L'arco di Ulisse
19 Marzo Mar 2018 1515 19 marzo 2018

Come la pizza di Cracco!

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Credo, francamente, che la pizza di Cracco, la nouvelle création del cuoco di chiara fama, esprima, in campo culinario, il disagio di un tempo piatto e insignificante in netto contrasto con il passato effervescente del paese. Niente come la “pizza craccata”, impastata in barba al rituale napoletano, testimonia la tendenza contemporanea a taroccare, mistificare e alterare la tradizione, come se questa non costituisse un valore portante e non avesse reso celebre, nel mondo intero, il mito della pizza. Eppure, l’Unesco ha riconosciuto l’arte del pizzaiolo napoletano come patrimonio immateriale dell’umanità. Questo, in verità, non può costituire un deterrente per sperimentare nuove versioni della gloriosa pietanza, dovrebbe, però, infondere il rispetto dovuto all’estro di maestri artigiani che hanno saputo trasformare elementi semplici, come l’acqua e la farina, in una creazione di straordinario valore culturale.

In quest’ottica la pizza di Cracco rappresenta l’indice più genuino che vale a qualificare il sentimento di estraneità di un’attualità che disconosce i segni sintomatici di un costume antico, la cui saga popolare appartiene idealmente alla storia del paese. L’invenzione cracchiana, prima ancora di rovinare su un gusto estetico, che prescinde dal palato, esalta la banale condizione propositiva, che riguarda, in questo frangente, i vari settori della creatività. Tutto, in questo paese, sembra livellarsi sempre più verso il basso, e quando anche la cucina, di cui andiamo così fieri, si adegua attraverso un suo rinomato interprete al resto, sorge un senso di scoramento.

La pizza alla moda di Cracco, dunque, come collante tra una realtà, dove tutto appare superficiale e grossolano, e un gusto ad essa confacente. In pratica, il prêt-à-manger di un cosiddetto principe dei fornelli invita a essere, finalmente, quello che mangiamo, senza risultare da meno alle “golosità” che ingoiamo. La pizza di Cracco, come cibo dell’anima in pena, segna il passaggio della moda culinaria a espressione tangibile della crisi identitaria della nazione. D’ora in poi, per stigmatizzare un pensiero di un politico, un programma televisivo, un articolo, un film, un libro, o altro, suggerisco di dire: “è come la pizza di Cracco!”

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