L'Argonauta
25 Settembre Set 2018 1324 25 settembre 2018

La parola e l’oblio, secondo Lebedev

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Riflessione potente sul legame inscindibile della vita con la morte, sugli effetti di una cancellazione scientifica del passato che annulla le differenze, anche tra vittime e carnefici, Il confine dell’oblio, di Sergej Lebedev, da poco pubblicato da Keller nella traduzione di Rosa Mauro, è un romanzo epico, un «monumento» alla parola, come lui stesso lo definisce, che sola ha il potere salvifico di ridare un senso alla storia, impedendo che essa dimentichi i propri morti e compia quell’atto di rimozione che tecnicamente si chiama «oblio». Una pratica di cui il regime sovietico è stato maestro insuperato.

Sergej Lebedev, foto di James Hill

Lebedev è nato a Mosca e oggi ha 37 anni. Ha lavorato alla radio e come giornalista investigativo, scrivendo qua e là racconti, poi mai pubblicati. Il Confine dell'oblio, che è apparso in Russia nel 2010, è stato il suo primo romanzo, a cui sono seguiti altri tre, un tentativo di abbozzare una saga familiare sullo sfondo della Russia rivoluzionaria. «La mia famiglia aveva quelle caratteristiche per cui negli anni Trenta, in pieno stalinismo, potevi venire fucilato» spiega Lebedev, invitato a presentare il suo libro al Festival di Mantova, «e in ogni libro ho cercato le ragioni per cui avremmo potuto essere uccisi».

Nel romanzo ci sono un io narrante senza nome - può essere l’autore o qualsiasi uomo alla ricerca della verità - e un personaggio misterioso e sfuggente, Nonno Due, un vecchio vicino di casa completamente cieco, che salva l’io narrante quando era bambino prestandosi a una trasfusione di sangue, a seguito della quale muore. Così, da quella inopinata comunanza di sangue, inizia la ricerca sul mistero di un uomo di cui nessuno sa nulla, un “senza passato”, in una trama che diventa viaggio esistenziale, discesa agl'inferi a metà strada tra un inferno dantesco e le apocalissi postmoderne di Cormak McCarthy. E il racconto si dirama nelle tundre siberiane, tra cave e miniere abbandonate, in un paesaggio estremo e allucinato, dal quale emerge la vera natura del personaggio, direttore di uno dei tanti gulag voluti da Stalin per annientare ogni potenziale minaccia al potere assoluto dello stato sovietico. Un’epoca nella quale “gli uomini non morivano, ma cessavano di esistere per il presente…”

“La morte non avveniva nella Storia, ma nella geografia”, lei scrive, perché negli sconfinati spazi siberiani, a confine con il nulla, anche la vita perdeva riferimenti e quindi significato. A quando risale la scoperta di questo mondo?

«La mia prima spedizione nel grande nord russo è stata a 14 anni, un'avventura alla Jack London. Era la metà degli anni Novanta e cercavano persone a raccogliere minerali destinati ai musei. Quei luoghi erano gli stessi in cui si trovavano alcuni dei più famigerati gulag, ne contenevano la storia. Ci andavo d'estate per tre mesi arrivando in elicottero, raggiungendo luoghi dove nessuno abita più. Questa era la vera Atlantide».

E che cosa ci ha trovato?

«I gulag nascondevano intatti i loro segreti: dopo il periodo staliniano erano stati chiusi e abbandonati, la loro esistenza rimossa dalla memoria collettiva. Il titolo del libro – Il confine dell’oblio - allude a un dato reale: sulla mappa avevo tracciato una linea oltre la quale si era perso il ricordo di quella storia, dove regnava l'oblio, appunto. Quando vidi per la prima volta i relitti dei campi di concentramento, abbandonati al loro destino dalla morte di Stalin, fu un’emozione fortissima. Certo, avevo letto Salamov (I racconti della Kolyma, ndr), ma pensavo che tutto quello fosse solo nel passato e non fosse rimasta più traccia».

E invece?

«I milioni di persone che vennero deportati in Siberia e vi morirono sono del tutto scomparsi, senza tombe o memoriali. Sono creature fantasma. Per tanti anni c'era stato un crimine, ma il corpo del reato era sparito. Erano rimasti i luoghi di quell’orrore, ma non c’era traccia delle persone. Ma poi, quando il protagonista, verso la fine del libro arriva all'isola in cui erano stati deportati e abbandonati alla morte i kulaki, l'oblio finisce: riemergono i corpi e tutto il resto, ancora visibili nel permafrost. E finalmente si può mostrare al mondo l’orrore che era successo».

Nel libro spesso i personaggi non hanno un nome, come Nonno Due. Forse perché rappresenta solo un numero, una funzione nell'ingranaggio repressivo sovietico?

«Il termine Nonno Due per noi russi ha anche un altro significato. Stalin veniva considerato il padre della nazione, era come un secondo padre. Per la generazione successiva fino alla mia si poteva considerarlo un secondo nonno. Nonno Due non è Stalin, ma ne è la controfigura, rivive in questo personaggio».

Hannah Arendt

In lui, come in Stalin, emerge tutta la brutalità del potere e, allo stesso tempo, la sua stupidità, quella che Hannah Arendt aveva bollato come la “banalità del male”...

«Ho frequentato un archivio dove sono raccolti gli atti giudiziari delle condanne a morte del 1937, l'annus horribilis dello stalinismo. Ne ho letto dieci pagine ed è stato sufficiente… Da lì puoi scoprire il livello culturale e scolastico del personale che vi lavorava: errori, strafalcioni, una totale confusione mentale. Ma era così. Erano persone modellate per diventare assassini, per eseguire gli ordini. Il regime sovietico ha rappresentato, in realtà, uno spaventoso regresso storico: ha riesumato il cannibalismo, la schiavitù. Non servivano persone intelligenti perché non c'era nulla di intelligente da gestire. Era un sistema finalizzato soltanto a organizzare le persone per i propri fini».

Quanto c'è di autobiografico nel suo libro?

«Il libro nasce da un'esperienza personale. Per tanti anni non avevo idea che la mia famiglia avesse avuto rapporti stretti con il potere sovietico. Poi, per curiosità, iniziai a fare ricerche sulla nonna materna, trovando diversi documenti in un bauletto di famiglia. Aveva avuto due mariti, entrambi morti prima che io nascessi. Del primo venni a sapere che era stato un eroe sovietico, scampato miracolosamente alla battaglia di Stalingrado. Era il prototipo dell'eroe di guerra, ma stranamente nei documenti rinvenuti, tra cui vari articoli di giornale, non se ne parlava. Nel bauletto c'erano anche alcune medaglie, onorificenze del soviet supremo. Facendo una ricerca nei registri di stato venni a scoprire che appartenevano al secondo marito della nonna, di cui non si era mai saputo nulla».

E chi era?

«Un colonnello della polizia segreta, quella che poi sarebbe diventata la NKVD, morto nel 1954. Un artefice del Terrore staliniano, dunque. Fu un nuovo shock che mia nonna avesse sposato un uomo simile, e che in famiglia non se ne fosse parlato. Ma era normale: nell'Unione Sovietica era disdicevole chiedere a qualcuno del proprio passato. C'era solo un modo di restituire alla verità della storia quello che era successo: ed è così che è nato questo romanzo».

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