L'arco di Ulisse
5 Luglio Lug 2018 1118 05 luglio 2018

Nelle mani di furbastri da quattro soldi

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Invettive rabbiose, insulti, ormai integranti del linguaggio corrente, analisi e valutazioni prive di base logica, dati e stime che non hanno riscontri reali. La politica del neo-oscurantismo di questi anni è tutto tranne che entusiasmo, ricerca, verità.

Ridotta da tanti suoi interpreti come una cosa deformabile e attaccaticcia, lercia e nauseabonda, la politica trova la sua esaltazione nei continui e ripetitivi tentativi di confutazione, nelle interpretazioni della realtà che si prestano alle stucchevolezze della speculazione propagandistica, nella legittimazione strategica del giornalismo posticcio, e persino nelle chiacchiere frou frou di intellettuali fiacchi, dal pensiero debole e la tempra molle.

Ma, chi la racconta, oggi, la politica, chi ne discute e chi ne scrive? Davvero si può ancora considerarla come una materia soggetta a ragionamento? Il fatto che essa venga praticata da persone tanto manchevoli può giustificare, in qualche modo, una critica altrettanto sconveniente? Dove si è visto mai che a una incapacità così manifesta, da parte della classe dirigente, corrisponda una coscienza analitica egualmente inadeguata, come quella attribuibile alla stragrande maggioranza della critica ufficiale?

Non c'è persona semplice, umile, onesta, che non abbia della politica una concezione infinitamente più congeniale e utile di qualsiasi opinionista dei miei stivali. Il realismo e l'immediatezza di un giovane con speranze ridotte, di un disoccupato in cerca di uno spiraglio, di una donna che si divide faticosamente tra lavoro e famiglia, di un anziano senza difese, superano di gran lunga in arguzia e pertinenza, i manierismi sconclusionati di chi è profumatamente pagato per divulgare ordinarie scemenze in serie, che, puntualmente e impropriamente, occupano i fondamentali spazi dell'informazione. Così, l'attività cerebrale, si fa per dire, dell’esponente più spudorato e incolto dell’esecutivo, Salvini, diventa l'argomento più importante da sottoporre all'attenzione generale, identificandolo con l'essenza stessa della politica, al quale, ogni altro argomento, seppure di primissimo ordine sociale, cede il passo.

Certo, Max Weber ha avvertito i popoli di tutto il mondo circa gli inconvenienti contemplati da una simile disciplina, dicendo loro che la politica è il monopolio legittimo dell'uso della forza, e che, in ogni caso, è aspirazione al potere. Ma, per la miseria, il suo monito non implica nessuna sorta di rassegnazione al peggio! Anzi, invita alla (re)azione più razionale, a sperimentare il futuro, magari pescando nel fondo pulito e non contaminato dell'antichità, fino ad arrivare ad Aristotele, rilanciandone la convinzione candida e agevolissima, secondo cui la politica debba essere niente altro che l'arte di governare le società, ovvero l'abilità di organizzare e spendersi per il benessere e la felicità della collettività (polis).

Anche se il contemporaneo Giovanni Sartori non mancava di ricordare, forse con una punta di cinismo, che la politica sia la sfera delle decisioni collettive sovrane, vi è da ritenere che una società come quella italiana avrebbe comunque bisogno di essere garantita (allertata) da una comunicazione adeguatamente critica, più consona alle molteplici esigenze popolari, che nel tempo vanno facendosi problematiche, creando disagio e insofferenza sociale. Approfittando dell'assenza di un controllo di natura intellettuale, idoneo a costituire un autentico nucleo di opposizione, anche solo ideale e non necessariamente partitico o movimentistico, la classe di turno dei politicanti abusa oltremodo della sua presunzione.

Divisa in una destra monca, che muove intorno alla figura di un furbastro e grottesco “legaiolo”, e in una sinistra breve, data da un misto poco amalgamabile che contiene eminenze grigie a supporto di derivati da nomenclatura, la politica italiana si adagia placida su sciagurate posizioni di partenza verso uno dei processi più involutivi della storia della repubblica. Finito il berlusconismo e il post berlusconismo, culturalmente deleteri, è iniziato un neo-oscurantismo, socialmente disastroso. Naturalmente, gli osservatori che vanno per la maggiore non sembrano preoccuparsene più di tanto, considerato che per loro, ogni periodo sembra essere quello propizio.

Il paese, dunque, in un frangente che lo vede economicamente depresso, con una popolazione, in larga parte, psicologicamente provata, si ritrova un quadro politico espresso a destra da uno schieramento di populisti senza pensiero, mentre, a sinistra, da eredi di un ideologismo mummificante, rinfrescato qua e là con qualche cortesia retorica, che resta pur sempre di maniera, e, nella migliore delle ipotesi, una verve dialettica da intrattenimento. D'altra parte, un creativo con un eccellente intuito, come Giorgio Gaber, aveva descritto in largo anticipo, in una celebre canzone satirica, la confusione che avrebbe regnato intorno al concetto di “destra” e a quello di “sinistra”, una volta che la politica si fosse presentata priva dei suoi contenuti.

La disaffezione consistente e il defezionismo crescente della popolazione italiana hanno reso vaghe e volubili le ultime preferenze elettorali, fino a procurare al paese la sciagura incidentale composta dall’accoppiata vincente Salvini-Di Maio. Eppure, il consenso naturale di un agitatore di provincia e di uno sprovveduto leader politico, in un paese davvero evoluto, non dovrebbe superare il 5%. E si tratterebbe, comunque, della quota peggiore dei votanti: razzisti, fascisti, xenofobi, omofobi, creduloni, rancorosi, frustrati in genere che hanno in uggia la conoscenza, la solidarietà, la società multiculturale.

In questo quadro, resta la consapevolezza di ognuno di noi, che il fondo sia stato toccato, e, che, per risalire, la spinta deve provenire necessariamente dal basso. Diversamente, in ogni componente partitica dello schieramento politico nazionale, si continuerà a sopravvalutare personaggi che non hanno nella postura, nella coscienza, nell’intelletto, le credenziali per poter guidare le sorti di una nazione. La storia della civiltà italiana, non merita la realtà che, oggi, tristemente la inchioda sulla croce dell’ignoranza, dell’impostura, della slealtà.

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