L'Argonauta

30 Maggio Mag 2018 0953 30 maggio 2018

Maylis De Kerangal: «la letteratura è la mia ambizione politica»

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Quella della scrittrice francese Maylis De Kerangal per la realtà è un’ossessione ricorrente: «Provo a catturare la vita», ha dichiarato in una recente intervista a un quotidiano milanese, «e quindi la frase deve raccogliere tutto: i corpi, la luce, le materie, i suoni». E con acribia da entomologa o da biologa, l’occhio fisso al microscopio, la sua scrittura scansiona la realtà, la riproduce con il dettaglio di una risonanza magnetica: è come avere dinanzi un ritratto iperrealista di Paul Cadden o un paesaggio metropolitano di Richard Estes. E «iperrealista» è certamente anche la sua ultima opera pubblicata in Italia (in Francia è uscita nel 2008), da Feltrinelli, Corniche Kennedy, nella traduzione, precisa e magniloquente - come il testo originale - di Maria Baiocchi, che si è già cimentata con altre opere dell’autrice.

La scrittrice francese Maylis De Kerangal

La Corniche Kennedy è la strada costiera di Marsiglia, congestionata di giorno e scia luminosa di notte, quasi una cerniera tra il mare e la città o, meglio, come sottolinea De Kerangal, una membrana “porosa”, perché le due parti sono sì divise, ma comunicanti. Su un tratto della strada si apre un varco verso il mare attraversato da bande di ragazzini di periferia, gli “stronzetti”, che si ritrovano a parlare, baciarsi e, soprattutto, affrontare il rischio dei tuffi dalla scogliera, da altezze diverse, in una graduatoria meritocratica di incoscienza e coraggio. Ecco la vita, di cui ci parla Maylis De Kerangal: corpi esuberanti, “spaventosamente disponibili”, di “un’età sola, la stessa, quella della conquista, quella in cui fuggi dai baci della mamma, sputi nel piatto dove mangi, diserti la casa”.

Dall’altra parte della Corniche – e del racconto - da una finestra con vista a mare, è appostato, binocolo in mano, il commissario di polizia Sylvestre Opéra, che ha ricevuto il mandato di interrompere quei ritrovi, i tuffi pericolosi, recuperando alla città quello spazio marginale, indebitamente perduto. Il romanzo è tutto qui, in un gioco tra campi di forze opposti, tra la normalità dell’ordinario e l’esplosiva effrazione dell’ordinarietà, tra l’incontenibile dinamismo della vita al suo apice e il grigio perpetuarsi del “metabolismo” urbano, movimento incessante e improduttivo, da cui non nasce nulla perché gira a vuoto su se stesso.

La scrittura della De Kerangal è iperrealista, per un verso (si veda ancora la descrizione di un bacio tra ragazzini: “l’eccesso di bava sul contorno delle bocche, agli angoli, bava dai filamenti bollosi e scintillanti nella luce come cascate microscopiche”), ma non si tratta mai di un tentativo di oggettivare le situazioni per definirle o cristallizzarle. La realtà è eterno divenire, come insegnava Eraclito, vitalità appunto, è impossibile fissarla all’interno di una cornice (richiamo alla strada?), la si può solo raccontare. Ecco il perché di uno stile unico, tumultuoso e straripante, con pochi dialoghi e una bulimia narratologica che ripercorre pedissequamente l’accadere nel suo manifestarsi, tanto che persino lo spazio nel volgere del tempo si modifica, adattandosi all’intreccio: un tuffo dalla scogliera è come uno squarcio su di esso e l’ingresso in scena di Suzanne, la ragazza protagonista, sembra che “riesca a comprimere lo spazio fino a soffocarlo e al tempo stesso lo apra”. Del resto, il tema del fluire della vita era al centro del suo ultimo importante romanzo, Riparare i viventi, pubblicato in Francia nel 2013, riflessione sull’ineluttabilità e, al tempo stesso, impossibilità della morte, vista attraverso la storia di un trapianto d’organi: materia organica destinata a riparare altri corpi, vita che continua grazie alla tecnica, insieme minaccia e possibilità di sopravvivenza.

E qui si apre un’altra riflessione sullo stile linguistico di Maylis Kerangal, che ha una laurea in storia e etnologia: il mutuare di volta in volta un linguaggio tecnico-specialistico per descrivere i fatti nella loro assoluta precisione e oggettività, in una totale aderenza al reale. In Riparare i viventiè la terminologia medica richiamata in modo puntuale e documentato; in La nascita di un ponte, il romanzo che la consacra in modo definitivo nel 2010 (premio Médicis ), sono le descrizioni delle strutture del ponte elencate con la pignoleria di un ingegnere. «Il lavoro sul linguaggio e sulla lingua» spiega la scrittrice quando la intervisto al Salone del libro di Torino, «è per me, sempre, un accesso, un passaggio attraverso il quale posso cercare la sostanza della vita, avvicinarla girandole intorno fino all’essenziale, come il lazo gettato su un animale, che fa un giro molto largo all'inizio e poi si chiude attorno al collo. Ogni frase investe la realtà fisica, il mondo sensibile, la materia, i corpi che abitano un certo luogo e i sentimenti che li animano. La bellezza della letteratura rispetto ad altre discipline, tra cui quelle scientifiche, è che non passa attraverso un unico registro linguistico, così da sovrastare il lettore con definizioni, leggi, classificazioni. La letteratura può rimanere sulla superficie del mondo sensibile, che per me il principale: ho freddo, ho fame, è giorno o notte, questo costruisce la nostra presenza nel mondo».

La Corniche Kennedy a Marsiglia

Dietro a ogni romanzo della De Kerangal si intravede, quindi, un ampio e minuzioso lavoro di documentazione. Le chiedo qual è il suo metodo di lavoro. «Quello di una mamma di quattro figli…» risponde scherzando, «mi do dei tempi definiti compatibili con la vita famigliare. E’ vero che per me è importante documentarsi, perché solo così posso provare a raccontare la realtà. Sono stata negli ospedali, nei cantieri, lungo le strade di Marsiglia: è da queste osservazioni e ricerche che sono nati i miei romanzi. E, infatti, non ne scrivo molti, tra l’uno e l’altro possono passare alcuni anni».

Le chiedo come ci si può avvicinare alla realtà rimanendo nei confini della letteratura, senza lasciarsi prendere la mano da istanze politiche o sociali. «Per uno scrittore la realtà è sempre un punto di partenza verso il romanzo. In Lampedusa (pubblicato nel 2016, ndr) c'era da parte mia la volontà di prendere posizione sul tema dei migranti, ma, attenzione, quando si scrive un libro, che poi diventa un documento pubblico, si fa di per sé un atto politico, per il fatto stesso di essere responsabili di quello che si scrive. Di conseguenza, lavorare su una lingua per rievocare la realtà è per me, in definitiva, una forma di ambizione politica. Ma la letteratura non deve essere mai un pretesto per altri fini, siano anche cause giuste e condivisibili: è già una potenza in se stessa, ha la capacità di far pensare, di interrogarci, ma il suo ambito rimane la scrittura, non l’azione immediata».

In La corniche Kennedyl’attenzione è sul mondo dei giovani, bande di ragazzini di periferia quasi costretti ad auto-emarginarsi dalla vita... «La domanda che le nostre società tecnocratiche devono farsi è: che spazio lasciamo ai giovani? Questo libro racconta una situazione, li riporta al centro della scena, ecco il mio gesto politico. Ne esalto l’energia, la bellezza, la possibilità di violenza, come aveva fatto Pasolini con Ragazzi di vita, un romanzo per me fondamentale. Ma tutto questo avviene per mezzo di una “descrizione”. Quello della Corniche è un materialismo poetico, lirico, attraverso il quale riscopro l’incanto della lingua che è poi l’incanto stesso della vita».

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