L'imbrattaweb

8 Gennaio Gen 2018 2011 08 gennaio 2018

False promesse elettorali: ce n'è per tutti, vecchi e giovani

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Le «promesse da marinaio», in campagna elettorale, non sono certo una novità di oggi. Ma, bisogna dirlo, non tutti i marinai sono uguali: ci sono i più furbi e scafati, e ci sono quelli più ingenui, forse al limite dello sprovveduto.

Da questo punto di vista, la vicenda che riguarda le promesse fatte in questi giorni da alcuni esponenti politici nostrani - Pietro Grasso, leader di Liberi e Uguali, e il trio Berlusconi-Salvini-Meloni (tralascerei per convenienza l’acronimo BeSaMe) - mi sembra emblematica.

E’ del tutto evidente che sia l’abolizione totale delle tasse universitarie che quella della Legge Fornero sono in tutto e per tutto fake news, comunque iniziative irrealizzabili. Sparate elettorali, appunto.

Per diversi motivi, prima di tutto economici, soprattutto nel caso della legge Fornero, se è vero che, come calcolato dalla Ragioneria dello Stato, la controriforma pensionistica costerebbe allo Stato una cosuccia tipo 350 miliardi euro, senza contare le implicazioni di natura relazionale con l’Europa...

Meno onerosa, in effetti, la proposta di Grasso (si parla di 1,6 miliardi di euro), ma, come dimostrato da diversi studiosi e osservatori - per tutti Gilberto Capano, politologo ed esperto dei sistemi universitari - di rilevanza decisamente scarsa da un punto di vista dell’impatto generale.

E forse anche controproducente. Perché, sempre stando all’analisi di Capano, se l’obiettivo della iniziativa è quello di favorire un più ampio diritto allo studio, in virtù delle agevolazioni già in vigore e di cui godono le fasce di popolazione meno abbienti, l’abolizione delle tasse favorirebbe de facto proprio «i ceti medio-alti, che sono quelli che in maggioranza fanno l’università».

Ma, soprattutto, a parità di «bufale», cioè della loro oggettiva non praticabilità, quello che colpisce è la potenziale differenza di impatto delle due proposte dal punto di vista del consenso elettorale.

In questo senso, è evidente il significativo deficit di furbizia tattica, o, in termini tecnici, di sensibilità politica, che separa i proponenti l’uno dall’altro.

Perché è chiaro che la promessa di Grasso mira a sollecitare il voto giovanile, mentre, all’opposto, quella della trimurti di destra punta decisamente a un elettorato assai più maturo e adulto.

Cosa per nulla indifferente: tra i due target, infatti, non c’è confronto, visto che, come prospettano pressoché unanimemente tutti gli osservatori e i sondaggisti, è assai probabile che alle prossime elezioni i maggiori «disertori» delle urne saranno proprio i giovanissimi (qualcuno parla del 70% degli aventi diritto).

Non a caso, lo stesso Presidente della Repubblica, Mattarella, nel suo discorso di fine anno, ha lanciato un appello nemmeno tanto velato per sollecitare questi giovani a esercitare il loro diritto/dovere elettorale.

Il problema (o il trend, se volete) è poi più generale, non riguarda solo i giovanissimi (i diciottenni) che si recheranno a votare per la prima volta il 4 marzo, bensì tutto il mondo giovanile: Antonio Noto, direttore di IPR Marketing, ha spiegato, per esempio, che «tra i diciotto e i vent’anni, solo il 30-35% in genere si reca alle urne». E anche tra gli elettori di circa 25 anni le cose non migliorano di molto, perché siamo attorno al 40%.

Comunque sia, come fa notare Filippo Masia, anche ammesso che le percentuali fossero più elevate, parliamo – considerato l’oggettivo status demografico della popolazione – di una percentuale molto bassa dal punto di vista statistico. Sostanzialmente marginale.

Insomma, spiace dirlo (nel senso che un Paese moderno dovrebbe puntare più sui suoi giovani, che sono il futuro, che non su chi, oggettivamente, ancorché legittimamente, ha ormai lo sguardo rivolto al passato), ma le elezioni si vincono grazie al voto adulto (se non maturo). E’ ahinoi fattuale, come direbbe Feltri/Crozza.

Questo i marinai salpati da Arcore lo hanno capito molto meglio dei concorrenti.

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