L'Argonauta
6 Marzo Mar 2018 1457 06 marzo 2018

Max Blecher: il modernista romeno che anticipa l'esistenzialismo

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Morire a soli 29 anni di tubercolosi ossea, dopo una lunga degenza nella semi-immobilità, e lasciare dietro di sé due capolavori: è l’impresa umana, prima ancora che letteraria dello scrittore Max Blecher, autore di opere fondamentali del modernismo romeno come Avvenimenti nell’irrealtà immediata e Cuori cicatrizzati, pubblicate rispettivamente nel 1936 e 1937 e ora disponibili entrambe anche in lingua italiana nell’ottima traduzione di Bruno Mazzoni presso l’editore Keller.

Accostato forse indebitamente a Kafka da Eugène Ionesco, Blecher si colloca – in linea con la sua origine ebraica - nel solco della grande cultura sovranazionale di inizio Novecento, in contatto epistolare con alcuni dei maggiori pensatori e scrittori: da Heidegger a Gide a Breton. Curiosamente, non mancano, soprattutto a livello biografico, le analogie anche con il nostro Leopardi: una vita breve e infelice, segnata dalla malattia, colpita aspramente da una natura matrigna che costringe entrambi a fare i conti, giovanissimi, con l’enigma del dolore e della morte.

Max Blecher nella spiaggia di Berck

Max (il vero nome è Marcel) Blecher era nato nel 1909 nella Moldavia romena da una famiglia benestante ebrea che gli consente di studiare medicina a Parigi, dove, tragico scherzo del destino, gli viene diagnosticato il morbo di Pott, una forma mortale di tubercolosi alla spina dorsale. Inizia il calvario dell’immobilità e della postura orizzontale dentro un carapace di gesso, in transito tra sanatori e cliniche per oltre dieci anni. E dall’esperienza nel sanatorio di Berck-sur-mer, nel nord della Francia, nasce Cuori cicatrizzati, il cui protagonista Emanuel, alter ego di Blecher, affronta il tunnel della malattia e dell’immobilità, fino a maturare una percezione estenuata e parossistica del reale, nella quale le identità si confondono e svanisce ogni confine tra le cose, lasciando il soggetto precipitare in una lenta dissoluzione, fino alla necrosi. Già nel suo primo romanzo, Accadimenti nell’irrealtà immediata, Blecher scriveva, in fondo di se stesso: “Avverto allora l’assenza della mia identità, quasi fossi divenuto, per un istante, una persona del tutto estranea. (…) Tra me e il mondo non esisteva alcuna separazione”.

Certo, c’è un'ombra quasi di tardo-decadentismo in questo senso cupo e immanente della morte, nell'incessante dissolversi del reale da cui nascono, folgoranti e materiche, le sue descrizioni dei paesaggi o della città, che “simile a un vaporetto che affonda, scompariva nell’oscurità” e i cui edifici imponenti si liquefanno “in una materia uniformemente torbida e grigia”.

In Cuori cicatrizzati l’autoriflessione si porta sulla malattia, paralisi e parentesi dal reale, all’interno della quale il sanatorio diventa il non-luogo dell’esistere senza una vita: “Berck è una cosa diversa da una città di malati. È un veleno assai insidioso. Entra direttamente nel sangue. Chi ha vissuto qui non si ritrova da nessun’altra parte”. La vita rimane all’esterno portando all’interno solo il peso della sua estraneità.

Ma è una questione di percezione, come si diceva, quella di un malato che non vive più la realtà, perché chi “è stato strappato per una volta alla vita e ha avuto il tempo e la calma necessari per porsi un’unica domanda essenziale riguardo a essa – una soltanto – rimane intossicato per sempre…” come fa dire a un altro personaggio del romanzo.

Blecher è stato, quindi, il cantore dell’«irrealtà», di quel fluttuare incessante tra il sonno (o il sogno) e la veglia che fa affermare al personaggio - io narrante - di Accadimenti nell’irrealtà immediata: “mi dimeno ora nella realtà, urlo, supplico di essere svegliato, che mi si svegli in un’altra vita, nella mia vita autentica”. Il cercare di vivere si pone allora come un vegliare, in una «insonnia permanente» che ricorda da vicino l’esperienza straniante del connazionale Emil Cioran nella sua opera d’esordio, Al culmine della disperazione, non a caso quasi contemporanea (1934).

Mircea Cărtărescu

«Come per Cioran » osserva Bruno Mazzoni, che oltre a essere il traduttore è uno dei massimi esperti italiani di letteratura romena di cui è docente all’Università di Pisa, «anche quello di Blecher è stato, per lungo tempo, un successo più internazionale che romeno. In Romania rimase in ombra nel periodo fascista di Antonescu, ma anche successivamente con l’avvento del regime comunista, quando chi scriveva di malattia non godeva certo delle simpatie dei maggiorenti del partito. Mai incluse nei manuali scolastici, le sue opere vennero ripubblicate solo verso la fine anni Settanta, ma è da pochi anni che c’è una reale attenzione nei suoi confronti». Mazzoni confessa anche il suo debito verso il più conosciuto scrittore romeno contemporaneo, Mircea Cărtărescu. «In un certo senso devo a lui la mia attività di traduttore di Blecher. Per Cărtărescu, infatti, Blecher è stato un modello e me ne parlava spesso. Comunque, oggi ha finalmente raggiunto la fama che meritava: la fondazione Blecher gli ha anche dedicato un festival che si tiene a inizio giugno a Roman, la città nel nord della Romania dove è morto». E i “cuori cicatrizzati”, titolo del libro? «E’ la condizione del permanere nella sofferenza che porta all’insensibilità dei cuori, a una anestesia rispetto alle sensazioni vere. Certo, in tal modo si diventa anche invulnerabili e in questo si compie l’unica possibile salvezza».

C'è, infine, ancora una dimensione in Blecher che non va tralasciata e che lo pone in relazione, quasi in anticipazione rispetto ad alcuni temi portanti dell’esistenzialismo: lo straniamento esistenziale, lo svelarsi del senso latente delle cose attraverso il compiersi di una rivelazione: “dietro agli oggetti, però, non si accese mai alcuna luce, ed essi rimasero per sempre avvolti dai volumi che li racchiudevano ermeticamente, e che qualche volta sembravano assottigliarsi per far sì che trasparisse da essi il loro vero significato”. E allora, scrive più avanti Blecher e sembra quasi un’ultima epigrafe alla sua opera: “il mistero più sconvolgente è forse quello che ci appare nella più semplice evidenza”.

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