Onomatopeicamente
6 Febbraio Feb 2018 1059 06 febbraio 2018

Frida K. Vita di Merda con pittura, monologo a due con la morte

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Sarà la biografia appassionante e travagliata, l'accessibilità didascalica dei suoi dipinti, lo stile riconoscibile, esotico, sofferto e femminista: sarà per tutto questo che oggi Frida Kahlo è l'icona pop di un secolo (questo, il nostro) che non ha vissuto. Comunista, bisessuale, martoriato nel fisico e nello spirito, personaggio modernissimo a tutto tondo, costretto (e ossessionato) dall’auto-rappresentazione selfica - mi perdonerà Tarassaco per l'aggettivo inappropriato, il mio o il suo -, oggi studiato e (forse) inflazionato, il monociglio di Frida è un brand che ancora oggi, soprattutto oggi, brilla di luce propria - a differenza di Diego Rivera in calando. Ed è proprio sull'agiografia tragica della pittrice messicana che si articola Frida K, vita di merda con pittura, al Teatro Libero di Milano fino a stasera, con la regia di Serena Nardi che alla pittura preferisce la vita di merda.

Frida (Sarah Collu), aggrappata alla vita e a un fascio di nastri rossi che sorreggono le sue opere, ci accoglie dietro una tela di nuvole dipinte mentre aspetta una morte bionda sedutaci svogliatamente dinanzi. Sono le sue parole a scandire il dialogo, è la sua vita a passare in rassegna. Non c'è vergogna nel bisogno di vivere che ci sbatte in faccia senza pudore, nel suo ballare scalza, nel suo ridere sguaiata. La morte le concede un'ora ancora, lei la occupa nel modo peggiore: raccontando quello che è stato. Nel suo caso, pittura a parte - come se la pittura nella vita di una pittrice si possa mettere da parte, ma così è -, schifo vero. Un lungo monologo a due in cui le parole di Frida articolate drammaturgicamente dalla Nardi ci consentono di delineare solo a metà un personaggio sfaccettato che avrebbe richiesto forse una diversa ricollocazione nell'immaginario. Del resto per la pittura possiamo rivolgerci al MUDEC che fino al 3 giugno raccoglie dopo oltre 15 anni in un'unica sede espositiva tutte le opere provenienti dal Museo Dolores Olmedo di Città del Messico e dalla Jacques and Natasha Gelman Collection, le due più importanti collezioni sulla pittrice messicana riconsiderandone la figura “oltre il mito”. Fin dove si ferma la Nardi, insomma.

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