L'imbrattaweb
14 Dicembre Dic 2017 1808 14 dicembre 2017

Le pagliuzze della retorica antifascista e le travi del revisionismo

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“Fascisti. Un italiano su due ha paura.” Così titolava in prima pagina la Repubblica del 9 dicembre, sintetizzando i risultati di un sondaggio condotto dal quotidiano diretto da Mario Calabresi all’indomani di una settimana (o poco più) contrassegnata da alcuni episodi inquietanti che hanno visto protagonisti esponenti del mondo neofascista, come il blitz di alcuni skinhead veneti presso un centro non profit di Como dedito all’assistenza dei migranti, o quello che ha direttamente riguardato la Repubblica, vittima, due giorni prima, di una intimidazione da parte di un gruppuscolo di militanti di Forza Nuova. I vari episodi, inutile dirlo, hanno suscitato la giusta condanna di tutti. Ma sono stati anche occasione per rispolverare, come da copione, tutto l’armamentario della più “classica” retorica antifascista: dichiarazioni aspre, prese di posizione, proteste, e così via.

Lo ribadisco: giusto condannare, esecrare, ecc., ma, forse, sarebbe l’ora, finalmente, di una riflessione più ampia e approfondita sulla reale portata del “pericolo” neofascista; meno legata, per così dire, al singolo ed estemporaneo episodio. E soprattutto credo sia opportuno, mi riferisco alla sinistra in senso lato, anche un po’ di esame di coscienza.

Provo a spiegarmi meglio. In un editoriale di alcuni giorni fa, sempre su Repubblica, Pietro Ignazi ha espresso i punti essenziali che fanno da contorno (e in buona parte da causa) ai rigurgiti neofascisti a cui si assiste ciclicamente: un mix di nostalgismo mai sopito, di distrazione/disattenzione dell’opinione pubblica e di deficit della politica. E poi la capacità di una parte non secondaria di questo “neofascismo” di penetrare i varchi della rete civile con esperienze comunitarie e visioni politiche alternative (e direi tutt’altro che improvvisate: Forza Nuova o CasaPound, piuttosto che gli skinhead del Fronte Veneto non nascono oggi).

Aggiungerei anche frutto di un lungo lavorio di radicamento territoriale e soprattutto di rielaborazione e proposta di “ricette” socio-economiche che, volendo sintetizzare, si potrebbero definire (rubo l’espressione al professor Giorgio Galli) come “anticapitalismo di destra”; cifra che accomuna pressoché tutte le espressioni del radicalismo di destra emergente in Europa. Non a caso mutuata in gran parte da quell’anticapitalismo che caratterizzò, al loro primo sorgere, moltissimi movimenti fascisti europei tra le due guerre. Personalmente ritengo anche che l’indulgenza da parte della classe politica e la troppa retorica antifascista, che per Ignazi hanno abbassato le difese immunitarie e lasciato campo libero ai cultori del totalitarismo, abbiano a mio avviso una responsabilità ancora più marcata nella misura in cui – e mi riferisco, come dicevo, specificamente alla sinistra – in molti hanno passivamente accondisceso un revisionismo storico più o meno strisciante che da decenni, sotto le mentite spoglie di una non meglio identificata “riconciliazione nazionale”, tanto cara alla destra post-fascista, va insinuandosi a ogni livello. Non meglio identificata nel senso che non si comprende perché si debba per forza ricomporre politicamente quello che il verdetto della storia ha separato, ovvero i vinti dai vincitori – il che non vuol dire, sia ben chiaro, alimentare una costante “guerra civile”, ci mancherebbe, né privare alcuno del diritto di manifestare le proprie idee, anzi!, purché sia chiaro a tutti che quelle idee escono sconfitte dalla storia, e volerle riesumare è un’opera, ancorché lecita in un sistema democratico, comunque estranea al DNA della nostra contemporaneità.

Una democrazia forte e convinta non dovrebbe aver alcun timore di manifestazioni, ancorché rumorose e inquietanti, di dissenso. E tantomeno vietarle dall’alto.

Per tornare al tema del revisionismo, diciamo che l’elenco delle iniziative e delle manifestazioni sarebbe lungo, a cominciare dalla possibilità data al neofascismo di ricostituirsi con un movimento ufficiale – il MSI - a poco più di un anno dalla fine della guerra e ammetterlo in Parlamento due anni dopo (forse, come alcuni sostengono, con la compiacenza della sinistra di allora, che sperava che gli “orfani di Salò” avrebbero eroso voti e consensi alla DC, e la DC che vedeva comunque nell’estrema destra un ulteriore baluardo anticomunista…).

L’elenco, dicevo, sarebbe lungo, ma cito per tutti solo tre esempi che mi sembrano emblematici. Intanto, il tentativo ricorrente di riabilitare appieno i repubblichini di Salò equiparandoli (anche ai fini previdenziali) ai partigiani. La destra ci ha provato almeno tre volte con altrettante proposte di legge: nel 2004, nel 2008 e, da ultimo, nel 2010 (primo firmatario Lucio Barani, socialista e esponente del PDL, divenuto famoso perché come sindaco di Aulla fece erigere nella cittadina un monumento a Bettino Craxi “Statista, esule e martire”).

Tutti tentativi respinti grazie a proteste e mobilitazioni di pochi ma combattivi esponenti democratici (politici, società civile, sindacati) che in qualche caso sono dovuti ricorrere al supporto giuridico di emerite personalità del diritto, come gli scomparsi Giovanni Conso e Giuliano Vassalli.

Altro esempio quello della “Giornata del ricordo” istituita, grazie alle forti pressioni di Alleanza Nazionale, dalla Legge 92 del 30 marzo 2004 e con il sostegno degli allora capigruppo Ds e Margherita, Luciano Violante e Willer Bordon, per commemorare ufficialmente il ricordo della data simbolo del 10 febbraio 1947, legata alla tragedia delle foibe.

Intendiamoci, tragedia vera, ma che forse, più che di una mera e acritica celebrazione avrebbe invece meritato, come chiesto da più parti, una commissione di inchiesta che si impegnasse a definirne, una volta per tutte, i contorni veri, sia in termini qualitativi, cioè di contestualizzazione storica (la tragedia fu il risultato di una tremenda e indiscriminata vendetta da parte dei titini, ma non solo, a fronte delle terribili violenze fasciste, mai punite, perpetrate in terra slava), che in termini quantitativi, per mettere fine al “balletto” delle cifre sul numero delle vittime che da sempre alimenta la polemica (chiarisco subito: anche un solo omicidio sarebbe stato un fatto grave, ma sparare a caso cifre del tutto improbabili, come fece per esempio il senatore Gasparri parlando di “milioni di infoibati”, non solo è grottesco, ma molto grave, perché non aiuta certo al confronto).

Ultimo esempio il disegno di legge presentato (era il 2011) da alcuni parlamentari del centrodestra (in cui spiccava Gabriella Carlucci, probabilmente storica di vaglia a nostra insaputa, e che ebbe un importante endorsement dall’allora Ministro dell’Istruzione, Maria Stella Gelmini, evidentemente anche lei particolarmente ferrata in storia, oltreché in fisica nucleare…) per la costituzione di una commissione d’inchiesta sull’imparzialità dei libri di testo scolastici, rei, secondo i promotori, di esaltare molte figure di comunisti (da Togliatti a Berlinguer) e di cattolici (De Gasperi) e di mettere in cattiva luce Berlusconi. Ora, capite bene come il fatto che la politica possa intervenire sulla scrittura dei manuali di storia sia quantomeno pericoloso…

Per concludere, io credo che più che preoccuparsi (il che non vuol dire sottovalutare né ignorare) per fenomeni come una bandiera appesa in un armadietto di una caserma, piuttosto che per l’esibizione muscolare di un gruppuscolo di skinhead in un centro di volontariato, che sono oggettivamente episodi minori e sporadici, ancorché la loro drammatizzazione mediatica ne aumenti a dismisura il reale valore, dovremmo presidiare e preservare con maggiore impegno la nostra memoria storica.

Penso che questo sia il deterrente più efficace perché non si crei un ambiente in cui i rigurgiti neofascisti, nell’indifferenza generale, e magari grazie all’insipienza dei politici, possano permeare nel profondo la nostra società e trovare sempre più consenso; con una democrazia che non trova di meglio che rispondere a suon di leggi e di divieti, finendo con l’omologarsi, come scrive bene Massimo Fini sul Fatto del 9 dicembre, ai suoi nemici.

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