La stanza 101. Lo sguardo di uno psicoanalista sul contemporaneo.
9 Marzo Mar 2018 0817 09 marzo 2018

Me ne vado a sciare. Viaggio al termine del renzicalcatismo

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Me ne vado a sciare'.

Nessuno, tra tutti coloro che si sono messi alla tastiera intenti descrivere l'epilogo del renzismo, avrebbe potuto trovare una frase che meglio ne riassuma la fuggevole ed irresponsabile natura. Un affermazione che fotografa, nell’ultima fase del suo inesorabile declino, la parabola del renzicalcatismo. Una prassi politica nel tempo corroborata da un corpus teorico-ideologico desunto arbitrariamente dal lessico analitico, oggi definitivamente implosa. Caduto ben presto il costume del ‘rottamatore’, questa ha svelato la sua banale e prevedibile natura , fatta di livorosa occupazione del potere e priva della benchè minima prospettiva politica. Il renzicalcatismo è in realtà morto un anno fa, la notte del 4 Dicembre, quando il primo refolo di aria viva e pensante si è insinuato tra le mura della Leopolda, abbattendo un corpo nato vecchio e gracile, mantenuto in piedi grazie al caldo innaturale della stufa, schiantato poi reumatologicamante ai primi spifferi del rigore invernale.

‘Me ne vado a sciare’ ( ma resto e vi tengo in ostaggio) è il motto che ne condensa e riassume l'essenza, fatta di una ripetitiva e monotona coazione a ripetere che consiste nel chiamarsi fuori dopo aver condotto la nave sugli scogli, addossando ad altri le proprie responsabilità evidenti, per poi tornare in campo quando qualcuno si è occupato di togliere i detriti e pagare i danni. Me ne occupai a suo tempo qua: (http://www.lettera43.it/it/blog/la-stanza-101-lo-sguardo-di-uno-psicoanalista-sul-contemporaneo/2017/03/11/dalla-leopolda-al-lingotto-quel-vuoto-desiderio-di-potere-blindato-tra-le-accuse-di-scissione-e-ladorazione-del-capo/4618/)

Il rancoroso congedo di Renzi è solo il grottesco epilogo di un lungo e devastante, per il paese, decorso agonico di un re da sempre nudo ed incapace di incarnare la posizione del leader. Responsabile sino alla fine della guida del Partito, autore del tentativo di una riforma costituzionale bocciata dall’intero paese, padre di una legge elettorale liberticida pensata solo per colpire alle gambe gli avversari ( che, tra le altre cose, ha favorito un esodo massiccio dalle fila del Pd verso le braccia pentastellate) , decimatore di parlamentari scelti non in nome della qualità ma dell’obbedienza, non ha proferito il minimo accenno di autocritica. Come sempre la colpa è stata individuata nell’Altro. Dopo il 4 Dicembre il renzicalcatismo è stato sopraffatto da pulsioni distruttive e mortifere, dirette verso i propri componenti riottosi e successivamente verso l'esterno, creando un orizzonte nemico, dove gli avversarsi sono un indistinta massa.

Non accodatevi a chi sghignazza Renzi e ne deride la sceneggiata finale, fatta di rancori e veleno che emana da ogni poro. Non si tratta della sbandata di uno statista coerente e leale che conosce un momento di impasse. Costui non è Moro alle prese col compromesso storico che deve parlare alla DC. Non è l'incespicare di un’ideologia politica sino a quel momento stabile e ora messa in crisi da dalla dialettica interna.

No, nulla di tutto ciò.

Il renzismo è questo: prepotente sguaiatezza, irresponsabilità, delocalizzazzione delle colpe, allergia alla critica e livore. Livore livido e gelato, diffuso, rabbia, veemenza rancorosa, incapacità di accettare un esito elettorale , la voce di quel popolo mai conosciuto e poco frequentato. Un politico di rango avrebbe capito che era giunto il momento di ritirarsi già alla fine del tremendo tour in treno per l’Italia, nel corso del quale , di piazza in piazza, il conducente era oggetto di insulti, sberleffi e dita medie sollevate. Ma la scuola di Rignano non ha prodotto una classe politica di rango, ha invece creato e schierato uomini e donne che si sono tramutati in collettori di rancori, poiché essa si nutre di nemici, si irrobustisce nell’accerchiamento. Trova nell'altro che non lo accetta la ragion d'essere di un infinita pretesa di un posto senza passare dalla fatica della vita, della politica. Si fonda sul’idea che che un privilegio possa diventare diritto semplicemente attraverso le grida e l'imposizione.

l renzismo, ai suoi esordi, nasce come prepotente e sguaiata occupazione del potere, e si autoincorona colpendo alle spalle Enrico Letta, fatto secco per scongiurare quel passaggio alle urne che sapeva essere letale. Ed era ancora gioco di sgambetti. Solo in seguito si procura un piccolo arsenale ideologico che ne potesse, quantomeno, nobilitare le spavalde azioni nel cosiddetto mondo intellettuale ( ridotto ormai solo a Repubblica e suoi sempre meno numerosi lettori). Ecco allora che le imboscate politiche, i colpi bassi e le purghe interne, diventano l’eroica ‘rottamazione dei padri vetusti’, patina necessaria a fornirgli quella pezza teorica che lo riscattasse dalla sua natura di semplice sopraffazione a da borgo violento. Nasce in tal modo narrazione del ‘giovane indomito’, che da semplice bramoso di potere privo di scrupoli, assurge a lungimirante Generale che conduce le truppe contro le masse acefale dei barbari alle porte. Si è tentato in pratica di vestire Galezzazzo Musolesi con l’abito di Adenauer, con gli esiti che sono oggi sotto gli occhi di tutti.

Questo passaggio nasconde tutte le pecche ed i limiti di un ‘teoria’ posticcia che non fonda, ma si innesta su di una prassi politica già in piena corsa, nel tentativo di darle un minimo di fondamenta ideologiche e toglierla dalla strada. Chi si è prestato a questo gioco, estrapolando dalla clinica analitica quei quarti giustificativi per un potere che era già totalizzante, pervasivo, sprezzante delle minoranze ed in piena occupazione di ogni spazio politico mediatico, godendo dei riflettori oggi frantumati della Leopolda, ha scelto di declinare in modo assai particolare il ruolo dell’intellettuale, che trova la sua cifra nell ’essere discordante e disarmonico col potere. Un investitura clinica che, tra le tante pecche, convoca come padre nobile di questa opaca operazione nientemeno che Pasolini, creando la Scuola Politica PPP come scuola quadri di quello che avrebbe dovuto essere il futuro partito della nazione Renziana. Dopo la prima sessione di lezioni, se ne sono perse le tracce.

Sulla polemica relativa all’utilizzo della clinica analitica al servizi del potere, scrissi un lettissimo articolo su Micromega, che venne anche citato in campagna elettorale.

(http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-psicoanalisi-piegata-al-renzismo-una-replica-a-recalcati/)

Nei suoi ultimi giorni, il fu Telemaco ha farfugliato termini come ‘fascismo diffuso’, cercando in cauda di spacciarsi per difensore della tradizione democratica del paese, non potendo vantare alcun risultato tangibile da sottoporre all’elettorato. Ha chiamato fascismo e populismo tutto ciò che sta fuori dal perimetro di azione dei suoi, cioè pochi metri metri, poichè, essendo pura ideologia di potere, manca di quei mezzi necessari a comprendere, leggere e interpretare fenomeni quali povertà, disoccupazione, effetti del jobs act. Dunque tutto diventa populismo, tutto è protesta. Un agire che vive della ripetizione di sé stesso, in una costante autogenerazione ed autonominazione , mancante degli strumenti per capire di essere stato uno dei principali autori di questo disasatro: ha ucciso la sinistra, l’ha maltratta, dileggiata, ed epurata. Ha distrutto il tessuto sociale delle regioni rosse, tradizionalmente filo pd. Ha preferito il familismo alla meritrocrazia. Al grido di ‘fuori !fuori !’ l’ha cacciata in un cieco tentativo di distruggerla.

Non credete dunque alle dimissioni . Anche se verranno presentate. Il copione ( una coazione a ripetere di lampante evidenza) consiste nel prendere in mano qualcosa, scaricarvi tutte le proprie questioni irrisolte, far deragliare la macchina e fuggire, imputando ad agenti esterni le proprie responsabilità. La notte del 4 Dicembre egli si dimise, per poi rimettere in pratica la prassi alla quale ci ha abituato: porsi a lato quando piovono pietre, dare finta fiducia a qualcuno che lo sostenga. Da li in poi, iniziare a fargli terra bruciata attorno per accopparlo alle spalle. Anche in questo caso non è possibile una variazione sul tema: ancora una volta, appena aperte le finestre, l'altro gli ha assestato un cazzoto tremendo in viso, facendogli chiaramente capire che non lo ama, marchiabndo sul suo copro le ciocatrici del riifuto inocndizionato. Egli si 'dimetterà', cioè si metterà a lato, e lascerà a qualcuno il compito di spalare lo sterco e la polvere. Quando questo qualcuno avrà stabilizzato la situazione che lui ha mandato in malora, Renzi tornerà, in sordina, alle sue terga, e riprenderà il fitto lavoro di inciuci e trame con i suoi sodali e fedelissimi fatti arrivare in parlamento, per farlo nuovamente secco, e riprendersi quel posto dal quale tentare di nuovo di essere approvato dall'altro. E’ guapperia, e ve l’hanno spacciata per politica.

Dai quotidiani apprendo che nella Segreteria del Nazareno è in atto una corsa alle dimissioni , sotto un fuoco di veti incrociati ed accuse reciproche.

E' regolamento di conti da guapperia, e ve l'hanno spacciato per politica.

Ma è finita.

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