Individuo/società43
31 Marzo Mar 2019 1703 31 marzo 2019

LA FUNZIONALIZZAZIONE SOCIO-AFFETTIVA DELLA CONDIZIONE PATERNA

  • ...

Sui media la Festa del Papà trova spazio sia nella sua accezione celebrativa sia come manifestazione di un indubitabile cambiamento nelle dinamiche del legame padri-figli. La funzione paterna transita dall’Edipo alla banalizzazione affettiva del mammo, con la figura paterna che dall’interdizione – anche fisica - come personificazione del limite, si riduce al diritto di accudimento come ansiosa suggeritrice del mestiere di vivere. Il rapporto padre figlio si stabilisce a partire dal rifiuto di ogni regime sanzionatorio e dal riempimento contrattuale di un antico spazio “timico/patemico”, dove amore e timore sono la stessa cosa e che proprio nel romanzo familiare disegnava la specifica geografia delle emozioni. Associando ai protagonisti del legame familiare altrettante condizioni – di figlio, di madre, di adolescente, ecc. -, si guadagna dal lato del riconoscimento di diritti, ma si asseconda la logica del disincanto affettivo che inchioda la famiglia adolescente alla sua incapacità di mostrarsi anima di un contesto sociale umanamente protettivo. La dimensione timico/patemica appartiene ad una logica tutto/niente, si compone della necessità esistenziale del nome che muove alla scelta replicando i valori a cui si è sempre ispirata. Un caso di cronaca riportato dal Messaggero di Roma – mamma e papà rimproverano il figlio in camera sua per un bilancino di precisione dicendo che così veniva meno la loro fiducia in lui – fa emergere nel conseguente suicidio del ragazzo una tragedia della perdita di centralità (politica per la società affettiva per la famiglia). Tra genitori e figli spesso si istituisce un rapporto di stima e fiducia: si passa dal ruolo interdittivo a quello affettivo. In molti casi un padre nella contrattualizzazione del rapporto con suo figlio, potrà vederlo smarrirsi nell’atrofizzazione del legame; certo di aver rispettato le regole contrattuali che si sostituirono a quelle del vincolo parentale classico, il padre perde un figlio che autonomizzandosi in fretta dalla famiglia, sperava invano di trovare accoglienza in quella vita sociale che per imporsi ha comunque sempre necessità di sciogliere i vincoli parentali profondi. Tra genitori e figli le regole contrattuali ispirate ad un corrispettivo oggettuale e/o comportamentale, hanno sostituito la natura panica ed unidirezionale, obbligata e possessiva del vincolo di parentela. Si dibatte molto in merito a questa trasformazione. Il disincanto affettivo crea le condizioni per una socializzazione della parentela che richiama nella sua orbita influenze sociali di svariata natura, attive nella vita domestica modellata sulla logica economica costi-benefici e su quella del riconoscimento – anche giuridico - della specificità giovanile. Il legame familiare ascritto e incontrovertibile (edipico) diventa discutibile/reversibile (famiglia adolescente) sul modello di ogni contratto che si rispetti, dimenticando la qualità della dimensione emozionale-che non è risorsa che si lasci facilmente bilanciare dagli eventuali vantaggi del contratto dipendendo dalle logiche tutto/niente che hanno messo i genitori nella condizione di mettere al mondo una vita dove vi era assenza/mancanza. Il rapporto timico/patemico ha a che fare con la sfera psico-affettiva del trauma e dell’abbraccio, del pianto sconsolato e del ristoro della presenza; non ammette deroghe perché non si traduce in forme sociali. Spesso la perdita del senso del proprio stare al mondo fa preferire la morte alla contrattualizzazione del legame perché la regola sociale viola il momento fondativo che proprio nella nascita decretò la vittoria della vita sulla morte con due esistenze personali che nel figlio vanno oltre sé stesse. Mamma e papà sono con i figli ad incarnare ancora le condizioni di questo andare oltre sé stessi ed oltre l’ordine sociale che chiede a chi nasce la necessaria proiezione nel futuro.. La crisi del paterno allora significa due cose: crisi del nome, della possibilità di definire le vicende di vita allo scopo di trovarne il senso; la crisi del limite, con il maschile che depone ai piedi del mercato le armi della dissuasione fondamentale per non mettere chi viene al mondo nella condizione di fraintendere godimento (immediato accesso ai beni) e desiderio autentico (ricerca della propria vocazione di base). La fine del padre, la fine del nome, non possono non significare anche la crisi del legame sociale e della circolazione affettiva profonda, quella che non consente amicizia tra padre e figlio perché vincola la parola dello stare al mondo all’emozione per sentirsi vivere, legando il vissuto isolato ad una gratitudine senza tempo che inclina gratuitamente al senso e dunque ad una norma. Quel legame tensivo e specifico, assoluto ed evitante intromissioni pedagogiche esterne, non tollera nessuna influenza sociale perché non si lascia trasformare in altro da sé. Oggi Edipo sistema Laio all’ospizio e scoppia l’amicizia contrattualistica tra giovani ed adulti. Il novo Ordine è economino e il nuovo Dio è il mercato. Il Padre non dice più quell’origine che preferisce la malattia e la morte ad un suo stravolgimento. Nel mondo sociale senza centro – non a caso oggi vince il modello della rete - abbiamo la novità consistente dei giovani che si prendono cura dei genitori-adulti, per es. aiutandoli a svolgere il proprio ruolo. Lo fanno portando in famiglia quella orizzontalità amicale che vince nel gruppo dei pari (gruppo dell’assenza di giudici: si è pari nel senso di alla pari nel diritto di evitamento dell’interdizione morale che costringe a confrontarsi con la norma vigente adulta). Il gruppo dei pari è nei fatti un gruppo di senza padri – la parità deriva dallo sgombero inconscio del limite paterno che costringe alla quarantena emotiva adolescenziale che non prevede tappe evolutive certe. Il gruppo dei pari raramente si mostra culturalmente attivo, capace cioè di definire le proprie strategie per limitare i condizionamenti che subisce; non produce modelli di ridefinizione dello spazio simbolico e si “sdraia” sulle ovvie strategie di costruzione di significato. Probabilmente manca quella che Umberto Galimberti dichiara essere una risorsa molto forte se agita nell’universo giovanile: la forza della disperazione. Molti ragazzi sono disperati, ma privati di ogni forza perché vittime designate di quell’esonero dal sentire profondamente che la dominanza tecno-mercatista ha imposto come modello di percezione di se stessi e delle relazioni con gli altri.

Correlati