Individuo/società43
11 Maggio Mag 2019 1538 11 maggio 2019

UN GREMBIULE PER I NATIVI DIGITALI, OVVERO CURARE IL CANCRO CON L’ASPIRINA

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C’è chi definisce la nostra epoca “età dell’ignoranza”. La formulazione è certamente assai radicale anche perché basata sulla sottolineatura della sostanziale incapacità della scuola nel garantire adeguati coefficienti di mobilità sociale. Con il ritorno del grembiule a scuola - metafora di appartenenza e disposizione ad accettare la regola istituzionale - si chiede ai giovani nativi digitali di mutare l’eccezione familiare in regola collettiva. Incapace di percepire l’obbligo comportamentale - perché non educato alla rinuncia in vista di un investimento differito sul medio-lungo termine - il nativo digitale troverà a scuola l’ennesimo gratuito invito alla consapevolezza di sé, questa volta sotto forma di un indumento che uniforma l’apparenza a fronte di una sostanza virtualmente insondabile dato che un bambino gratificato in mille modi dalla “famiglia spazzaneve”, non capirà perché gli si impedisce il piacere dell’espressione, di cui la moda nel vestire è uno dei tratti salienti. Non dimentichiamo che giovani e giovanissimi non comunicano seguendo la scansione classica del rapporto di informazione, stabilendo una regolare assimilazione del senso di realtà espresso dalle strutture socio-culturali. Il nativo digitale - che Gustavo Pietropolli Charmet studia a partire dalla dominante narcisistica della sua psiche - comunica in modo diminuito se richiesto di supportare le dinamiche normative proposte dagli adulti significativi (genitori e docenti in primis), ma in modo aumentato nella c.d. comunicazione tra pari, scatenando un armamentario espressivo che dalla musica al tatuaggio, dalla capacità tecnologica fino al culto per l’abito griffato, proporrà un ribollire di codici relazionali difesi dalla cultura del tutto e subito ed incitati dalle più forti tendenze di mercato. Sovrascrivere la firma autoritaria – il grembiule collettivo – allo scarabocchio identitario adolescenziale, potrebbe esser vissuta come una coercizione ad esprimere il proprio stile entro contenitori uniformanti e come tali obsoleti. La società complessa non può non perfezionare un meccanismo di inclusione che schiaccia il singolo individuo da condizionare dentro una serie di dispositivi che prima blandiscono la nostra unicità (nei consumi) e poi ci ripetono che siamo sostituibili (come storie di vita personali). Il nativo digitale legge meglio di noi adulti diversi input sociali ed allora, la famosa metafora organicistica di Piero Calamandrei in base alla quale se la società fosse un corpo, la scuola sarebbe il sistema ematopietico (il luogo dove si forma il sangue che porta nutrimento alle cellule) dovrebbe essere aggiornata perchè oggi la scuola è anche teatro di una profonda spaccatura intergenerazionale tra giovani iper-tecnologici ed adulti immigrati digitali che detengono pur sempre le leve del giudizio e della sanzione, ma senza conoscere la portata educativa e la prospettiva temporale dei modelli formativi che cercano di difendere. In tale conflitto antropologico strisciante tra nativi ed immigrati digitali, continuiamo a delegare alla scuola ogni strategia di formazione, dimenticando che il nativo digitale ha perfettamente assimilato il mantra della società a base tecno-scientifica, elaborando strategie di evitamento della visione adulta della realtà. Discutendo di ritorno del grembiule a scuola noi non vediamo che i bambini nati in un contesto altamente tecnologico, in virtù del contatto prolungato con strumenti le cui caratteristiche sopravanzano le possibilità umane di orientarle, sono diventati adolescenti di cui si fa fatica ad intuire l’approccio alla realtà; qualcuno sostiene che il rapporto immersivo nell’ambiente tecnologico abbia addirittura modificato alcune loro aree cerebrali. Le caratteristiche salienti di questi Homines Novi sarebbero: esser cresciuti in contesti a dominante tecnologica; aver trascorso centinaia di ore davanti alla TV, video-giocando e connettendosi al Web; essere abituati a svolgere contemporaneamente più di un’attività tecnologica (giocare al computer davanti alla TV, magari ascoltando file Mp3); presentare un comportamento pro-attivo nei confronti delle diverse tecnologie avendo modalità di pensiero modificate – nessuno sa dire se in meglio o in peggio – dall’impiego costante di oggetti tecnologici. La linea di faglia parte da qui perché se il generatore simbolico della nostra epoca è tecno-scientifico è chiaro che ciò che un adulto percepisce come rifiuto delle traiettorie umane tradizionali, un adolescente nativo digitale lo vivrà immediatamente come pieno adattamento alla qualità dominante di quest’epoca. Se di frattura antropologica tra nativi ed immigrati digitali si può parlare, la situazione più delicata riguarderà noi immigrati. Da un lato noi adulti sappiamo che non potremo godere pienamente dei diritti della piena cittadinanza che in futuro avrà una spiccata matrice digitale; dall’altro il nativo digitale vive le difficoltà di chi ancora non possiede autonomia sociale e professionale – sulle quali si basa ancora il processo di inclusione – garantitegli dalla rete, ma che il mondo reale ancora gli nega. Se per ora, le realtà occupazionali e formative mettono in latenza gran parte della visione del mondo dei nativi, in futuro la logica dell’esclusione riguarderà l’immigrato digitale, specialmente se le logiche di ritorno della cittadinanza censitaria negheranno - con l’universalità del diritto - anche margini concreti di esistenza a chi non potrà comunque rinunciare a quella umanità che già ora possiamo considerare risorsa assai scarsa.

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