non si aspetterà molto da un interprete adulto perché l’antropologia di internet fa già parte di lui. Promossi socialmente dal gruppo dei pari e psicologicamente molto mobili dentro assetti di personalità che seguono il modello del contagio virale della rete, incontrano materie scolastiche che non potranno né destrutturare né orientare le loro scelte anche perché la scuola non interviene sulla noia profonda di chi si sa molto più avanti del contesto che stancamente lo ospita ogni giorno. Immersi nelle stanche interpretazioni della realtà che ricevono saranno poi i primi a giovarsi dei tragici equivoci scolastici che consentono ai giovani di fraintendere il mezzo (i voti) con il fine (l’auspicabile, ma improbabile crescita personale). A questo quadro tragicamente attuale occorre aggiungere la sostanziale incapacità della professione docente di avere parole adatte alla condizione giovanile odierna, restando somministratrice di aridi schematismi disciplinari espressi dalle risibili classi di concorso, orgogliosamente ispirate al criterio di saper tutto di poco e poco di tutto. Si crede ancora che vi sia una pedagogia intuitiva da somministrare anno per anno a piccole dosi, come una specie di complesso vitaminico utile alla crescita dei ragazzi, ma si ignora che l’altissimo coefficiente neotenico della nostra epoca – ciò che i giovani passano al mondo in quanto giovani - se da un lato li fa sentire perfettamente a proprio agio in un mondo conosciuto comunque in modo ancora rudimentale, dall’altro stigmatizza la funzione docente vista come amministratrice di un patto sociale basato sulla necessità di ritardare o fraintendere ciò che il giovane già vive, cioè l’accesso privilegiato ad una realtà – quella digitale - che non solo conosce perfettamente nella sua dimensione più performante (web, simulazione, gamification, ecc.), ma che accetta anche negli effetti irreversibili che probabilmente sta già provocando. Sapendosi più adatto dell’adulto alle richieste della società della conoscenza il giovane produrrà un sistema di personalità debitore del precoce incontro con le strutture profonde dell’azione e del sentire sociale/digitale e non necessiterà della mediazione adulta per affrontarle, avendo realizzato con i new media un precoce rapporto di identificazione. Il giovane è stretto tra la crisi del modello trasmissivo del sapere scolastico e l’avanzamento prodigioso degli ambiti che lo vedono da solo convocato al cuore dell’azione sociale dentro i labirinti più estremi del progresso tecnico. Non vi è più alcuna mediazione adulta significativa tra i giovani digitali ed il puro incremento del trasferimento e della modifica delle informazioni con la scuola che non riesce a mitigare gli effetti della mutazione nei rapporti tra le generazioni che si vengono inevitabilmente a creare.

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