Individuo/società43
23 Novembre Nov 2018 1633 23 novembre 2018

L'ALLORO DELL'ULTIMA BUGIA

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I dilettanti della menzogna

Dall’affettività primaria del contesto parentale/amicale, molti giovani studenti passano alla neutralità affettiva delle città universitarie, diventate nel tempo dei grandi incubatori di disagio giovanile. Il conflitto tra affettività di base e neutralità affettiva dovrà in qualche modo essere neutralizzato dall’acquisizione di quelle competenze sociali necessarie per ottenere il personale riconoscimento, timbrato ogni mattina sul badge immateriale dello sguardo dell’altro. Per molti giovani il problema sembra consistere nell’eccessivo incremento di complessità dei percorsi formativi che occorre completare per essere inclusi dagli attuali sistemi sociali. Come ogni sistema emergente, quello sociale necessita di elementi di base per esistere (esseri umani, azioni, pensieri, interazioni, ecc.), ma propone anche proprie logiche organizzative che ne determinano la complessità. Il ringhiante paradosso dei sistemi sociali in cui siamo tutti inseriti è che pur essendo costituiti da esseri umani essi esprimono una qualità del tutto “emergente”, vale a dire l’essere orientati a logiche non-umane (organizzative, finanziarie, tecnocratiche, ecc.). Restituire umanità ai sistemi sociali non è possibile perché significherebbe smentire la logica che connette la semantica dominante della nostra epoca alla struttura della società che vi si è determinata. I tentativi attualmente in corso nel campo della politica sono dunque risibili azzardi posti in essere dalla golosa illusione di controllare dal lato di un sistema sociale che ha dato il meglio di sé tra’800 e ‘900– la politica appunto– ciò che saranno solo sistemi sociali assai più potenti a decidere e solamente in proprio – economia finanziaria di scala, comunicazione Web, sintesi dinamiche tra elettronica ed informatica, robotica di progetto e così via. A troppi fra noi piace pensare di poter rimettere nella lampada il genio della complessità sociale emergente che si è scatenato in Europa dal 1600 in avanti: ognuno è libero di vivere e morire con le proprie illusioni, ma quando con i dispositivi del suffragio universale si arriva a giudicare una illusione politica migliore di un’altra, non resta che l’ironia. Le regole inclusive sono scritte con l’inchiostro della neutralità affettiva e ciò vuol dire che chi si socializza alle regole dettate dagli attuali sistemi di funzione – ripetiamo, del tutto ignari di quel che provano coloro che ne vogliono diventare parte – in special modo i giovani, dovranno sacrificare una parte importante del sé – legami e radici - al duro tirocinio necessario per mantenere la propria inclusione. La tragica vicenda di chi si suicida ormai prossimo alla Laurea – numeri in costante crescita - ci dice che le difficoltà nella vita universitaria possono amplificare problematiche sottostanti celate dall’apparente coerenza tra ciò che si vive e ciò che si soffre. In questi casi, i giovani protagonisti allestiscono il set della loro tragedia ad orologeria prima tenendo discretamente al corrente i familiari sulle loro vicende, poi usandoli per testare la credibilità del tentativo di mimetizzare il dramma nella normalità. Il dolore delle famiglie originerà dal non aver ravvisato nulla di incongruente nelle versioni spesso edulcorate del percorso universitario dei figli, oltre al sapersi doppiamente vittime, sia perché si sopravvive al giovane congiunto, sia perché tardivamente ci si accorse del venir meno di una sincerità ritenuta presupposto di sentimenti ancora più caratterizzanti. Amarissima è la tardiva comprensione dei teatrali tentativi di meritarsi l’antica stima con azioni apparentemente ingiustificabili che i giovani protagonisti inscenano presagendo quel che li attende. La perfetta pianificazione degli eventi e l’accurata previsione dei loro effetti esprime la radice multifattoriale e non esclusivamente psicotica dei terribili casi in questione, anche perché nonostante le struggenti parole di addio e le scuse per la loro decisione questi giovani, negando con la morte che si infliggono altre occasioni di vita con le persone a cui stanno chiedendo scusa, oltre che tragica rendono anche paradossale la faticosa elaborazione della perdita a carico di chi resta. Il gergo familiare recitato in forme oblique (regali, la festa di compleanno che sanno di non poter più festeggiare, piccole attenzioni che indirizzano alla famiglia preparandola al peggio), sembrano pretendere la continuazione del normale ritmo di vita oltre la ghigliottina dell’auto-soppressione, con ultimi indugi sui giorni sacralizzati dello scadenzario affettivo domestico. I fiori alla nonna o alla mamma, incoronando la fusione affettiva con i simboli femminili della regalità domestica, rivela un mondo interiore in crisi che si volge all’infanzia mentre è squassato dalla scarsa dimestichezza con le macchine socializzative del general intellect che non esitano ad affondare i loro colpi alle ragioni di vita costruite nella famiglia d’origine come nido identitario. I genitori, da originari protagonisti della vita psichica vengono mutati – loro malgrado - in comparse dalla sofferenza del figlio e posti di fronte alla tragica evidenza sono costretti a lacerarsi tra la rude constatazione che la menzogna aveva preso il posto della sincerità e la sanzione che la tragica gravità dell’accaduto recava alla personale incapacità di accorgersi in tempo delle le fragilità dei loro figli. Dopo lo shock iniziale genitori e parenti entrano nella vita reale delle vittime attraverso lo squarcio nelle apparenze che esse stesse hanno drammaticamente procurato e ne conoscono il dolore sincero, facendosi strada nel covo dei pensieri di distacco da un’esistenza che quei ragazzi più cercavano di rabbonire, più odiavano nella cancrena delle difficoltà. Quando il senso di colpa diventa più forte della voglia di vivere e dal ruolo siamo costretti a retrocedere alla faccia, il volto dipinto e ridipinto che dobbiamo adattare alla meglio in ogni situazione di scambio comunicativo/simbolico, diventa difficile reggere la pressione della finzione, specialmente se le nostre azioni sono costrette ad attendersi un quadro blandamente risarcitorio, con emozioni che attestano le difficoltà di trovare il senso di quel che siamo e facciamo. Se il riconoscimento non arriva e dall’esterno si ha contezza della mancanza di risorse personali per accedervi, si comprende come una qualsiasi delusione esaurisca anche la sorgente affettiva più profonda, decidendo per quell’azione autolesiva che un tempo non avremmo nemmeno pensato. E’ certamente arduo stabilire cosa oggi sia un bisogno psico-sociale fondamentale e se in particolare lo sia solo per noi o diventi il tramite per costruire relazioni significative con altri. La strada di accesso alle competenze sociali desiderate potrà giovarsi della freschezza di risorse emotive sviluppate in una data fase della vita, ma si tratta di risorse preziose che faranno fatica a rigenerarsi nel tempo, sottraendo ad un qualsivoglia edificio cognitivo il suo necessario sostegno affettivo, specialmente se il progetto di vita viene messo di continuo alla prova. Se una comunità partecipa al dolore per risarcire una famiglia di ciò che la malattia o il caso le portarono via, alle esequie di un giovane che rinuncia volontariamente alla vita come bene più prezioso, è richiesto a chiunque un supplemento di cordoglio nella disponibilità a farsi testimoni della vita di chi resta e decide di andare avanti nonostante creiamo contesti di vita che non esitano a ritorcere le proprie logiche contro di noi.

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