Onomatopeicamente
15 Febbraio Feb 2018 1506 15 febbraio 2018

Hairspray ovvero come un musical (in) italiano possa riuscire

  • ...

Al fatto che non si potessero più fare musical (di qualità) in Italia e, soprattutto, in italiano, c'eravamo quasi rassegnati. Ok, senza quasi. Perché di disastri ne abbiamo visti tanti e di traduzioni al limite del ridicolo ancora di più. Certo, Milano non è Broadway, non è il West End: la tradizione teatrale milanese, e il suo pubblico, è altro, molto altro. Eppure il Nuovo, il Nazionale, l'Arcimboldi - con alterne fortune - hanno provato ad esportare la qualità del genere, spesso bistrattato per una superficialità che non gli appartiene, anche nella capitale del teatro nostrano. Ma il pubblico degli ultimi anni - sì, anche quello milanese - si è impigrito e ad uno spettacolo di qualità preferisce sempre più spesso uno di veloce assimilazione. Possibilmente in italiano. E allora gli adattamenti si sprecano e la qualità si abbassa: Don't cry for me Argentina diventa per esigenze metriche Da ora in poi in Argentina. E fosse solo quello…

Non è il caso, grazie a Dio, di Hairspray, al Teatro Nuovo di Milano sino al 18 febbraio e al Teatro Bracaccio di Roma dal 20. Tradotto, bene. Cantato, meglio. La storia è quella vista in oltre 2.500 repliche a New York, con i suoi 8 Tony Awards, e nell'adattamento cinematografico, già a suo volta un remake, con John Travolta, Michelle Pfeiffer e Christopher Walken: Baltimora, Anni '60, la Nuova Frontiera kennediana per le ultime (?) reminiscenze razziali e il sogno di una ragazzina sovrappeso di sfondare in televisione. Che troverà il successo e pure l'amore, ovviamente. Una fiaba moderna sulla nostalgia per un'America ottimista seppur provinciale che si cotonava i capelli e seguiva le gare di ballo in tv, che sapeva quale fosse la parte buona e quale quella cattiva. Una regia sobria e finalmente attenta alle voci sul palco di Claudio Insegno, reagisce a qualche piccola caduta di stile coordinando bene il materiale umano a disposizione lasciando campo libero all'energia che mancava in altre produzioni simili. E pazienza se I can hear the bells diventa Sento din don dan, il pubblico apprezza. E balla. A Giampiero Ingrassia il peso, in tutti i sensi, della chioccia su un cast che tiene il palco, salendo e scendendo a ritmo di un libretto agile e scanzonato. Un lavoro di qualità, anche sui musical in versione tricolore, forse è ancora possibile.

Correlati