Individuo/società43
27 Febbraio Feb 2019 1748 27 febbraio 2019

IL RIMMEL IDENTITARIO DEL TATUAGGIO

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IL CORPO COME IPERTESTO

L’essere tatuati è un fenomeno tipico della società tecnologica che ormai riguarda ogni estrazione sociale coinvolgendo in Italia 13 persone su 100. Negli ultimi anni si è molto discusso sulla trasformazione del corpo in strumento di comunicazione con la messa in evidenza di alcune novità importanti nel governo del sé biologico. Depotenziando il concetto di società a favore di quello di identità, con il moltiplicarsi dei linguaggi e la perdita della loro capacità di denotare un sistema di significato stabilmente condiviso a livello interpersonale, anche il corpo diventa un testo, un diario su cui incidere la propria storia per vincolare lo sguardo dell’altro al codice espressivo attraverso il quale ci percepiamo. La crisi delle forme sociali e lo sviluppo del culto dell’individualità, fa si che l’identità del soggetto non sia più predefinita, rivendicando possibilità di scelta e desiderio di autodefinizione visti come requisiti per affermarsi liberamente. Il bisogno di affermazione che caratterizza la cultura dominante fa si che la ricerca dell’identità personale possa svilupparsi anche dentro logiche estetiche e visuali che dispongono le persone a recitare impegnativi copioni di carattere sociale. Se con l’abbigliamento mostro la mia disponibilità a cambiare identità in base alle circostanze, con il tatuaggio offrirò stabilità simbolica ad una decisione che presume la serietà di una immagine personale destinata a durare ben oltre il capriccio momentaneo. Tatuandomi segnalo l’intenzione di essere percepito in un modo che impegna stabilmente lo sguardo altrui su di me, realizzando un personale diritto all’autodefinizione. La diffusione del tatuaggio si può descrivere anche all’interno della teoria del corpo post-organico di cui non è possibile discutere qui. La tematica della corporeità è legata a processi di cambiamento che fanno dell’elemento estetico un momento di indagine profonda del sé. La ridefinizione del corpo come luogo dell’umano dopo lo sviluppo delle biotecnologie, del bio-potere e della frantumazione del soggetto in seguito alle sue derive esistenziali, ha ridato vigore all'ipotesi di un corpo in divenire, sintetizzando le paure di un soggetto polverizzato da una socialità dirompente. Il corpo, da luogo simbolico di riappropriazione del sé è così diventato estensione delle nostre competenze comunicative, dal saper rispondere a un’intervista per strada (parlando), al modo aggressivo di guidare un’automobile (agendo). Nella nostra società tutto è segnato con codici e cifre: per risultare inclusi occorre digitare una chiave di accesso in forza di logiche che attribuiscono valore agli oggetti tramite un marchio. Il valore di una relazione o di una cosa sta nella radice sociale che lo presuppone, non nell’uso che ne faccio o nello specifico incontro che determino. Senza marchio l’oggetto non può mostrarsi riconducibile ad una radice sociale di senso che lo legittima ed anche il corpo, che subisce molteplici pressioni – per mutarlo in oggetto o per ridefinirlo dentro l’idea di diritto - ha necessità di essere profilato per rendersi riconoscibile. Sullo statuto sdel corpo ci si è sempre interrogati dato che è sempre stato il supporto perfetto al sistema sociale di azione dominante in una data epoca. Il dominio attuale dell’economia lo muta in oggetto tant’è vero che diciamo “il mio braccio destro” così come diciamo “la mia borsa”; cioè non ci sentiamo un corpo, ma possediamo un corpo. Valorizziamo il corpo come un bene relazionale e lo connotiamo con selezionati codici di accesso: lo sovrascriviamo, lasciandoci sopra un testo o inserendovi un simbolo capace di rappresentarci. Così, se i volti non comunicano più nello sguardo ed i corpi sono dilaniati dai troppi poteri che vi rivendicano un dominio, il tatuaggio diventerà uno strumento di comunicazione che afferma il marchio dell’intenzione, una sorta di manifesto identitario che identifica la persona associandola subito ad una intenzione espressiva. La novità consiste nel fatto che se un tempo si tatuava solo chi era ai margini – ribelli, esclusi, reietti che recavano scritto sul corpo il codice delle loro incursioni nei territori della devianza e della marginalità - oggi si tatua chiunque, specialmente chi risulta perfettamente in grado di riprodurre con la sua vita le logiche sociali suggerendo una strategia inclusiva di successo indirizzata a chi è ancora “fuori” e che attende un riconoscimento iniettato di ricompense identitarie. Il bisogno di digitare codici, come quello di lasciare tracce per sempre sul proprio corpo, in una società in cui coesistono esigenze comunicative multiple e frammentate - fatte di cinguettii istantanei e fugaci incursioni sui social - dice una certa qual difficoltà, se è vero che gli stessi nomi che un tempo muovevano emozioni ora necessitano del post-it emozionale del tatuaggio per mantenere una qualche durevolezza.

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