L'Argonauta
7 Maggio Mag 2018 0822 07 maggio 2018

La «bella giovinezza» di Bov Bjerg

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E’ curiosa questa letteratura tedesca del post-Wende (svolta), come in tedesco viene chiamata la riunificazione delle due Germanie. Alcune delle opere di maggior successo tra quelle scritte nel nuovo millennio sono collocate in un passato più o meno lontano, prima o a cavallo della «svolta». E’ così anche per il romanzo La nostra casa (Auerhaus in tedesco) di Bov Bjerg, scrittore del Baden-Württemberg al suo esordio in Italia con la seconda opera pubblicata da Keller nell’accurata traduzione di Franco Filice.

Bjerg punta l’obiettivo sulla Germania occidentale degli anni Ottanta per raccontarci le vicende di sei liceali di grandi ideali e , di conseguenza, refrattari al rigido sistema di regole sociali e famigliari di origine, che decidono di vivere insieme in un casa-comunità nella campagna sveva in compagnia di un amico scampato al suicidio.

Viene da pensare ad altri autori di successo, alcuni pubblicati anche in Italia, come Clemens Meyer che in un romanzo del 2006 – Eravamo dei grandissimi - ripercorre la storia di un gruppo di amici nella Lipsia delle bande di strada dei primi anni dopo la riunificazione, o, a Claudia Rusch che in La Stasi dietro il lavello del 2003 ritorna agli anni della DDR con ironia e sensibilità. Opere che, in una certa misura, sono accomunate dal tentativo di cogliere, in trame apparentemente ordinarie e comuni, il senso di un determinato periodo storico e l’inaspettata bellezza che ne promana, che diventa, a sua volta, criterio interpretativo e discernimento sulle afasie e oscurità del presente.

Bov Bjerg, foto di Gaga Nielsen

Bjerg si fa conoscere negli anni Novanta come scrittore satirico e di brevi racconti, confluiti alcuni in raccolte antologiche, e come animatore di Lesebühne, le serate di lettura tra amici nei teatri e club berlinesi. Al romanzo approda solo nel 2008 con Deadline, una satira sulla vita contemporanea programmata e ingabbiata nelle scadenze (da cui il titolo). Ed è subito fiasco: vende 220 copie, come racconta lui con self humour e ironia, e le rimanenti vanno distrutte in un incendio nei magazzini della casa editrice. Ci riprova sette anni più tardi, con La nostra casa, e questa volta è un successo immediato: in Germania il romanzo vende in pochi mesi oltre 220.000 copie, rimanendo a lungo nella top 10 delle librerie. Quindi, l’approdo in Olanda e, grazie a Roberto Keller, in Italia.

Incontro Bjerg al Goethe Institut a Milano, tappa del nuovo tour di presentazioni del romanzo che ha interessato diciannove città italiane.

Come è nata l’idea del libro e della sua ambientazione nella Germania della giovinezza?

«Dopo il lancio di Deadline fui invitato in una scuola del Baden-Württemberg che avevo frequentato da adolescente. I ragazzi non erano molto interessati al libro, ma mi accorsi della loro curiosità su quella che era stata la mia esperienza in quella scuola, qualche decennio prima. L’incontro mi ha riportato ai tempi dell’adolescenza, anni per me contrastati e travagliati. Ho avvertito l’esigenza di raccontarli, trasformando i dati mnemonici in un plot narrativo. Non è stata, però, un’operazione di nostalgia, anche se la giovinezza è inscindibile dai sentimenti e dalle emozioni, perché rimangono per me anni vissuti senza particolare positività, anni difficili».

Alcuni recensori hanno scomodato, a proposito di La nostra casa, Il giovane Holden e parlato di Bildungsroman…

«Il vero tema del libro è il distacco dal mondo degli adulti per fare l’esperienza di una vita autonoma, indipendente. Questa nuova vita ha una caratteristica fondamentale: è un evento collettivo, ci sono sei personaggi assolutamente uguali per la loro funzione nella struttura narrativa. In questo senso il richiamo al romanzo citato, Il giovane Holden, mi sembra fuorviante: qui non c'è un personaggio centrale e non è un racconto di formazione. La storia ha senso in sé stessa, per quello che è stata in quel breve periodo. Il resto, quello che succederà dopo ai personaggi, mi limito a elencarlo in chiusura di libro, quasi fossero “titoli di coda”. E poi è una storia reale con personaggi, tranne Cäcilia, la “traditrice” del gruppo, davvero esistiti».

Aveva in mente un pubblico particolare o un lettore tipo?

«No, in realtà non ho pensato a nessun target, né avevo messaggi da trasmettere. Avrei potuto collocare la storia nel presente, ma sarebbe stato complicato perché non conosco bene i giovani delle ultime generazioni e mi sarei dovuto documentare, mentre gli anni '80 li ho vissuti in prima persona. Inoltre, ho preferito porre un io narrante che avesse la stessa età dei protagonisti e non un adulto che guarda indietro, magari con nostalgia o per riflettere. In tal modo ho raccontato una storia reale con maggiore autenticità».

Come è nata l’idea di pubblicare il suo primo romanzo a 43 anni?

«Avevo sempre scritto storie brevi, gag, testi satirici, spesso letti con amici. Ma un certo punto mi sono reso conto che non mi bastava più quest'approccio basato sulla brevità e avvertivo il bisogno di una narrazione più strutturata. Allora mi sono iscritto all’istituto di letteratura di Lipsia e ho iniziato il primo romanzo».

Come spiega l’accoglienza del secondo libro dopo l’insuccesso del primo?

«Penso che la storia di Auerhaus abbia una rilevanza sul presente perché richiama situazioni e valori che oggi sembrano smarriti: ad esempio, la solidarietà, l’indipendenza dal mondo degli adulti, la spontaneità. I protagonisti del romanzo sperimentano una dimensione “comunitaria” pur conservando la loro identità e modo di essere. Nelle recensioni che sono state scritte su Auerhaus mi pare che sia stata poco considerato l’aspetto sociologico. Negli anni '70 c'era una aspirazione al riscatto sociale attraverso la scuola e la cultura nelle classi meno abbienti che sembra essere venuto meno, si è ritornati a una rigida gerarchia sociale che fa sì che le famiglie meno abbienti rinuncino spesso a far proseguire gli studi ai propri figli. Sotto questo punto di visto il libro vuole anche sottolineare anche l'importanza della cultura come forma di riscatto sociale».

C’è un parallelo, una consonanza tra narrativa dell’Est e dell’Ovest a partire dalla Wende?

«Non credo di avere una panoramica così vasta e profonda per fare confronti puntuali. Posso però dire che ho alcuni amici, suppergiù della mia età o più giovani, che sono cresciuti nella DDR e dopo la riunificazione hanno scritto della loro giovinezza: penso a Claudia Rusch con La Stasi dietro il lavelloo a Rayk Wieland con Che ne dici di baciarci. Il punto è un altro: un giovane lettore di oggi che legga ad esempio Clemens Meyer non ha comunque vissuto la DDR, quindi lo legge come un romanzo “storico”, senza contatti con la realtà in cui vive, e così vale per Auerhaus. Sono libri però che, pur collocati nel passato, possono offrire spunti, riflessioni, emozioni che prescindono dall'epoca di riferimento. E questo è quello che a me importa, il valore permanente della letteratura».

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