L'arco di Ulisse

2 Luglio Lug 2018 1425 02 luglio 2018

L'oro del paese finalmente multiculturale?

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Non solo un oro ai Giochi del Mediterraneo. Ancor di più di una vittoria sportiva. La foto di Libiana Grenot, Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso e Raphaela Lukudo, sorridenti dopo aver trionfato nella staffetta 4×400, è diventata il simbolo dell’Italia multiculturale. Un’immagine che dovrebbe unire e non dividere, distendere gli animi smisuratamente esagitati che dibattono a raffica, sui social e nei talk, intorno al complesso e delicato tema dell’immigrazione. Una cartolina, propizia e molto gradita, pervenuta al momento giusto, per riflettere serenamente sulla maniera di stare al mondo, guardare al prossimo, osservare qualsiasi principio di solidarietà senza essere definito per forza “buonista”, come se avere nella giusta considerazione un irrinunciabile senso di giustezza fosse una scelta meramente politica, e non, piuttosto, una conseguenza naturale della sensibilità.

A Terragona, in Spagna, le quattro atlete azzurre hanno sfrecciato sulla pista dello stadio di atletica, rendendo più abbondante il medagliere italiano. Nello stesso giorno, anche la squadra maschile, composta da Davide Re, Giuseppe Leonardi, Michele Tricca e Matteo Galvan ha conquistato il gradino più alto del podio. Una doppietta straordinaria, ma, il successo della squadra femminile ha implicazioni che, in questo frangente, vanno al di là dello sport, emerse in virtù di una trasformazione iconica, diventata, come si usa dire, virale.

La foto delle ragazze vincenti, tuttavia, suggerisce soprattutto una riflessione che prescinde dalle posizioni ideologiche e dai postulati pro e anti-migrazione: da luoghi che si ritengono marginali provengono germi di talento che finiscono per appartenerci, rappresentarci, inorgoglirci. Il nazionalismo vago sbandierato dalle farneticazioni leghiste rappresenta una ostinata chiusura all’opportunità di sviluppare cicli virtuosi che concorrono al progresso di un paese, considerato strettamente legato alla sua natura multiculturale. Oggi, nella nostra Italia, emerge il dato sportivo, domani, chissà, quello scientifico, o politico. C’è del talento nelle terre martoriate dalle guerre, minacciate dai genocidi, o in posti dimenticati da Dio, dove regna la miseria. E, matura e si consolida in ogni dove, conformandosi al luogo che lo accoglie, lo circonda, lo assiste. Il razzismo è qualcosa di aberrante che vuole morto questo talento.

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