Nimby
8 Gennaio Gen 2018 1932 08 gennaio 2018

Lavorare all'estero? «Una 'palestra' professionale prima di rientrare in Italia»

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«Andare via dall'Italia all'inizio è stato uno mix tra curiosità e shock: mi sono sentito uno di quei ragazzi che riempiono le statistiche sull'esodo giovanile in tempi di crisi. Guardando indietro, però, vado fiero della mia scelta, anche perché oggi posso dire che ho vinto io». Andrea C., trent’anni, oggi ha le idee chiare: dopo diversi di lavoro in Arabia Saudita nel settore delle infrastrutture per una delle più grandi imprese italiane che opera all'estero, ha deciso che era ora di tornare a casa: una scelta audace, ma fortemente voluta. E sa di essere un caso raro, uno di quei 5mila (su 16) italiani che secondo l'ultimo “Rapporto sul benessere equo e sostenibile” dell'Istat è riuscito a tornare a vivere e lavorare in Italia.

Domanda: Ti senti uno che ce l'ha fatta?

Risposta: Volutamente non userò mezzi termini: sì, posso dire di aver vinto io 'giocando' contro la crisi del lavoro.

D: Qual è, nel 2018, il problema di questo Paese nel settore delle professioni?

R: Il problema non è delle risorse umane: qui le competenze ci sono eccome. È semplicemente lo Stato che non concede gli strumenti per sviluppare e realizzare le proprie idee.

D: È per questo che hai deciso di partire?

R: Non voglio fare il sofista: sono andato via perché avevo perso il mio lavoro. Mi sono guardato intorno per qualche mese, ma oltre a qualche pacca sulla spalla non ho ricevuto nulla. Eravamo in piena crisi economica e quando mi è stato proposto di andare all'estero, in Arabia Saudita, ho accettato immediatamente.

D: Era il lavoro dei tuoi sogni?
R: Sì, era quello per cui avevo studiato.

D: Cosa hai provato prima di partire?

R: Delusione. Una delusione fortissima nei confronti del mio Paese. Fuori, poi, non è stato semplice adattarsi: la rabbia verso l'Italia era molto forte e anche ambientarsi, specialmente in un Paese mediorientale, non è stato semplice all'inizio.

D: L'hai vissuto come un fallimento?

R: Mai, neanche per un istante. Ero determinato a costruirmi un futuro, una carriera, una professione ed ero disposto a tutto pur di farcela. Sono determinato di carattere e non ho ceduto praticamente mai. Se mi fossi abbattuto o se avessi ceduto probabilmente oggi non sarei di nuovo qui, a casa mia.

D: Cosa ti è mancato di più dell'Italia?

R: Non ho avuto il tempo di tempo di farmi mancare, mi sono fatto assorbire completamente dal lavoro. E per fortuna, aggiungerei...

D: Gli italiani all'estero creano gruppi o enclave?

R: Si è creato un forte legame con alcune persone. Un legame inevitabile che si è innescato nel momento in cui ci si ritrova soli dall'altra parte del mondo. È banale, forse, ma quelle persone diventano la tua famiglia.

D: L'integrazione è stata difficile?

R: ...(ride) pensavo peggio. E' stato più semplice del previsto. Non l'ho vissuta male, anche se – è cosa nota - la cultura mediorientale è completamente diversa dalla nostra.

D: Degli italiani che hai conosciuto, quanti volevano rientrare e quanti invece sarebbero rimasti lì?

R: In alcuni, purtroppo, è scattato un sentimento di populismo estremo e dopo la delusione iniziale di non aver trovato un lavoro, si sono categoricamente rifiutati di voler tornare in Italia. Oggi la vedono come una 'matrigna', che li ha delusi e che li ha traditi.

D: Ritieni che gli anni passati in Arabia Saudita siano stati propedeutici, professionalmente, per tornare in Italia?

R: E' stata una bella 'palestra': quando sono partito avevo l'esperienza professionale di un ventenne. Lì ho lavorato ininterrottamente per anni, avevo il 'coltello tra i denti' e un solo obiettivo: tornare qui.

D: C'è stato un momento esatto in cui hai detto 'ora basta?'

R: Non c'è stato un momento in particolare, non si è accesa alcuna lampadina nella mia testa perché la 'luce', in realtà, non si era mai spenta: volevo tornare e mettere a frutto quello che avevo avuto modo di apprendere lì. Lo stile italiano all'estero è particolarmente apprezzato, ma il modus operandi di una grande impresa è molto serrato. Non sono mai riuscito ad abbandonare la mia identità italiana, sentivo sempre di avere una responsabilità verso il mio Paese.

D: Come hai vissuto il rientro?

R: Sotto certi aspetti ho rischiato: sono tornato qui senza un vero e proprio 'lavoro sicuro'. Ma, per dirla con Kipling,“se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortune e rischiarlo in un unico lancio a testa e croce, perdere, e ricominciare di nuovo dal principio...” (ride). In realtà speravo di non dover 'ricominciare dal principio' perché con il background ottenuto all'estero avrei potuto ambire anche a una posizione migliore. E così, per fortuna, è stato.

D: Lo definiresti un colpo di fortuna?

R: Affatto. Ho lavorato tanto, ho rinunciato per anni alla vita privata e ho investito moltissimo su me stesso e sul mio futuro. Non voglio sembrare presuntuoso, ma ho 'combattuto' e vinto 'sul campo'. Oggi sono fiero di me stesso: ricopro una posizione di rilievo a Roma, nel settore delle infrastrutture e degli appalti pubblici.

D: Hai trovato un Paese cambiato rispetto a quando sei partito?

R: Cose minime che comunque mi fanno ben sperare: timidi segnali di un’integrazione che avanza e un inizio di avversione a certe pratiche che tutti sembravano dare per normali. Penso che pian piano ci si stia iniziando a rendere conto di quanto tempo è stato sprecato. L'Italia è sempre un Paese stanco, vecchio e difficile e anche gli errori sono sempre gli stessi.

D: Cosa diresti a chi sta per andarsene, è un passo necessario da compiere?

R: Necessario non direi. Ci sono tanti professionisti italiani eccellenti che non sono mai usciti dal Paese, così come tanti cialtroni con esperienze fatte in giro per il mondo. Credo si debba aver coscienza che anche andare all’estero non significa trovare l'Eldorado: c'è spesso lo shock culturale, il cambio di abitudini, la lontananza dagli affetti. Dall'Italia non fuggono solo i geni, qui il problema è maggiore: è una fuga di cervelli, ma anche di cuori, di sogni e di desideri. E la soluzione per far tornare i nostri 'fuggitivi' non è solo trovare loro un lavoro. C’è anche dell’altro e ci vorrà tempo per risolvere questo problema strutturale. Ma adesso io ho scelto di ripartire da qui, dal mio Paese.

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