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11 Marzo Mar 2019 1714 11 marzo 2019

Genitori Renzi, Parrotta: Il tribunale delle libertà disattende le richieste della Procura

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Pacifico che archiviazioni, liberazioni ed assoluzioni non godono della medesima eco mediatica di eventi giudiziari antitetici che, come noto, hanno maggior risalto. A questo si aggiunga che i processi si svolgono nelle aule e non altrove ma, da penalista ed a fini scientifici, appare degna di rilievo e merita risalto la decisione condivisibile ma assolutamente non scontata del Tribunale del Riesame di Firenze che ha revocato la misura - a parere di chi scrive sin dall’origine troppo afflittiva - degli arresti domiciliari applicati ai genitori di Matteo Renzi, ex premier e oggi Senatore.
La misura era stata richiesta dal Pubblico Ministero il 26 ottobre 2018 in relazione ad un’indagine condotta dalla Procura della Repubblica di Firenze per i reati di bancarotta fraudolenta e falsa fatturazione.La notizia aveva ovviamente creato scalpore forse per il ruolo pubblico ricoperto dal figlio delle persone indagate ma in questa sede, tralasciando come sempre i giudizi politici, verranno analizzati - a vantaggio di chi non è avvezzo alle aule dei Tribunali - i profili giuridici della vicenda, con particolare riguardo alle disposizioni in materia di misure cautelari in occorrenza di un’indagine per bancarotta fraudolenta. Preliminarmente, occorre ricordare che una misura cautelare, personale o reale, viene promossa dal Pubblico Ministero durante un’indagine. La richiesta è poi sottoposta al vaglio di un Giudice, che, prima di applicarla, deve valutare la sussistenza dei c.d. fumus boni juris e periculum in mora. Il fumus, richiesto dall’art. 273 c.p.p., attiene al giudizio dei gravi indizi di colpevolezza, mentre il periculum, disciplinato dall’art. 274 c.p.p., riguarda le esigenze cautelari che devono sussistere al momento della richiesta.
Tali esigenze si concretizzano quando - in astratto - è stato compiuto un giudizio di pericolo concreto ed attuale per l’acquisizione o genuinità della prova, quando vi è il rischio che la persona sottoposta ad indagine si dia alla fuga o, infine, quando vi è pericolo di reiterazione del reato della stessa specie per il quale si sta procedendo. Questo il dato codicistico. Inoltre, se a seguito di un attento vaglio il Giudice ritiene sussistenti tali requisiti applicherà una misura cautelare proporzionata al caso di specie.Il sistema procedurale penale italiano prevede il mezzo del vaglio avanti al Tribunale del Riesame avverso le ordinanze di applicazione misure cautelari, utilizzato spesso con parsimonia poiché l’eventuale conferma o rigetto dell’istanza promossa da chi è sottoposto ad indagini avrà un peso specifico durante tutto l’arco del processo (il cd. giudicato cautelare).
Pur in assenza della lettura delle carte processuali e tralasciando i profili in ordine a indizi di colpevolezza e esigenze cautelari, occorre annotare come se processualmente la pena dei reati asseritamente contestati consenta l’applicazione di una misura cautelare (la fattispecie di bancarotta fraudolenta, senza conteggiare il reato di false fatture per operazioni inesistenti, è punita da 3 a 10 anni e, dunque, rientra nei casi in cui può essere applicata la misura cautelare) è invero doveroso per il Giudice per le Indagini Preliminari motivare ed elencare i presupposti per l’applicazione della stessa. Motivazioni quelle sopra da decostruire avanti al Riesame. Risultato quello qui in commento, in attesa di leggere magari le motivazioni del provvedimento, di valore giuridico poiché a mente di quanto sopra, nel caso di specie, il reato di bancarotta è punito nel minimo con 3 anni di reclusione: conseguentemente il requisito è in astratto integrato. In ordine all’appropriatezza della misura, il Tribunale del Riesame ha detto la sua, autorevolmente incidendo (ricordiamo che a decidere è un collegio di 3 magistrati) sulla vicenda.

Avv. Prof. Alessandro Parrotta

Penalista, Direttore Ispeg

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