Onomatopeicamente
22 Febbraio Feb 2018 1429 22 febbraio 2018

Brunori agli Arcimboldi nel solco della tradizione del teatro canzone

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Il teatro canzone non è morto, come dicono in molti, ma vive ormai da un decennio in uno strano (che poi strano non è) stato di quiescenza. Senza artisti che lo interpretino, senza autori che lo sappiano scrivere e forse senza un pubblico che possa accoglierlo. A parte uno, d'artista intendo: Brunori Sas, al secolo Dario Brunori. Che il teatro canzone l'avesse nelle vene l'avevano intuito, che potesse farlo l'abbiamo dovuto ascoltare qualche giorno fa al Teatro degli Arcimboldi a Milano nel suo “Brunori a teatro – Canzoni e monologhi sull’incertezza” che prosegue in una sfilza di teatri, molti già sold out, fino a fine aprile. Un'esperienza diversa dalla sua tournée di un paio d'anni fa, dal girovagare di Dente con Catalano e da qualche altro cantante che prova a mettere parole anche senza musica. Diversa anche dalla Malìa Napoletana di Ranieri, quasi solo canzoni (detto niente…) e aneddoti (i suoi, detto niente n'altra volta…) Perché per trasformare un concerto nell'arte finissima che fu di Gaber e Luporini ci vuole un interprete in stato di grazia a proprio agio con il monologo e la chitarra, l'intelligenza e l'ironia, che dell'incertezza ne apprezzi lo stato dell'essere ma non la trasmessa. E poi è vero che tu Brunori vorresti sentirlo cantare e solo una decina di canzoni in un paio d'ore e passa possano sembrare un spreco di talento, ma lui, da buon cantautore, le parole riesce a pesarle anche senza sottofondo e allora via di ramen comasco, nonne calabresi e squali. Per un pubblico che apprezza, che vorrebbe cantare ma è felice pur sempre d'ascoltarlo.

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