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4 Dicembre Dic 2018 1218 04 dicembre 2018

Ambiente, Perrotti: la Mission della Fondazione? Mondo ambientalista, agricolo e venatorio devono collaborare

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Presidente UNA Nicola Perrotti (foto)

Quando è nata Una? Perché l’esigenza di una nuova fondazione che si occupa di ambiente?

UNA nasce nel 2015 da un serio confronto tra mondo ambientalista, agricolo e venatorio, insieme a quello scientifico e accademico. Questa pluralità di posizioni è testimoniata dall’elenco dei soci fondatori (CNCN – Comitato Nazionale Caccia e Natura, Federcaccia, Arci Caccia e l’Università degli studi di Urbino “Carlo Bo” a cui si è unita recentemente Enalcaccia) e da quello dei prestigiosi partner dei nostri progetti: Coldiretti, Federparchi, Symbola, le Università di Milano e di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, solo per citare i più importanti. Con tutti questi interlocutori operiamo attraverso progetti concreti per tutelare l’ambiente e promuovere pratiche innovative nella tutela della biodiversità, in linea con le migliori esperienze europee.

In cosa siete diversi dalle altre fondazioni?

L’impegno di UNA si basa sul concetto di inclusione e nasce da una considerazione di fondo: il mondo ambientalista, quello agricolo e quello venatorio devono collaborare, supportati dalle evidenze scientifiche, quindi dalle Università e dagli istituti di ricerca, per un nuovo modo di intendere il rapporto tra uomo e natura. Solo con questo cambiamento culturale, in cui tutti i soggetti, pur nel rispetto delle diverse posizioni, interagiscono proficuamente su obiettivi chiari e progetti concreti, si può ambire ad una valorizzazione collettiva del nostro patrimonio faunistico e ambientale. Tra questi soggetti che devono dare il proprio contributo c’è anche il mondo venatorio, attraverso l’esperienza e l’amore per la natura dei cacciatori, che sono i primi interessati alla cura dei boschi e delle aree naturali, perché li vivono costantemente. La figura del cacciatore è spesso vista in opposizione alla tutela ambientale, invece è esattamente il contrario, perché il mondo venatorio è il primo ad opporsi alla cementificazione indiscriminata, al consumo del suolo e ai bracconieri, che infrangono le leggi infangando la credibilità di centinaia di migliaia di appassionati. La caccia, inoltre è uno strumento efficace di controllo delle specie in sovrannumero. Basti pensare ai cinghiali, che in più parti del Paese hanno raggiunto i centri urbani con le gravi conseguenze in termini di sicurezza pubblica e di danni alle colture agricole. O alle nutrie, specie invasiva presente in tutto il settentrione che, non avendo predatori naturali, rappresenta un minaccia per l’ecosistema fluviale.

Quali progetti avete messo in campo in questi tre anni?

Sin dalla sua nascita UNA ha promosso e supportato numerosi progetti con partner di prestigio. Con l’Osservatorio sulle Agromafie di Coldiretti, per esempio, UNA cura il progetto “Agricoltura territoriale, valorizzazione della biodiversità e controllo della fauna selvatica” che ha proprio l’obiettivo di valorizzare la filiera agroalimentare, in particolare quella della cacciagione, e le risorse produttive territoriali, anche attraverso la corretta gestione faunistica. Con l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Slow Food), il Dipartimento di Veterinaria dell’Università di Milano e la Società Italiana di Veterinaria Preventiva la Fondazione è impegnata a realizzare il progetto “Selvatici e Buoni”, incentrato sulla valorizzazione della selvaggina, attraverso la creazione di una filiera tracciata che garantisca sicurezza e trasparenza ad una carne tanto pregiata quanto sottovalutata sotto il profilo di gusto ed economico. Il progetto è partito con successo nella provincia di Bergamo in cui sono stati realizzati tre corsi formativi che hanno riscosso un’enorme adesione tra i rappresentanti del mondo venatorio. Sono stati coinvolti anche tutti gli anelli della filiera, a partire dai macellai fino ad arrivare ai ristoratori.

Qual è quello su cui state lavorando ora?

Tra i tanti progetti in corso c’è quello in Emilia Romagna intitolato “La biodiversità è UNA”, il progetto didattico curato da Cooperativa Atlantide con l’importante contributo fi Coldiretti Forlì-Cesena, che ha coinvolto 20 docenti, 36 classi e oltre 850 studenti in 7 scuole di Forlì. Per noi è fondamentale aumentare nei giovani la consapevolezza ambientale, educandoli alla tutela delle risorse e alla salvaguardia della biodiversità del proprio territorio: parchi, aree naturali, l’agro biodiversità e biodiversità urbana.

Su cosa scommetterete nel futuro?

Un tema chiave su cui certamente lavoreremo nei prossimi mesi riguarda la promozione del legame sempre più stretto tra mondo agricolo e quello venatorio, indispensabile per la conservazione degli habitat, la gestione delle specie invasive, e la tutela della aree agricole anche attraverso la lotta contro i pesticidi. Per farlo, occorre operare in sede europea affinché nella prossima PAC (Politica Agricola Comune) siano contenute linee chiare per contrastare l’abbandono delle terre coltivate, purtroppo particolarmente accentuato nelle aree interne del nostro Paese, tutelando quindi la biodiversità di quei territori. In quest’ambito si possono sviluppare sinergie significative, finalizzate alla crescita dell’impresa agricola in un contesto multifunzionale, in piena coerenza con le direttive comunitarie in quest’ambito.

Quali difficoltà avete incontrato nel vostro percorso?

In primis difficoltà di carattere ideologico legato a posizioni anti-venatorie. Purtroppo ogni caso di cronaca che vede coinvolto un cacciatore viene strumentalizzato da politica e stampa avversa. In Italia, purtroppo, è cresciuta un’ideologia che equipara uomo e animale, senza nessuna logicità razional-scientifica spesso alimentata, purtroppo, anche dagli errori che si commettono all’interno del mondo venatorio. Queste strumentalizzazioni spesso rasentano l’inciviltà pura o comunque testimoniano incoerenza e scarsa conoscenza degli argomenti. Il lavoro di UNA punta a sradicare le frange estreme, sia lato venatorio (bracconieri) sia lato animalista. La parte restante, che potremmo definire “moderata” può e deve mettersi attorno ad un tavolo, discutere e trovare punti di incontro. In questo senso le istituzioni locali, che sono le più vicine ai problemi concreti del territorio, si sono manifestate le più disponibili a collaborare su dossier di indiscutibile priorità, come, per esempio, quelli legati ai danni agricoli da fauna selvatica.

Cosa deve cambiare culturalmente e non solo per attuare davvero un circolo virtuoso tra uomo, natura e ambiente?

Deve cambiare il paradigma secondo cui la gestione della natura (fauna e flora) è indipendente dall’intervento umano. Per salvaguardare lo straordinario patrimonio della nostra biodiversità, invece, occorre un’accurata gestione da parte dell’uomo, basata sulle più aggiornate evidenze scientifiche. È una visione antropocentrica, in cui tutti coloro che agiscono nel panorama ambientale devono interagire, e trovare una sinergia proficua. È un obiettivo ambizioso e stimolante, figlio dell’assoluta convinzione che il muro contro muro non abbia portato nessun risultato utile al paese. La Fondazione UNA Onlus è priva di pregiudizi ideologici e si oppone ad essi con il rigore della scienza e la concretezza dei propri progetti, i quali stanno ottenendo riconoscimenti da parte dei principali interlocutori istituzionali, a partire dal Ministero dell’Ambiente con cui abbiamo sottoscritto un protocollo d’intesa sui temi sin qui descritti.

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