Individuo/società43
11 Novembre Nov 2018 1045 11 novembre 2018

LA DECODIFICA SENTIMENTALE DELL’ORDINARIO’

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Atti vandalici: i segni particolari della violenza diffusa

Gli atti vandalici – a danno di beni pubblici, privati, monumenti, scuole o spazi ricreativi - si producono di norma in situazioni di assenza di regole condivise perché vi si esprime il rifiuto di valori socialmente accettati. Non è un caso se il bersaglio dei vandalismi sono spesso simboli di pubblico valore o memoria, come nel caso dei cimiteri. Per chi vandalizza, ciò che muove ad agire oltre gli interessi personali non ha nessun valore dato che la distruzione - o il vilipendio - attesta una condizione di indifferenza di base che muovendo dalla corrosione dei valori del proprio gruppo sociale, risale fino alle sorgenti espressive del sentimento, area di fusione socializzativa tra le possibilità che il singolo individuo ha di dare senso alla sua vita e l’offerta socio-culturale di spiragli significativi nella lotta personale contro l’angoscia e l’entropia. Una sentenza della Corte di Cassazione stabiliva che “il delitto di vilipendio delle tombe è fatto volontario e cosciente di chi intenda esternare il proprio dispregio su cose poste nei luoghi destinati a dimora delle persone decedute ed aventi la funzione di richiamare la pietà dei defunti“ Nell’oltraggio alle sepolture emerge l’offesa del sentimento di pietà verso i defunti, emozione costruita dentro una costellazione di valori incentrati sulla delicata sorveglianza culturale del discrimine vita/morte. A livello giuridico risulta assai difficile garantire la pietà per i defunti, perché un sentimento non può essere oggetto di tutela penale. Se viene a mancare il presupposto culturale della normazione, anche l’intervento legislativo più tempestivo risulterà inutile, specie nella tutela di luoghi deputati all’elaborazione del lutto, una condizione sensibile conseguente alla perdita di un elemento personale che garantiva senso all’esistenza. Si comprende facilmente come il vilipendio cimiteriale muti in base alle trasformazioni della sensibilità pubblica e privata dentro la ridefinizione dell’idea di morte e delle rappresentazioni sociali che ne veicolano il senso. Nel lutto, ad una fase di rifiuto degli eventi ne segue un’altra di struggente accettazione della perdita, dove la realtà della morte viene riconosciuta e celebrata nel funerale, ritualizzando il decesso pubblico della persona e l’obbligo collettivo di garantire vicinanza a chi sopravvive. Le maggiori criticità si registrano nell’articolazione tra perdita privata e strategia sociale di attutimento della scomparsa perché la società degli individui, specializzandoli nella gestione privata dell’esistenza, perde l’effetto simbolico della presa in carico collettiva dei momenti difficili. Nel lutto l’amore deve sciogliersi e ricostituirsi nella mutazione della logica di relazione e l’elaborazione della perdita consiste nella dolorosa definizione di una nuova struttura di significato, consentendo a chi sopravvive di impossessarsi del processo del morire di un congiunto per ridefinirsi in un nuovo equilibrio. La dolorosa integrazione della perdita consente alla persona di riconoscere la realtà della morte, rimodulando l’immagine psichica di chi non c’è più e facendo evolvere la natura del legame. Se chi sopravvive deve ottenere una pacificazione interiore rimarginando la ferita della perdita, non solo l’integrità delle salme o delle ceneri sarà di fondamentale importanza, ma sarà preziosa la garanzia collettiva del doloroso travaglio, ad iniziare dal rispetto per il cimitero come scrigno di memorie emotive che necessitano di un’accurata tutela sociale. Una sepoltura rappresenta la socializzazione della perdita, la disponibilità della famiglia ad accettare la scomparsa di un congiunto associandolo ad un luogo dove il dolore potrà originare nuovi stati di coscienza. Per legge al cimitero non sono consentiti altri usi eventuali. Ma probabilmente gli atti vandalici contro le sepolture trovano motivo anche nell’abitudine alla perdita che caratterizza il nostro tempo. Proviamo a fare un passo in avanti. Si pensi per un momento alla connessione strutturale tra amore e morte: i vandalismi ricorrenti nelle “zone di rispetto” accadono in un’epoca dove si infliggono ai partner sentimentali sofferenze inaudite, segno di una mutazione individualistica del legame. Il legame, che ha senso solo se vissuto come garanzia di ricostituzione di un patrimonio generativo di atti ed intenzioni capaci di rinvigorire il contesto sociale, diviene luogo d’incubazione del suo opposto logico: il culto della singolarità amante o agente. Questo determina effetti sul vilipendio come incapacità di parlare quel linguaggio che consente alla morte di sorvegliare la qualità dei rapporti sociali tra i viventi? Proviamo a vedere. Moltiplicando il possesso di oggetti, la conoscenza di persone e la necessità di intraprendere innumerevoli corsi di azione, noi sviluppiamo una strana abitudine alle perdite parziali – conseguenti alla gran mole di situazioni che ci vedono protagonisti. Sono queste perdite penultime che alla fine ci disarmano di fronte a quelle ultime, che non sappiamo più interpretare all’interno di un processo di crescita personale. Se la perdita e la sua elaborazione - che attiviamo spontaneamente – diventano quasi normali nel turbinio dei rapporti con altri esseri umani (che abbandoniamo), con oggetti (che sostituiamo) e svariati corsi d’esperienza (a cui rinunciamo), i sentimenti dell’al di qua diventano più pregnanti dei sentimenti per l’al di la. Qui non si vuole trovare una qualche ragione a discolpa di poveri sconsiderati, ma nella cultura di oggi corriamo il rischio di ridurre più o meno inconsapevolmente i cimiteri a non luoghi, dato che sempre più spesso, è proprio la normale realtà dei rapporti sociali a suggerire l’idea di un’ecatombe della relazione. Se la perdita diviene esperienza sempre più probabile ed assorbe l’energia psico-sociale che le civiltà del passato - connotate da una forte persistenza dei legami - potevano garantire al ricordo di chi moriva, oggi l’estrema probabilità dell’abbandono e dello scacco, ci costringono ad un superlavoro per normalizzare il sentimento della sottrazione, trasformando gli obblighi del cordoglio per chi muore in uno strano lusso culturale che molti non possono concedersi. Del resto non viviamo spesso costretti ad assolutizzare il relativo e banalizzare l’assoluto? In questa grande mutazione restiamo soli con i nostri determinismi psichici e ciò che subiamo, non può essere facilmente riscattabile in forma di processo migliorativo o di ridefinizione collettiva del senso. La complessità sociale – che tutti contribuiamo ad incrementare perché ne condividiamo intuitivamente le dinamiche non avendo un altro mondo a nostra disposizione – si ritorce contro la nostra natura esprimente una biografia emotiva incapace di godere i frutti della propria resilienza, costretti come siamo a mutarci in spettatori passivi dalla vanità altrui o in attori disarmati su palcoscenici sociali che ci fanno oscillare tra la noia e l’ansia. Per S. Freud l’amore era una delle poche cose che rendeva la vita degna di essere vissuta, ma fatalmente in epoche di bassa complessità sociale, dove posso farmi carico perfettamente della vita di chi amo senza scarti o eccessi. Come abbiamo imparato a barattare la felicità con un minimo di sicurezza, vendiamo sulla bancarella dei sentimenti le eccedenze dei nostri narcisismi, mutando ciò che ha natura relazionale in una banale predazione egoica. Con le parole di Lucio Dalla: io qui che sto morendo e tu che mangi il gelato …

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