Individuo/società43
23 Aprile Apr 2019 1630 23 aprile 2019

I luoghi di culto nell’era dell’ateismo pratico: la neutralizzazione museale del senso del Sacro

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In molti casi i luoghi di culto subiscono gli insulti del processo di secolarizzazione dolce e gli attentati discreti dell’ateismo pratico. In diverse città storiche molte Chiese – quasi sempre chiuse – sono mestamente situate nel bel mezzo di triangoli stradali, espulse dallo spazio vissuto del contesto urbano, in bilico tra diverse modalità storiche di rappresentare il senso del sacro. Anche se edicole sacre ed oratori spesso sembrano edificati apposta per dividere il traffico veicolare (inglobati nel tempo in un utilizzo impietosamente market dell’ambiente urbano), non si fa fatica a scorgere nella loro recente quanto strana destinazione d’uso, il tentativo di resistere ad una logica confliggente con lo spirito originario che ne decretò l’edificazione, facendoci comprendere bene la progressiva lateralizzazione dell’elemento religioso nella società complessa. Attenzione però, perché quella stessa società non ha mai potuto sostituire pienamente la Religione nella sua funzione socio-strutturale che in sociologia si può sintetizzare così: “rappresentare l’appresentato”. Semplificando le teorie fenomenologiche per Religione si intendono diversi dispositivi di presentificazione, rappresentazione e costruzione sociale di sfere di esperienza private e collettive che pur avendo a che fare con la dimensione factual, rendono comunque necessario un orizzonte di senso assai più ampio di quello che si conclude con le possibilità di azione riconosciute ad una persona dentro una civiltà. A Montecosaro come a Parigi le masse di vita religiosa che, imponenti, si sono consumate per secoli dentro le mura dei due luoghi di culto, ora scorrono – secolarizzate - fuori da quelle mura, le quali subiscono inevitabilmente un lento processo di trasformazione del loro significato. Molti luoghi di culto hanno assunto prima lo statuto di monumento (da monère, ricordare), poi quello di bene culturale, una idea evidentemente sottoposta alle pressioni regolative del diritto di fruire della separazione della valenza simbolica del vero da quella pedagogica del bello. Se la fattispecie interpretativa del luogo di culto è socialmente quella di bene culturale vi si applicheranno le logiche sociali che tentano di proteggerlo e di sottrarlo da utilizzi incongrui nella migliore strategia museale, dato che proprio l’intento conservativo fa parte di quella profilassi culturale che consente di istituire criteri di accesso specifici al bene museificato. Le chiese invece hanno nella loro storia una presenza umana molto viva e poco assoggettabile a regole museali che, al contrario, vanno interpretate come sottrazione del luogo sacro da utilizzi da sottoporre a specifiche politiche della sensibilità. La seconda fattispecie che regola la museificazione è la difesa del bene da violenze, atti vandalici e furti dato che la cultura di massa ha sempre istituito con il patrimonio artistico un rapporto di amore/odio. Certamente qualora il bene sia regolato dai criteri dello “stato culturale” (M. Fumaroli) centrate sulla tesaurizzazione e sulla tutela è ovvio che l’elemento centrale della sua valutazione diventa la condizione di sicurezza in cui viene mantenuto ed in cui si consente la fruizione dei visitatori; alcuni corollari di questa mutazione del luogo di culto in luogo conservativo di memorie artistiche, lo portano a scontrarsi con la ragione originaria della sacertà della sua edificazione con la stessa vocazione liturgica acquisita che rischia di essere messa in latenza ad es. dalla massiccia presenza di turisti intenti a mutare il bello legato al sacro in gusto personale, associando il senso del luogo ad un suo parzialissimo utilizzo. Se identifico le chiese con il patrimonio artistico tout court non potrò sottrarmi alle regole che le legano al sistema dell’arte contemporanea con acquirenti, visitatori, mostre ecc, che assecondano una sensibilità diffusa disposta ad invertire il senso dell’opera d’arte religiosa –la gloria di Dio – nell’esclusiva sottolineatura dell’eccellenza artistico-architettonica. La retorica da piagnisteo sulle rovine fumanti di Parigi ci fa dimenticare come al solito che un sistema sociale dominante – l’economia – ha ridotto alle sue logiche generali il sistema dell’arte contemporanea, dopo aver costruito una cortina di ferro attorno ad un altro sistema di azione sociale, storicamente difficile da legare alle logiche economiche: la Religione. Se questa deve rappresentare l’irrappresentabile, una Chiesa non potrà mai coincidere con un bene culturale, mantenendo uno scarto tra ciò che appare – il monumento di culto – ed il senso immane che lo sovrasta. Nonostante le potenti influenze sull’economia che poi si rovesciarono sulla religiosità diffusa – penso allo straordinario saggio del Prof. Germano Maifreda sull’inquisizione come strumento indiretto di redistribuzione di beni nell’Europa del XVI° sec. – la Religione paga il venire a patti con le logiche factual dominate dalle regole economiche con la crisi della sua funzione sociale. Certo, resta la coscienza individuale, ma questa assume un ruolo nella “religiosità seconda”, la più recente e sociologicamente la più neutra. I milioni di francesi piagenti sulle travi annerite di Notre Dame sono figli di quella secolarizzazione colta e distratta che vuole mostrarsi smarrita di fronte ad un luogo di culto retrocesso a bene culturale nazionale, ignorando la funzione della Religione e monumentalizzando in un luogo duemila anni di spirito europeo centrato non sul patrimonio, ma sul Mistero della nascita e della morte di Gesù di Nazareth, Aussteiger (profeta itinerante) con evidenti tratti messianici. Questo ragazzo probabilmente basso di statura, capelli e barba incolti, un Tekton (lavoratore semi-specializzato), è stato un grande esempio di karismatico-divergente, capace di confrontare impietosamente la condizione umana con le sue paradossali necessità di non smentirsi. Il balzo verso l’Assoluto, la Verità del suo Nome che “fiammeggiando si strappa via dalla nostra storia”, ha fatto si che ogni Chiesa rivolgesse ad est le sue vetrate ed alla ricerca di un po’ di quella luce vi aprisse i suoi tabernacoli. Le pietre - pur gloriose- rotolate ai piedi dei francesi sono poca cosa rispetto ad un Dio che si fece uomo, donandoci - per alcuni – una diceria immortale e per molti altri il Mistero della sua morte e Resurrezione

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